Sveglia!* Scilicet: in difesa della Costituzione salviamo l’università pubblica: perché di questo si tratta!

novembre 7th, 2010

*[Sveglia! Chi non si è mai trovato tra le mani il foglietto - invariabilmente apocalittico - dei Testi­moni di Geova? (Ognun sa di che parlo.) E sì. Ci vede tutti dormienti e sinceramente affranto per le nostre sorti, di riottosi, ciechi e sordi, grida, invariabilmente, sveglia! Mi sento come il foglietto. Non demordo. E come quello insisto. A lungo e rigiro e ripeto. Ho fede: nella ragione dell'Uomo; al fine. E cosi gri­do: sveglia!!]

Quid accidit?

Che succede all’università italiana? È sotto attacco. Un attacco pesante, insidioso, fariseo e distrutti­vo, probabilmente anche incostituzionale. E nessuno ne parla? Che succede? Uno dei peggiori in­ciuci della politichetta degli ultimi anni si consuma a danno irreversibile del futuro del paese, della possibilità di formare successive classi dirigenti libere, critiche, pluraliste e democratiche, avviluppa e soffoca ogni voce di dissenso. Non c’è dibattito, non c’è inchiesta, Non c’è approfondimento. Non c’è l’università, quando si parla di università statale. Al massimo qualche professore di università privata.
Una (contro)riforma, brutalmente preparata da un assedio per fame e per sete, asperrimo come mai veduto prima. È presentata esattamente per l’opposto di quella che è: è retriva invece che moderna; è lobbista invece che meritocratica; è oligarchica (baronale) invece che democratica; è asservita inve­ce che libera; è dipendente invece che autonoma; è conformista invece che critica. Lo spiegherò appresso.
Prima occorre dire che quanto accaduto, accade e – non ancora inevitabilmente – accadrà, non è un caso, non è neppure l’effetto di incompetenza né quel­la palese della ministra né della presidente della commissione cultura né di altri che – lì – sull’università pontifi­cano. Tuttavia, dopo gli studi, se va bene, senza averci passato un giorno solo nelle università. Sarebbe questa un’atte­nuante, ma ingenerosa, per il vero artefice della riforma: il ministro Tremonti. Ideatore ed esecutore della missione ground zero, che non equivale alla più aulica espressione fare tabula rasa, perché dopo la demolizione non si vede nuova scrittura; si rivede quella ancora più vecchia. Vale a dire che se questo non è lo scopo vero e immediato della riforma, ne è l’effetto solo. Eppure, per quanto tragico possa essere proiettare nel futuro prossimo le conseguenze della demolizione, esse nulla sono. Rispetto all’obiettivo di lungo periodo. Quello vero: creare una società una; interamente dipendente dal suo capo: Priapo. Una distopia che peggio non si può immaginare. Se l’avessero immaginata i Pink Floyd, certo, invece che martelli a marciare, in The Wall, profetico, avrebbero messo dei cazzi capovolti, come quello del Priapo: duce e nume dei riformatori. Ossimori irriducibili, eppure viventi sono costoro: Robespierre-restauratori, giacobini di destra, giansenisti di sinistra. Come un ossimoro è la loro riforma: meritocratica senza meriti e democratico-autoritaria. Questa non èp che una previsione, hic et nunc bisogna pensare al presente. È ora di occuparsi della contingenza. Perché è dall’efficacia con cui si interviene – adesso – che si può impedire la distopia priapistica.

