Cola Pesce* e l’invasione degli Ultracorpi**

Febbraio 19th, 2010

«I più fortunati e più volenterosi dei 5.600 lavoratori della Fiat che vanno a casa a partire da domani potranno arrotondare l’ indennità di cassa integrazione a zero ore con un secondo lavoro, magari non ufficiale, che comporterà una entrata in più nelle casse della famiglia. Le trattative con la Fiat hanno portato ad un ottimo risultato credo il migliore che il governo potesse ottenere. E va dato atto anche ai dirigenti della Fiat di aver fatto il massimo sforzo. Berlusconi sottolinea come il risultato più grande sia stato l’ aver impedito la chiusura di Termini Imerese.»
No. Non è oggi. Non è domani. Era il 2002. [Repubblica, 08 dicembre 2002 p. 6 sez. econ.]. Eppure sembra un’altra era.
Cosa è accaduto in questi anni e quale sia la reale situazione oggi, lo ha spiegato Franco Piro da queste colonne** poche settimane or sono (anno 3 n. 43 p.11s**).
La notizia di oggi è, invece, che ci sono 2 milioni di disoccupati: l’8,5% il tasso di disoccupazione; e non si tiene conto dei cassintegrati in deroga, una finzione (il cui senso economico non è in nulla diverso dalla disoccupazione) che imbelletta le statistiche e dà la stura alla vanità dei nostri immobili governanti.
Ma torniamo in Sicilia: ripartiamo da Termini, per un viaggio nel lavoro; un viaggio immaginario (quanto onirica è la sua meta).
Dice bene Piro che le iniziative (di intervento strutturale) la Regione le«potrebbe realizzare a prescindere dalla Fiat e che, se fossero davvero realizzate, potrebbero indurre la Fiat a fare ben altre valutazioni». Non solo la Fiat, però. Il riferimento ad un’unica grande industria (multi)nazionale, sebbene la più grande, la dice lunga, non tanto sulla dipendenza totale della Sicilia dall’industria del continente (il che ovviamente non dice e aggiunge nulla a quanto non sia arcinoto), quanto sulla assoluta inutilità degli interventi pubblici a sovvenzione di tale industria; del fallimento integrale dell’obiettivo di colmare il divario con la terraferma, di determinare una modificazione strutturale del tessuto economico sociale e civile in guisa da renderlo attrattivo per gli investimenti esterni e produttivo per quelli interni.
Quarant’anni di finanziamenti alla Fiat di Termini non hanno modificato gli assetti del territorio, tanto che ancora oggi la discussione si incentra e dipende unicamente dalla scelte di un’unica, sempre la stessa, impresa. Il copione è quello già visto, ed è quello con cui si apre questo articolo e che, a intervalli più o meno ampi, si ripropone ai siciliani: perché i siciliani sembra non abbiano memoria.
La Sicilia poggia su tre colonne, ce lo ha insegnato Cola Pesce; così come la sua leggenda ci ha insegnato che questa terra è generosa, non lesina eroi quando si tratta di sostituire una di esse. Così è andata avanti per secoli, fino ai giorni nostri. Oggi una gamba marcia, domani un’altra, Trinacria ha sempre trovato nei suoi figli qualcuno disposto a prendere il posto di una colonna per il bene comune. Ma adesso qualcosa di nuovo la minaccia: le tre colonne sono tutte e tre sotto attacco, tutte e tre contemporaneamente. Tre colonie di tarli si sono organizzate e ne minacciano la stabilità: Mafia Arretratezza Sommerso e ciascuna si è attaccata a una gamba e non sembra volerla mollare.
Ma i (tre) mali – traffico a parte !- sono noti. Al contrario dell’attenzione che oramai l’evocarne il nome di ognuna di essi suscita, alla loro circolarità non sembra volersi attribuire valore decisivo. Non si tratta di diminuire il valore e la necessità della risposta “militare” di contrasto a ciascuno di essi; si tratta piuttosto di individuare il filo rosso di tale circolarità e di spezzarlo. (É il filo della micro-illegalità od ordinamento parallelo, o paralegale, alimentato da una pressocchè inesistente risposta alle istanze di tutela di tipo quotidiano (l’ufficio che non funziona, le buche per strada, le doppia fila, gli schiamazzi …). É vero qualcuno ci aveva già provato. Più di cinquanta anni fa. Danilo Dolci capì che bisognava prendere la mafia per fame, sottrargli il bacino fertile da cui attingere braccia, consenso, potere. Capì e mise in pratica. A modo suo naturalmente: digiuno e parola. Le istituzioni non capirono ed ebbero paura. Oppure capirono e ne ebbero ancora di più. Per questo Danilo Dolci il 2 febbraio 1956, per avere dato voce all’art. 4 della nostra Costituzione, per vere organizzato e condotto un gruppo di contadini a lavorare sulla Trazzera Vecchia di Partinico, fu arrestato, dopo venti giorni considerato dotato di «spiccata capacità a delinquere» e tenuto in prigione e infine condannato, da un tanto solerte quanto miope tribunale palermitano; sordo al grido di Piero Calamandrei, venuto apposta da Firenze a pronunciare l’arringa finale per difendere la sua (nostra) Costituzione e il suo amico. Indarno.
Sono passati più di cinquanta anni da quel 1956 (il dibattimento si volse dal 24 al 30 marzo). E tuttavia la lezione non è stata imparata. I tre tarli vengono contrastati empiricamente, solo dal lato epifenomenico; si ottengono risultati sul fronte militare, oppure su quello statistico. Ma chi si soffermi a guardare come le tre colonie si prestino reciproca assistenza si accorge che nell’eziogenesi nulla è cambiato. Anzi, la consapevolezza che la guerra è in corso con la risposta militare alla mafia o con quella statistico assistenziale all’occupazione (e alla produzione), parallelamente, ha allentato la tensione etica e quella morale riservata al contrasto di tali fenomeni, o se si preferisce ha eliminato ogni pudore. Fino al punto di rendere indifferenti, o quasi, al fatto che esistano giochi che non solo di chiamano Mafia Wars, disponibili gratuitamente dalle piattaforme di social network fino all’iPhone, ma che riproducono le logiche di appartenenza mafiosa e quelle di sistema, parallelo, alternativo e competitivo con quello legale. Certo molti si saranno indignati, di fronte questa ennesima imbecillità, per il suo tema, più che per il suo effetto.
Ma quanti si indignano ogni giorno per l’arretratezza (infra)strutturale a cui siamo costretti? Arretratezza che moltiplica le congiunture e quindi le emergenze; arretratezza che tiene vivo e continuo il meccanismo che porta a scambiare il consenso con la soluzione del problema (il loro singolo, comprensibilmente).
Se ne ricordano le mogli dei lavoratori dell’indotto della Fiat di Termini Imerese, che da oltre dieci giorni vivono sui tetti della fabbrica moritura. Assicurano la logistica alla protesta e gridano dai microfoni di Annozero: - noi, vi abbiamo mandato al governo; e voi, dovete risolverci il problema. Così come prima le loro madri avranno gridato: - noi, vi abbiamo mandato al governo; e voi, dovete darci il posto. E glie lo avevano dato. Ed è sempre il solito ricatto morale: di fronte alla oggettiva drammaticità di chi perde il lavoro e con esso la dignità di uomo e di cittadino non è tempo di riforme strutturali, ma vi è l’emergenza di assicurare il pane. Ma è solo ipocrisia. La perdita del posto di lavoro in un’economia avanzata non può mai essere un’emergenza congiunturale: esso è un evento prevedibile, al quale deve fare fronte un apparato efficiente ed efficace di sicurezza sociale. Un apparato che non c’è. E che si guardano bene dal fare. Non c’è l’apparato, si badi bene. Non mancano gli ammortizzatori sociali. Significa che manca l’automatismo tra situazione di bisogno e intervento del sistema di sicurezza. É così che si si tiene sempre alto il prezzo dello scambio nel mercato del consenso. O basso, sarebbe meglio dire. Perché lo scambio non avviene a livello collettivo e di territorio ma a livello dei feudi elettorali e dei vassalli. Questo non è un gioco, come, alla fin dei conti, lo è Mafia Wars. Eppure quanti si indignano? Quanti pretendono a gran voce che gli interventi di sostegno non siano “in deroga”, ma ordinari? Quanti si indignano di fronte alle dichiarazioni del ministro del lavoro che afferma trionfante e rassicurante che i soldi ci sono, che ne sono stati spesi solo il 40% di quanti mesi a disposizione, e al contempo che non occorre riformare gli ammortizzatori sociali? Quanti lavoratori siciliani se ne ricorderanno nel segreto della cabina elettorale? Se la storia insegna qualcosa (in barba alla massima classica e volgendosi indietro sarà pur lecito dubitarne) ben pochi.
Ma quanti si indignano di fronte a percentuali di lavoro sommerso che si contendono il primato con quello emerso? E questa è la vita di ogni giorno. Quanti si indignano al cospetto di chi chiama il lavoro nero ammortizzatore sociale e ne inneggia alla funzione sociale? Manco fosse un fenomeno contingente. Chi si chiede cosa realmente ammortizza una comunità parallela di lavoro nero? E chi si indigna di fronte all’evidenza che essa ammortizza, smorza, le possibilità di crescita e di affrancazione dal giogo clientelare dei finanziamenti pubblici, del posto pubblico, oggi dell’ammortizzatore in deroga e ieri dell’articolismo? Questo lavoro nero, che non ha nulla che vedere con quello del resto della nazione, genera un ordinamento illegale che da quello legale attinge nulla gli dà.
Il lavoro impegna la vita di ognuno tutto il giorno tutti i giorni. Quando il lavoro è in nero la vita di ogni giorno tutto il giorno è in nero. E così le relazioni che ne nascono: i beni o i servizi che si comprano o usano sono in nero. Perfino il mondo parallelo quello legale – quello che si dovrebbe indignare, perché alla fine si fa carico dei costi sociali che quello sommerso genera - vi attinge, come in una sorta di compensazione malefica.
Quanti si indignano di fronte all’assenza di politiche strutturali che contrastino una comunità così ampia di economia extra-legale; vero e proprio esercito di riserva pressocché inestinguibile per l’economia illegale e del mercato del consenso. Quanti considerano che una comunità così ampia di lavoro extralegale a un tempo si nutre di, e genera, illegalità.
Come nella trasposizione cinematografica di Don Siegel del romanzo di Finney, Invasion of the Body Snatchers, in cui un seme alieno è in grado di duplicare esattamente un essere umano e quando il processo finisce la copia aliena uccide l’originale umano e lo sostituisce con una copia caratterialmente ed emotivamente disumana: priva di emozioni, così nella Trinacria emersa il seme autoctono della micro-illegalità, è in grado di duplicare esattamente un essere umano e quando il processo finisce la l’originale falsificato è sostituito con una copia disumana: indifferente alla legalità.
La versione originale del film prevedeva un epilogo tragico: i replicanti che prendono il posto di tutti i cittadini di Santa Mira e il protagonista Kevin McCarthy (che ovviamente avendo capito in anticipo non venne creduto e giudicato pazzo) che, puntando il dito verso il pubblico, esclama: «You’re next!», ma la produzione impose al regista una conclusione più ottimistica, più hollywoodiana.
La Sicilia non è Hollywood. Eppure Danilo Dolci che venne ritenuto se non pazzo delinquente, con il suo digiuno non violento e le buche riempite stava proprio dicendo «You’re next!».
«E noi, saremo i prossimi?»
Dalla condanna di Danilo nulla è più uguale a prima. Riempire le buche delle strade non basterebbe a rendere giustizia al senso della rivendicazione di un lavoro dignitoso, cioè legale. La valenza simbolica del riempire gratis le buche di una strada pubblica è andata perduta.
Chissà se uno dei tanti Cola Pesce che di volta in volta si sono sostituiti a una colonna pericolante delle tre che sostengono questa terra sia sia pentito. Chissà? L’anelito dolciano non è però cambiato e molti Cola Pesce ancora lo respirano: un lavoro dignitoso per ciascuno è la sola via per la marginalizzazione del mondo parallelo.