Bellum parate,
quoniam pacem pati non potuistis. Partiamo dalla disinformazione, cioè dal modo in cui viene preparata l’opinione pubblica ad acco­gliere quello che mai, con un’informazione corretta, invece accoglierebbe. Ecco quale: l’università oggi è baronale, autoreferenziale, scarsamente produttiva, troppo indietro nelle classifiche internazionali. E spendacciona: oltre il 90% in personale e non produce neppure una saponetta!
E così, via con il tormentone del nepotismo: di letto o di sangue. E poi via con i concorsi (che con­corsi non sono) che … “lasciano fuori bravi”. E ancora, via con … “i cervelli in fuga”. E dai con l’of­ferta formativa che … è troppa! E metti i fuori coso e gli abbandoni che …. sono più alti dei quelli degli altri. E via di lì: la strada è spianata; chi più ne ha più ne metta. Arriva il salvatore, il demiurgo deus ex machina: l’avvocata in trasferta o per corrispondenza, la ministra dell’istruzione. Parola d’ordine: bisogna riformare. E via con l’eco dei parassiti, ruffiani e cicisbei di regime: bisogna rifor­mare, riformare, riformare, riformare … . tutto è pronto. Nessuno che dica quanto è la spesa per studente, a petto delle altre nazioni; nessuno che dica quanti sono i mq di attrezzature per studente e per docente a petto dei cd eccellenti; nessuno che dica quanto costa un laureato, a petto dei paesi dell’OECD. Nessuno che dica quanti collaboratori – pagati, non da lui – ha un professore, a petto delle migliori università prese a obiettivo; straniere perché le italiche private non se la passano meglio, come ci ricorda Sylos Labini in http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/29/confindustria-ed-universita/74247/ ).