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* La leggenda di Colapesce narra di un certo Nicola con il diminutivo di “Cola” di Messina, figlio di un pescatore, soprannominato Colapesce per la sua abilità di muoversi in acqua. Quando tornò dalle sue numerose immersioni in mare raccontò le meraviglie che vide, e addirittura una volta portò un tesoro. Così la sua fama arrivò al re di Sicilia ed imperatore Federico II che decise di metterlo alla prova.
Il re e la sua corte si recarono pertanto al largo a bordo di un’imbarcazione. Per prima cosa il re buttò in acqua una coppa, e subito Colapesce la recuperò. Il re gettò allora la sua corona in un luogo più profondo, e Colapesce riuscì nuovamente nell’impresa. Per la terza volta il re mise alla prova Cola gettando un anello in un posto ancora più profondo, ma passò il tempo e Colaspesce non riemerse più.
Secondo la leggenda, scendendo ancora più in profondità Colapesce aveva visto che che la Sicilia posava su tre colonne delle quali una consumata dal fuoco dell’Etna, e aveva deciso di restare sott’acqua, sorreggendo la colonna per evitare che l’isola sprofondasse, e ancora oggi si trova a reggere l’isola (fonte: Wikipedia).

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**Articolo pubblicato ne ASudEuropa anno 4 n. 4

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uomini e calderoli

Dicembre 12th, 2009

Nel suo saggio Filosofia e Storiografia (Bari, Laterza, 1948) Benedetto Croce divide gli uomini, tra uomini e calderoli; non può usare codesto ultimo neologismo, ma certo la sua classificazione si rivela al riguardo profetica. Esorta i primi a provare ad adoperarsi per i secondi e in caso di fallimento a non disperare, chè la natura - dice - provvede da sè.
Sostiene Croce che vi sono «uomini che appartengono alla storia e uomini della natura… Verso la seconda classe di essi, che zoologicamente e non storicamente sono uomini, si esercita, come verso gli animali, il dominio e si cerca di addomesticarli e di addestrarli e in certi casi, quando non si può, si lascia che di essi si estingua la stirpe.»(pp. 247-248)!
Siccome la stirpe dei calderoli sembra ancora lontana dall’estinzione e perfino lontana dall’abbrivo di essa, ciò significerà che gli uomini della storia si devono ancora adoprare per «addomesticarli e addestrali».

Certo la fatica può apparire improba, quando si vede uomini della zoologia arrembare le cattedre degli uomini della storia. La storiografia - tanto per mantereci nel crinale crociano - di codesti corsari ne indica parecchi. L’apotegma di Gesù in croce a proposito degli ignari esecutori fa al caso nostro ed è probabile che il vescovo ambrosiano le abbia pensate quando il non imbelle calderolo, di cattocomunismo, all’oggetto nulla più nulla meno che accoglienza cristiana, lo ha apostrofato.
Ma la colpa non è sua. Nè dell’uomo, per la verità.
Gli è che il pastore parlava agli uomini della storia , ma - nemesi della filosofia, ancor crociana - le parole le ha udite anche un de’ calderoli. Perdoni eminenza, ma ad addomesticare i calderoli bisognava che fosse più semplice; più alla portata. Ella è brianzolo, ma i suoi vicini colleonesi non solo parlano con l’apocopi ma sì pensano anche.
Dedico ai calderoli i versi di Gianni Rodari, destinati ai bambini. In quinta elementare li han sùbito capiti.
Eccoli:

Il pellerossa con le piume in testa
e con l’ascia di guerra in pugno stretta,
com’è finito tra le statuine
del presepe, tra pastori e pecorine,
e l’asinello, e i Magi sul cammello,
e le stelle ben disposte,
e la vecchia delle caldarroste?
«Non è il tuo posto, via, Toro Seduto:
torna presto da dove sei venuto!»

Ma l’indiano non sente. O fa l’indiano!
Ce lo lasciamo, dite, fa lo stesso?
O darà noia agli angeli di gesso?
Forse è venuto, fin qua
ha fatto un lungo viaggio,
perchè ha sentito il messaggio
«Pace agli uomini di buona volontà».

Capito?

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social pollution

Ottobre 22nd, 2009

A Joachim, anonimo

Eu vivo a libertade
do solto oprimido
do livre esmagado
num grito engolido

Per leggere tutto l’articolo (con le traduzioni dei versi d’epigrafe) scaricalo in formato pdf cliccando qui.

Per un Abstract, vedi qui sotto.
Flexicurity is the fusion of two words – flexib­ility and security – into a new one. Our opinion it can­not overcome the oxymoron that’s in the word. According to principles of labour law and social secur­ity the fusion should maintains flexib­ility and security at balance. None said, however how that bal­ance ought to be maintained, either how much financial re­sources needs or where found it.
In section related literature the paper purpose some connections among insights essays in different fields and declare what is our line. In section flexicurity inside it studies flexicurity, as such has been laid down by EU policy debate, in its three dimensions of flexibility, security, balance. It con­clusion is that trade-off between flexibilisation e security not balance. So, in section flexicur­ity’s tail side exam the other side of flexicurity. It read its with the same lens of its theoretician to dis­close the negligible effects, and to purpose a new reading in accordance with Nice’s Chart.
The paper -without any epistemology disclaimers, because it makes an economics reading by normat­ive statements - uses externalities and tax distortion effect theories. The metaphor that it uses is the jeopardizing security means damage social environment, as well as pollution in nat­ural environ­ment does. Indeed, the paper considers externalities, for instance, the effects of two actions. Trans­ition between declared work (first community) and undeclared work (second community) and trans­ition between job security and employment security. In abstract line the first it is in the highest de­gree, the second in less degree depending on both its wideness and its point of balance with secur­ity. Hence, a social security system that working at decent level is ’social good’ that can be con­sidered as public good – indeed it is. Better, we consider public good the security – also that in­side and around flexicurity. Paper says who produces social pollution such as flexibility and un­declared work ought to pay secur­ity’s costs, this is social security tax. After all, articles 31 – 34.1 Nice’s Chert, between them connected, draw as system of EU a widespread social envir­onment clean and pure. In others words must be steril­ized - really, re­duced as much as more pos­sible - the trade-off between first com­munity and second com­munity - at the same between non-stand­ard and standard contracts. In this paper one disagrees with some flexicurity’s theolo­gians that say: ‘trust is a pre­requisite of flexicurity’ Because if so, the security from reason of trust in the future it would became a reason of the trust in flexibility -a true aims’ heterogenesis. The paper chooses the social security tax.
And so, in section hybridisms of system pathways it poses the empiric bases to introduces kind of ’so­cial security tax’ to fight undeclared work, to reduce externalities, to substitute trust in the market with true and strong financial social protection. Therefore this paper trays to give a little contribu­tion to break link between work and se­curity’s financing. It aims to demonstrate (also but not only, according to economics perspect­ive) as flexicurity-balance can work in accordance with art. 31 and art. 34 of the Charter of Funda­mental Rights of the European Union, social justice, worker se­curity, whether the ex­ternalities in­side flexicur­ity’s trade-off will be charged to flexibi­lity. One con­siders universal like wide­spread, as well as flexicurity studies consider it. One considers not to change anything about sub­jective and objective assumptions in benefits, as well as in contri­bution over workers’ wages. - on the contrary one considers must not change (except possibles little ad­justments).
Hence, conjecture’s hybridisms’ substance consist to leave all as it is, on side of workers, bene­fits’ as­sumptions,. exchanging criteria to charge on side of enter­prises – towards the direction to charge work’s res­ults’ value rather then wages. In the example, employees that will have undergone a transition from employment to e.g. self-employ­ment, – indeed former employees – keep in same wages, but not in in­surance tax.
Such as a mechanism of gradual transition from the various systems to a single system of financing, based on the value added of the work (table8). Mechanism that will be rewarding to those organiza­tions that have high employment per unit of product, and - indirectly - proportionately more oner­ous for who directly or indirectly determines social dumping as a result of their politics of contain­ment of labour costs. On one side is expected to act on the same tax base of VAT: increase in rate, or decrease in deduction of valley VAT. (Taxation system that is in Europe already harmonised and between its main source of funding.)
The effect of the hybrids is the one way. It should introduce a virtuous cycle to reduce the gap in com­petitiveness between local production and extra E.U. Of course, substance of the to do section, is very long and hence conclusions can be only open.

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Contributo al dibattito sul futuro del modello sociale *

Ottobre 21st, 2009

Nota (*) Questo studio integra e rielabora criticamente il contributo dell’autore alla consultazione pubblica sul Libro Ver­de sul futuro del modello sociale» inviato al Governo a libroverde@lavoro.gov.it .

Premessa. Il Libro Verde sul futuro del modello sociale, come recita la sua premessa «vuole avviare un dibatti­to pubbli­co sul sistema del Welfare in Italia». E’ un tema trasver­sale il cui il fulcro è costituito dal lavoro, nella sua più ampia accezione, in dipendenza della presenza o dell’assenza del quale s’innervano le linee di intervento sociale.
Il Governo inaugura così a livello nazionale, o almeno ci prova, un me­todo di policy buil­ding già praticato a li­vello europeo e sottopone alla discussione pubblica un documento sul quale tutti, dalle «istituzioni centrali» ai «singoli cittadini», possono dare il loro contributo, con il fine di condur­re a sintesi in «un Libro Bianco sul futu­ro del modello sociale» le «principali opzioni politiche identificate nelle risposte.»
La promessa è che le proposte «in materia di lavoro, di salute e di politi­che sociali» che il Governo formulerà per l’intera legislatura» saranno «in coerenza con esso».
Il tema è grave e perciò solo merita lo sforzo di un contributo.
Il metodo. L’importazione del metodo nella realtà nazionale impone una riflessione preli­minare. Strumento buono e virtuoso o strumento cattivo e pericoloso? A domanda retorica, risposta retorica: dipende dalle intenzio­ni e dall’uso. Ma anche risposta cri­tica: non tanto evidenziare positivo e negativo, valenze in ogni cosa sempre presenti in diversa misura, ma sviscerare gli snodi problematici.
Il primo punto di riflessione è perciò sullo strumento in sè. La consultazione pubblica su temi di politica so­ciale viene spesso salutata come un bene per sé, perché vi si rinviene una forma di democrazia partecipata nei processi decisionali su questioni che quotidie attingono direttamente la vita del cittadino.
L’adesione incondizionata al metodo, però, costituisce a mio avviso un’apertura di credito allo scoperto, molto pericolosa e talvolta fuorviante. Perché il giudizio sulla bontà del me­todo non può essere disgiunto dalla risposta retorica alla domanda iniziale. Dunque, esso può esse­re incondizionatamente positivo (cioè a prescindere dall’a­desione o non al merito delle soluzioni su cui si chiede la consultazione) solo se il documento a base della consultaz­ione pubblica sia effettivamente aperto a diverse solu­zioni. E ciò in concreto significa che deve basarsi di dati dati oggettivi e che deve formulare domande non suggestive.
Se dovesse mancare uno di questi due elementi l’uso della consultazione verrebbe distolto dalla sua naturale funzione dialettica e tendenziosamente piegato verso un risultato preco­stituito e occultato. La consultazione pub­blica si trasforma così da strumento di democrazia critica a provcatio ad populum, cioè a metodo di ricerca della (finta) legittimazione demo­cratica a un (vero) processo autoritario, che infatti come tutti gli autoritarismi cerca la sua legittimazione nella vox populi (vox dei).
Svolgerò le mie riflessioni, anche di carattere generale, con riferimento ai temi del lavoro e della previdenza.
I temi del Libro Verde. Lo scopo e i mezzi del «nuovo modello sociale». Il documento, si legge nella prefa­zione, vuole esplicitamente imperniare la discussione sulla «centralità della persona, in sé e nelle sue proiezioni relazionali a partire dalla famiglia». Da lì ricava l’esplicito corollario secondo cui il nuovo Welfare dovrà compor­tare anche il pieno ricono­scimento in «sussidiarietà» del «valore della famiglia». Questo lo scopo.
Quanto ai mezzi il Libro Verde (ri)afferma che il «principio della vita buona … ha le sue ra­dici in una vita atti­va, nella quale il lavoro non sia … un’attesa delusa, ma costituisca … la base dell’autono­mia sociale delle persone e delle famiglie».
I punti di crisi. a) La spesa sociale e la sua composizione. Nell’analisi delle disfunzioni, degli «sprechi e dei costi dell’attuale modello» il Libro Verde si riporta alla relazione della Commissione Onofri, (febbraio 1997). As­sume come dato “scientifico” di base di misura­zione della spesa sociale le statistiche OCSE e afferma, senza far­ne tema di discussione, che essa «è manifestamente squilibrata in favore delle spesa pensionistica, che costituisce il 60 per cento della spesa sociale». In questo dato, che come vederemo non è assolutamente pro­bante, individua le la ragione disfunzionale - a livello di economico - dell’attuale welfare. La spesa pensionistica viene qualificata eccessiva e gli «interventi normativi, anche recenti» insufficienti a bilanciare le «pressioni di carattere demogra­fico» e le conseguenze della «definizione dei lavori usuranti.» Assume poi che la riforma Dini potrebbe non es­sere «sufficiente a rendere neutrale ai fini della spesa l’allungamento del periodo di percezione delle prestazioni.»
A questo quadro di spesa si addita la responsabilità di comprimere «la risposta a molti dei bisogni primari e, ancor di più, la capacità di prevenirne la formazione. Ciò, inevitabil­mente, va a danno dei giovani in cerca di pri­ma occupazione, delle donne senza lavoro e delle madri sole, dei disoccupati di lungo periodo, dei disabili, degli anziani disagiati, degli emarginati e dei poveri.»
b) Gli ammortizzatori sociali. A partire dalle presa d’atto che il quadro delle tutele attive dei disoccupati sia «disorganico e quasi ingovernabile» prodotto di una legislazione alluvio­nale ed emergenziale che non consente di riconoscervi un «sistema», si propone uno scam­bio tra spesa pensionistica e riconduzione a sistema degli am­mortizzatori sociali. Nel frat­tempo, le prestazioni attuali continuano a presentare «innumerevoli iniquità di tratta­mento (criteri di eleggibilità, durata, ammontare dei benefici)»; il caso Alitalia è ultimo esempio solo in ordine di tempo.
c) Il funzionamento del mercato del lavoro. Il Libro Verde individua le ragioni disfunzio­nali dell’attuale welfa­re – a livello normativo - lungo due direttrici. ci) Il sistema di regole. Si tratta del ruolo del diritto del lavoro. Il documento propone l’oramai nota metafora della Cittadella del lavoro (Ichino) e del conflitto tra insider e outsi­der. Afferma, infatti che la «rigidità dei trattamenti costituisce … un ostacolo oggettivo ai processi di mobilità e al dina­mismo del mercato del lavoro.» cii) Il lavoro irregolare e il welfare. Si riconosce che l’Italia ha «una fio­rente economia sommersa che non ha pari nel resto del mondo industrializzato». Sebbene non sia chiaro che cosa si intenda con “fiorente”, (se cioè enorme come grandezza macroeconomica, qual è, e quindi vantaggiosa per le relative imprese, oppure lucrosa atti­vità parallela dei lavoratori), il documento afferma con decisione che questo venga alimen­tato dalle «varie forme di sostegno al reddito» che «non seguono un disegno di incentiva­zione per il rapido re-inserimento lavorativo». Le cause della spirale che genera e alimento il sommerso sono indicate in due ragioni. L’una la mancata applicazione della «regola di re­sponsabilità che vuole sanzionato con la decadenza dal beneficio o dalla indennità il percet­tore del trattamento che rifiuti una occasione congrua di lavoro o un percorso formativo di riqualificazione professionale.» E anche qui non si spiega come si stabilisca la congruità. L’altra nella «assenza di un mercato del lavoro aperto e trasparente e di dispositivi di assi­stenza e presa in carico della persona in stato di bisogno». Tale situazione determina un’uti­lizzazione impropria delle prestazioni sociali, che verrebbero così distolte dalla loro fun­zione naturale «di strumenti che dovrebbero avere invece natura tempora­nea e servire ai processi fisiologici di mobilità e reinserimento al lavoro» e invece diventano pratiche assi­stenzialiste e deresponsabilizzanti. Queste in sintesi le linee in materia di previdenza.
La struttura del Libro Verde. Il Libro Verde tradisce subito il proposito di costituire una sorta di neo-agorà e palesa, invece, la sua struttura spiroidale. Effetto che si avverte mag­giormente quando si passa all’esame delle do­mande formulate in modo capzioso. Infatti, la proposta di discussione, quale logico svolgersi delle premesse, conduce – per forza - a un unico punto, in cui convergono la riduzione della spesa pensionistica e la tabula rasa­delle regole non solo del mercato del lavoro, ma anche di quelle del rapporto di lavoro. Le pre­messe da cui parte, come vedremo subito, sono le solite premesse, sempre asserte e non mai dimostrate e anzi spesso alla prova dei fatti smentite, del lassaiz fair come elemento essen­ziale di funzionamento dei mercati.
L’integrazione famiglia-welfare che si ricava dal complesso del Libro propone un mo­dello di famiglia, una concezione del lavoro e una relazione tra loro, profondamente diverse da quelle predicate nella premessa. Il mo­dello di famiglia che si è detto voleva mantenere e assistere è quello mediterraneo, in cui il nucleo essenziale del­le relazioni tra i componenti, entità autonoma tutelata per sé stessa attraverso la valorizzazione e il sostegno ai diversi ruoli di ognuno dei suoi componenti, stabiliti secondo le loro scelte libere ed individuali, viene sostenuta dall’intervento sociale. Nelle domande, tuttavia, il modello a cui tende non è più quello, esso è soppiantato da uno diverso, orientato piuttosto verso quello continentale, se non nord europeo, radicato su costumi e regole so­ciali molto diverse dalle nostre, in cui l’aggregazione di soggetti, sulla base di un vincolo di sangue o di legge, viene tutelata al fine di renderli meglio ed efficientemente organizzati nel mercato del lavoro. E’ un modello di welfare in cui la parola famiglia è sbandierata solo come una misura di propaganda, per compiacere le gerarchie cattoliche. Ma nella sostanza l’assistenza sociale alla famiglia per sé viene assolutamente dimenticata, poiché le misure proposte riguardano unicamente l’au­mento dell’occupazione femminile. Questo risultato, auspicabile per sé stesso, laddove però sia affidato, come sembra essere stato proposto, alla concorrenza nel mercato, dei soggetti esclusi, stride con la proclamata intenzione protettiva.
Il modello di lavoro che propone è sempre più alieno dalla persona che lo presta. Anzi è insensibile a essa, mutevole, effi­mero, funzionale solo alla sua combinazione con il capi­tale. Sempre meno persona che lavora, con l’indispensabile tutela del lavoratore, cioè della persona dentro il rapporto, sempre più persona che svolge lavori, con il surrogato di tutela ai lavori-attività, cioè nel mercato. Le tutele non sono più ripartite secondo la loro fun­zione: tra lavoratore e cittadino, cioè una persona in due atteggiamento e relazioni diverse, ma in­nanzitutto tolte al lavoratore poiché si afferma non ne ha più bisogno. Dice il Libro Verde che il «mercato del lavoro … oramai, è diventato adulto e che non tollera più una visione re­pressiva incentrata sulla patologia come regola.» Cosicché seguita «serve …, prima di tutto, una robusta semplificazione e de-regolazione delle regole di gestione dei rapporti di lavoro» (domanda n. 1). Infatti, altre tutele, non si sa neppure quante, saranno attribuite al cittadino, solo solo successivamente e subordinatamente al recupero di risorse attraverso la riduzione “dell’eccesso” di spesa pensionistica ai livelli OSCE.
E giungiamo perciò alla seconda falsa premessa.
La composizione della spesa sociale. Per valutare il rapporto spesa sociale totale su spesa pensionistica, i dati OCSE non possono essere utilizzati, perché presuppongono una netta distinzione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale. Quei dati inferiscono dalla dizione “pensione” la natura previdenziale in senso stretto della presta­zione e quindi finiscono – non loro ma che usa i dati in tale modo - per attribuire alla spesa pensionistica italiana una serie di prestazioni di carattere assistenziale chi negli altri paesi vanno a incrementare le prestazioni assisten­ziali di sostegno al reddito (es. integrazioni al minino, assegno sociale) o alla disoccupazione (es. prepensiona­menti), o in generale incrementi solidaristici del tratta­mento pensionistico che hanno la loro fonte nella solidarie­tà sociale (es. contribuzione figu­rativa). A nulla dire dei diversi regimi fiscali che gravano le pensioni nei vari paesi. Se, tut­tavia, la spesa pensionistica, con gli stessi numeri, è rapportata ai paesi dell’Unione, essa denota una spesa addirittura minore della media (Franzini-Granaglia, nelMerito.it).
Non meno azzardata è l’affermazione della insostenibilità della spesa per le modifica­zioni demografiche in un sistema che dopo la virata al contributivo ha casomai l’opposto problema di assicurare l’adeguatezza delle presta­zioni minacciate dal ritardato ingresso nel mondo del lavoro, dal collegamento con il PIL (Raitano, nelMerito.it), dalla frammenta­zione dei rapporti di lavoro, già in atto, e sempre più auspicata dal “nuovo” modello, con partico­lare riferimento all’alternanza subordinazione autonomia. Non è tenuto in cale che nel nostro sistema il lavoratore autonomo percepisce un compenso molto inferiore a quello del lavoratore subordinato e sconta un’aliquota con­tributiva molto inferiore. Ciò a diffe­renza, per esempio, di quanto accade in Austria (v. Mainz.) o in Svezia (v. Engbold) in cui i compensi sono mediamente molto maggiori e le tutele estese perfino alla disoccupazione.
Il mercato e le regole. La regola è vista come tutore dell’incapace. Quando si afferma così che il mercato del lavoro è oramai adulto, se ne inferisce che non ha bisognoso di es­sere guidato, cioè non ha bisogno di regole. Preconizzando un mercato del lavoro “libero” che - senza le regole di gestione del rapporto - è da solo capace di creare maggiori e mi­gliori posti di lavoro.
Questa visione del Libro Verde supera perfino il neoliberismo dell’Europa della flexicu­rity, dove, invece, la de­regolamentazione è almeno la “seconda cosa”, mentre la prima resta l’approntamento di un sistema di protezione sociale generoso e attivo, che investe nelle poli­tiche del lavoro cifre dell’ordine del 4,51% per PIL (Danimarca) o 2,51% Svezia, non del 1,36 (Italia), (fonte: data extracted on 2008/10/28 09:40 from OECD.Stta).
Resta comunque il fatto che un’opzione politica iper liberista viene contraffatta come op­zione di politica socia­le e del lavoro a fondamento scientifico. Ma i presupposti assunti esi­stenti e pre-condizione per la deregolazione sono falsi per almeno tre ordini di considera­zioni.
Il primo è che il mercato non è assolutamente adulto. Un mercato del lavoro con un quarto di sommerso e con gli attuali tassi di occupazione e di disoccupazione, è invece pale­semente un mercato tutt’al più adolescente; che necessita di quindi di molte attenzioni. E poi non esiste “un” mercato del lavoro nazionale, ma molti mercati lo­cali. Come si può an­nullare nel “mercato del lavoro”, le differenze tra il mercato del lavoro della Sicilia e quello del Friuli?
Il secondo è che, oramai è dimostrato, non vi è nessuna correlazione tra rimozione delle tutele nel rapporto e crescita dell’occupazione. Come l’economia non può regolare, così il diritto non può creare. Il declamato caso spagnolo, con i suoi ultra liberi contratti a termine, ora che l’economia recede, si è rivelato un bolla che ha causa­to più disoccupati di quanti oc­cupati precari non aveva creato: il tasso di disoccupazione è cresciuto fino al 10,7% il peg­giore dell’UE (fonte: Time, sept. 8, 2008 p.6).
In terzo è che le regole di gestione del rapporto di lavoro non stanno in relazione, né ser­vono al mantenimento dell’occupazione, ma servono solo a proteggere chi lavora e chi non lavora dal lavoro. A consentire al lavoratore quel minimo di autotutela reale di diritti fonda­mentali durante il rapporto, che diversamente finirebbero nel cal­derone risarcitorio per equivalente, con il danno già fatto. Dunque, se togliamo le regole togliamo solo le prote­zioni, senza nemmeno creare un posto di lavoro – dignus, di qualità dice il documento – in più.
L’idea che il libero mercato sia il modo migliore per un più efficiente ed equa allocazione delle risorse è stat oggetto di un clamoroso autodafè “da parte di una dei suoi maggiori ar­tefici. In una recente intrevista al New York Times (October 23, 2008 , intervista di Ed­mund L. Andrews) Alan Greenspan ha dichiarato: -«Those of us who have looked to the self-interest of lending institutions to protect shareholders’ equity, myself included, are in a state of shocked disbelief.» E ha aggiunto: «Yes, I’ve found a flaw. I don’t know how signi­ficant or permanent it is. But I’ve been very distressed by that fact.»
Da canto suo il nobel J. Stiglitz spiega che il mercato lasciato alla sua regolazione crea crisi: «That is why I and many other economists believe that government regulation and oversight are an essential part of a functioning market economy. Without them, there will continue to be frequent severe economic crises in different parts of the world. The market on its own is not enough. Government must play a role.»
Se le impostazioni di due correnti di pensiero diametralmente opposte coincidono nella negazione della bontà della deregulation e per di più con riferimento al mercato finanziario, a fortiori la deregolamentazione di norme protettive non può essere un criterio ispiratore per il miglioramento delle prestazioni del mercato in termini di maggior e migliore occupa­zione.
Ci si deve chiedere, inoltre, se anche il mercato con senza regole funzionasse alla perfe­zione la riconduzione della regolazione del rapporto di lavoro nell’alveo del diritto civile, in cui la volontà negoziale individuale è sovrana, sarà poi in condizione di supe­rare le asim­metrie di poteri insite nel lavoro personale a favore altri? Il mercato è insomma idoneo a dare tutela alla persona che lavora mentre lavora? Cioè a sostituire il diritto del lavoro?
Una conferma del fatto che questo profilo non viene affatto considerato si ha con riferi­mento alle affermazioni del Libro Verde relative alla Inclusione sociale dei lavoratori svantaggiati. La proposta del Libro Verde è ancora più inefficace. L’idea è quella che il soggetto svantaggiato possa con le sue forze competere con quello non svantaggiato, giac­ché le re­gole della sua protezione finirebbero per limitarne la concorrenzialità. Cosicché la conseguenza sarebbe solo una: il lavoratore svantaggiato dovrebbe potere offrire il proprio lavoro con vantaggi competitivi rispetto al resto dei lavoratori, rinunziando a tutele e a sala­rio.
Se questa è l’idea si tratta di chiamarla con un nome che già il mondo del lavoro conosce: regime differenzialo per le “mezze forze”. Non più (ma è così?) e non solo donne e bam­bini, ma in generale le persone svantaggiate. La sostanza non cambia. Seppure questa fosse una via buona e con la quale si possano costruire dei by pass per gli art. 2, 3, 35, 36, 37 e 38 Cost., rimane da dimostrare che per il lavoratore svantaggiato questa auto-discrimina­zione attiva costituisce ragione di inclusione, poiché le norme costituzionali non sono superabili l’unica strada è accollare al sistema pubblico il costo differenziale della parità di tratta­mento, cioè ancora una volta gli incentivi economici e normativi e in questi non potranno escludersi gli obblighi datoriali, non essendo – notoriamente - il mercato la “Casa del Fi­lantropo”.
Il sommerso, gli incentivi economici, le regole. Non meno assertoria è la relazione tra inefficienze del sistema di “responsabilità” e sommerso. Poiché un fenomeno vario e com­plesso viene ricondotto all’unica ipotesi - asso­lutamente marginale - del lavoratore che frui­sce di una prestazione assistenziale e che contemporaneamente lavo­ra in nero.
Questa premessa mette sullo stesso piano le politiche di emersione (incremento dei tassi di occupazione rego­lare) e le politiche di inclusione sociale (gruppi più svantaggiati), ri­spetto ai quali viene individuata come obsole­ta una comune «politica di pura incentivazione economica», assunta come troppo onerosa e perciò poco signifi­cativa al cospetto «dei pene­tranti disincentivi normativi e burocratici che tanto incidono sulla vitalità di un mer­cato del lavoro». Allo stesso modo la regolazione viene considerata tutta uguale e tutta volta unica­mente contro il lavoro. Le questioni vanno invece distinte.
Il lavoro irregolare non è una categoria aggregante. All’interno di esso vi sono realtà pro­fondamente diverse. Che generano risposte profondamente diverse. Il sommerso del Sud è una realtà profondamente diversa da quelle del Nord.
Percentuali di sommerso superiori al 20% significano una comunità con regole diverse da quella del lavoro re­golare, una comunità deviante, una comunità illegale. Esattamente una second community (Zoppoli) in cui vigo­no, già al massimo grado, esattamente la dere­golamentazione e la responsabilità del lavoratore, che però sono il­legali. Sarebbe ipocrita pensare che simili strutture si immergano per fuggire alla regolamentazione del mercato e del rapporto e quindi sarebbe illusorio (e il fallimento delle politiche i emersione lo dimo­stra empiricamente) pensare di farlo emergere attraverso la de-regolamentazione di quello legale. Rendere legale l’illegale può essere una scelta politica, ma essa non ha nulla che ve­dere con la politica sociale. Abbassato il livello di guardia, cioè la soglia della legalità del lavoro, il mondo sommerso si immergerebbe ancora di più, alla ricerca del vantaggio com­petitivo che gli deriva dal differenziale di tutele. Anche questo è un dato di fatto. Le politi­che di deregola­mentazione di questi anni non lo hanno scalfito di un et. Se non si parte da questo dato di fatto il fenomeno non si può aggredire alla radice. Con simili percentuali – in assenza di veri e seri controlli, in assenza sanzioni efficaci e applicate - non si può pensare di rendere appetibile l’uscita dell’illegalità, semplicemente riconoscendo un sta­tus. Occorre invece fare terra bruciata attorno al sommerso, rendendo il lavoro regolare protetto più van­taggioso di quello sommerso e non protetto e comunque questo meno vantaggioso (conside­rati costi-benefici). E certo far questo non significa togliere le protezioni.
Si possono togliere tutte le regole, ma sarebbe illusorio pensare che l’economia illegale, che come tale deve essere trattata, ne resti folgorata e si ravveda.
Con ciò veniamo alla risposta. Gli incentivi economici non possono essere sostituiti dalla legalizzazione del­l’illegalità, né dalla disposizione, per di più non sussidiata, di diritti indi­sponibili a livello individuale.
Gli incentivi economici, infatti, per quanto ampi sono sempre poca cosa rispetto ai ritorni del sommerso e quindi non servono all’emersione. Essi però servono alla comunità legale per resistere, perché chi vive e lavora nella legalità in concorrenza con l’illegalità, se non ne sostenuta semplice­mente chiude.
Diverso sarebbe porre il problema degli incentivi economici in termini di necessità “ri­strutturare” il sistema di provvidenze economiche a favore di quelle imprese, favorendo quelle con più alto tasso di occupazione.
Una proposta come pre-condizione di qualunque intervento di riforma.
Si ipotizza l’embrione di un modello di finanziamento, esportabile a livello comunitario, del sistema di sicurezza sociale e previdenziale nazionale, finalizzato a rendere gli oneri so­ciali indifferenti (a) al luogo di utilizzazio­ne della forza lavoro e (b) alla natura del modello contrattuale utilizzato.
L’idea nasce dall’osservazione di un fenomeno contraddittorio fino al paradosso. Da un lato si pon­gono come obiettivi prioritari i problemi della occupazione e del “decent work”; si osserva lo sforzo di armonizzare le protezioni sociali e di estenderle sempre più al lavoro sans phrases, piuttosto che a quello subordinato in senso stretto. Ma da un altro lato si ca­rica il solo “decent work” - che continua a corrispondere al lavoro subordinato - del peso di finanziare un sistema di protezione sociale diffuso. Esso diviene così sempre meno compe­titivo, rispetto a quello precario e sfruttato. Correlativamente i lavori precari sopportano in­teramente il peso di questa differenza, per loro negativa, di protezioni.
Le causa si ciò sono agevolmente rinvenibili nella rottura della vecchia relazione tra pro­duzione e lavoro. Mentre un tempo, per realizzare una data produzione, non era possibile sfuggire alla relazione lavoro-prodotto, o alle relazioni luogo di produzione prodotto, oggi, invece, è sempre più conveniente fuggire dal tipo “lavoro subordinato” verso sistemi incom­piuti di utilizzazione della forza lavoro. Mo­delli contrattuali tra loro affatto diversi – quelli protetti e quelli precari - che un tempo, con riferimento all’interesse organizzatorio dell’im­prenditore, era impensabile sostituire l’un l’altro; ma che oggi, con riferimento al medesimo interesse imprenditoriale, si presentano invece fungibili. Riman­gono però assolutamente in­fungibili tra loro con riferimento all’assetto di tutele che comportano per il prestatore d’o­pera.
Ne deriva un modello che rende sempre più costoso e quindi meno competitivo il lavoro protetto e sempre meno protetto il lavoro competitivo; allargando le differenze tra soggetti protetti e soggetti sfruttati in disaccordo con le linee di cui agli art. 31 e 34 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’U­nione Europea.
Il finanziamento del sistema di sicurezza sociale gioca un ruolo decisivo sul costo del la­voro e sulla conseguente scelta in ordine alla localizzazione della produzione, ben oltre le parimenti significati­ve differenze di trattamento economico e normativo, ancora largamente presenti nel contesto euro­peo e talvolta anche in quello nazionale. E’ possibile trovare signi­ficativi scostamenti dei valori di pressione fiscale tra i vari paesi del­l’Unione, solo a patto di tenere presente che la differente determina­zione del “costo del lavoro”, può essere comprens­iva o non degli oneri sociali. E’ possibile trovare le maggiori differenze del “costo del lavoro” laddove sono diversi i sistemi di sicurezza sociale: ognuno con il suo sistema di fi­nanziamento e di protezioni. Se ne può quindi inferire l’importanza che il sistema di finan­ziamento della sicurezza so­ciale gioca rispetto alle tutele dei lavoratori, la loro mobilità e la circolazione delle imprese. E ciò tanto più per le imprese con elevati tassi di occupazione.
Il modello si propone di neutralizzare il tipo contrattuale quanto al finanziamento del si­stema di si­curezza sociale ad invarianza della pressione fiscale e contributiva complessiva, spostando della fonte di finanziamento, dall’imposizione sul lavoro all’imposizione sull’ef­fettivo valore del risultato del lavoro.
Questo meccanismo di si dovrebbe basare su una progressiva transizione dai vari sistemi verso un sistema unico di finanziamento basato sul valore aggiunto dal lavoro che sia pre­miale verso quelle organizzazioni che hanno elevato standard di occupazione per unità di prodotto; e – indirettamente – proporzional­mente più oneroso per chi direttamente o indiret­tamente determina dumping sociale come effetto degli strumenti di contenimento del costo del lavoro.
Da un lato si può intervenire sulla medesima base imponibile dell’IVA: aumento dell’ali­quota, ovvero mi­nore detrazione dell’IVA a valle, modificazione dell’imponibile e coeffi­cienti correttivi.
Da un altro lato si prevede un intervento sulla base imponibile ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP. E quindi si prevede la deducibilità di un parte variabile del maggior co­sto IVA, con coefficienti correttivi.
La percentuale di deducibilità corrisponde alla quota di finanziamento della sicu­rezza so­ciale che posta a carico del lavoro. La percentuale di indeducibilità la quota di finanzia­mento della sicurezza sociale che resta a carico della fiscalità generale. Fermo restando che il valore della prestazione previdenziale sia virtualmente agganciato al lavoro e alla capacità contributiva.
Gli effetti auspicati dall’introduzione del sistema ibrido sono in linea con le indicazioni della Commissione Europea per il rilancio della strategia di Lisbona per la crescita e l’occu­pazione.
Infatti il sistema produce questi effetti. Eliminazione del cuneo fiscale: con il conse­guente collegamento molto stret­to tra produttività del lavoro, costo del lavoro e retribuzione netta. Eliminazione delle differenze sulle modalità di assolvimento degli oneri sociali: svin­colandola dalle forme contrattuali di impiego della manodopera che può determinare l’au­mento della circolazione dei lavoratori e delle imprese. Riduzione del lavoro sommerso, poiché questo diventa molto meno competitivo. Parteci­pazione alla spesa sociale a carico di coloro che hanno delocalizzato la produzione ma che continuano a operare nel mercato da cui hanno delocalizzato l’occupazione. Quest’ultimo effetto dovrebbe introdurre un ciclo virtuoso inteso a ridurre il divario di competitività tra la produzione locale e quella deloca­lizzata.
Non meno preoccupazioni desta l’impostazione del quesito relativo nuovo ruolo delle re­lazioni industriali. Esso allude all’affossamento dei rapporti unitari del sindacato. Se è così, come sembra, la risposta è che esso non può portare nulla di buono. Soprattutto per quel sindacato che di notte briga con chi l’unità vuole rompere, al fine di acquisire un ruolo di in­terlocutore privilegiato che non gli assegnano né la rappresentanza né al rappresentatività, e di giorno gioca a fare il paladino di un nuovo sport nazionale: il buonsensismo. Alla fine questo sindacato e chi lo ispira otterrà, però per tutto il sindacato, che «il ruolo effettivo del sindacato (sia) di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello illegittimamente assunto di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e gover­native. Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferi­bile anche ai fini dell’incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costi­tuzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della libertà di lavoro e della tutela economica dei lavo­ratori». (Che è l’attuazione del Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli).
E’ davvero questo un risultato auspicabile?
Per un modello di rappresentanza democratica la via potrebbe essere quella di modelli di misurazione della rappresentanza effettiva sul modello del lavoro pubblico.
Ma anche per questa via la domanda torna sempre sul medesimo erroneo punto: che le norme protettive proteggano dalla disoccupazione. In tali errati termini si propone sempre surrettiziamente, l’abolizione delle regole sui licenziamenti, come strumento di incremento della dinamica del mercato e dell’incremento dell’occupazione. Il trucco è presto svelato ed è il medesimo su cui riposano molte (ma non tutte) le politiche di flessicurezza. Cioè che posto un livello accettabile dato di sicurezza sociale e del lavoro, il trade-off dello sposta­mento di tale sicurezza dal rapporto al mercato sia a zero sum game. Un modo come un al­tro per ignorare la funzione delle tutele, perché se una tutela è data per garantire un diritto dentro il rapporto, fuori dal rapporto quel diritto non potrà che essere garantito per equiva­lente. Cioè monetizzandolo, Dunque al di fuori della funzione di tutela, ma solo come voce di costo. E questa voce di costo è esattamente il costo delle transizioni professionali attra­verso l’innalzamento delle competenze, la formazione continua e il «decollo di un nuovo si­stema di ammortizzatori sociali».
Ma se è così la risposta è una contro-domanda. Ma la stabilità del rapporto e in genere le tutele nel rapporto, che sono tutele contro la naturale asimmetria di poteri del contratto di lavoro, in che modo ostacolerebbe tutto ciò?

diritto, economia e politica , , , , , , , , , , ,

Berlusconi sotto assedio !

Ottobre 8th, 2009

Scrive (su Libero) e dice (su Sky) Bechis che la vicenda giudiziaria del suo raccomandato non ha precedenti in assoluto nel mondo; e sciorina dati: Centonove processi, 2.500 udienze, 530 perquisizioni e acquisizioni di documenti da parte della Guardia di Finanza.
E commenta: Non esiste un paragone possibile nella storia giudiziaria di Italia. Non esiste un cittadino finito come l’attuale presidente del Consiglio nel mirino della magistratura. E non è solo storia italiana: a 102 processi non sono stati sottoposti né i criminali nazisti né Al Capone.

D’accordo, ma se Berlusconi dunque è peggio di costoro, di cosa si precoccupa Bechis, di inatasare ancor di più le la aule di giustizia?

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