Alea iacta est
Siamo pronti anche noi, partiamo dunque. Useremo allo scopo di vedere il bluff le stesse premesse dei riformatori, le daremo per vere. E quindi: tutto il potere nell’uni­versità è nelle mani dei baroni; i baroni curano solo i loro interessi a danno dell’interesse pubblico e generale; nell’università regna il più bieco egalitarismo a tutto scapito della meritocrazia. Si lo dia­mo per vero, e senza distinguo; e non c’è ironia. Vogliamo solo confrontaci ad armi pari, sullo stesso campo.
Useremo perciò anche gli stessi obiettivi dei riformatori, li daremo per buoni: togliere il potere ai ba­roni, definitivamente; promuovere nell’accesso e nella carriera solo i meritevoli, insomma: merito­crazia. (Sia detto per inciso: essa fu una parolaccia, così la intese chi la coniò, il sociologo inglese Michael Young, chissà se la ministra lo sa e chissà se sa che è il perno dei regimi fascisti, lo avrà pure studiato che era lo strumento che Benito Mussolini opponeva alle “potenze demo-plutocrati­che”; ma si che lo sa!) Prendiamo per buona la filosofia meritocratica, senza distin­guo. Si lo diciamo per vero; non c’è ironia. Vogliamo solo confrontaci ad armi pari: siamo perfino disposti a far finta di essere jeffersoniani; e non lo siamo.
Vogliamo che le contraddizioni, se non le truffe della controriforma, vengan fuor da sé.
Su queste premesse esaminiamo i soggetti del processo riformatore: quelli che la dettano, quelli che la fanno, quelli che la subiscono, nel senso che ne sono oggetto. E li cataloghiamo in due insiemi: quelli a cui piace e quelli a cui non piace.
Quelli che la dettano, alcuni: Giavazzi (ordinario di università privata), Ernesto Galli della Loggia, (ordinario di università privata), Angelo Panebianco (ordinario con due piedi in due scarpe, una pubblica e un’altra privata), Roberto Perotti (ordinario, università privata), Giulio Tremonti (ordina­rio università pubblica, deus ex machina dell’ITT, università personale), CRUI (un drappello di or­dinari, i Rettori delle università italiane, gli attuali capi), fondazione Trellle (tra i fondatori Fedele Confalonieri), infine, ma non da ultimo, l’iperattiva e scalpitante Confindustria (gestore della LUISS, università privata). Già la Confindundustria. Come mai? Ma per il bene del paese! Codesta associazione (di filantropi, of course), infatti, ci ha abituati alla sua neutralità, alla sua obiettività, al suo illuminato liberalismo, alla sua capacità di scegliere solo per meriti, fin dal 1925. Quando, con lo storico accordo di Palazzo Vidoni (cinismo della storia, oggi sede dell’altro grande restauratore, absit iniuria verbis, il diminutivo e alla mancanza di portafoglio, il ministrino Brunetta), sempre per il bene del paese, scelse Mussolini, il marciatore, e ci si accordò. Mettendo fuorilegge i sindacati (non fa­scisti) dei lavoratori. Accettò in pieno il regime corporativo e fascista, ne trasse tutti i benefici. Sempre per il bene del paese e per il bene del paese non si oppose alle leggi razziali. Ma come pote­va dubitare del liberalismo del duce? Non erano e non sono britannici: senza Dio e senza Patria; lo­ro. Loro sono solo loro pragmatici, per il bene del paese. Si fanno gli affari loro (e infatti prendersi gratis l’università è un affare per … l’oro); sempre per il bene del paese. Come dubitarne. Come dubitarne con un passato sì glorioso, quando, per tornare alla storia recente, flirtano con ora con il premier (non importa quale) o con il suo antagonista (importa ancor meno), secondo come gira il vento. Sempre per il bene del paese. Già. Il bene del paese.
Quelli che la fanno: Tremonti-Gelmini e l’utile idiota, quello non manca mai, il PD; ancora alla ri­cerca di un’identità, ancora complessato di comunismo-leninismo, ancora in fasce a pietire dall’avversario un freudiano legittimante“bra­vo”. Disposto a essere più realista del re. Più a destra della de­stra. Più liberista dei liberisti. Pur di essere di più ma come l’altro. Mettono dentro tutti … dell’altro. E poi se la prendono, dentro, con i propri … rottamatori; gli unici che potrebbero de-gerontizzarlo e tirarlo fuori dalle sabbie mobili, quelle dell’università per esempio, in cui si è cacciato. È lì, in linea con Confindustria (si la stessa di qualche rigo sopra) la pro bono et aequi societas. Enrico Letta e Gianni Rocca sono lì. Sono le loro bocche, volteggiano all’unisono nel cielo, pronti alla picchiata divoratrice non appena la carcassa dell’università schianterà al suolo. Manca poco: non temano di precipitare; tengano duro, anzi. Sì li esortiamo; non li vorremmo sulla coscienza. Due intellettuali così, veri. Mica come gli accademici, gli impostori, intellighenzia snob, finta; corporativa, avida. PD! Sveglia! Siete all’opposizione. Sve­glia! Siete per lo stato sociale, la libertà, la giustizia sociale, la solidarietà, il welfare, la sicurezza sociale, la scuola pubblica laica interclassista, pluralista, democratica; lo ricordate, o no? Siete di si­nistra e il governo di destra. Oppure no? Siete per le primarie, la concertazione, il dialogo con le parti sociali, le riforme condivise, le riforme per, le riforme con, contro le riforme contro. O avete dimenticato anche questo. E si che lo avete dimenticato. Ci fate fare la riforma contro e nulla dite; contro il paese e ci mettete il carico da undici.
E voi, quelli di destra. Che siete al governo del Paese. Non avete figli? O pensate di essere immorta­li. Che state facendo? Sveglia! Svegliatevi anche voi. Un ristretto nucleo i lobbisti, vi sta facendo fessi, e ancora non lo capite. Ragionate con la vostra testa: non è argomento che interessi o che stia al cuore al vostro capo. Troppo complicato, non gliene frega niente dell’università, non una parola spesa.
Quelli che la subiscono: studenti, famiglie, professori, aspiranti tali (i precari).

Redde rationem …
Cataloghiamo. A chi piace e a chi no: è la tesi. Correlato logico indispensabile a chi dovrebbe piacere e a chi no: è l’ipotesi. Se tesi e ipotesi coincideranno la riforma sarà vera, se non coincideranno ci stanno facendo fessi.
A chi dovrebbe piacere: a quelli che il potere non ce l’hanno dentro l’università. Ci sono i ricercatori che non sono affatto precari, ma professori nella fase iniziale della carriera a cui viene da trent’anni rinviata la definizione dello stato giuridico. Sono professori a cui viene negata la dignità di profes­sori. Per questo la loro dichiarazione di “indisponibilità” è efficacie: fanno solo quello per cui non devono essere considerati professori. Non fanno i professori, visto che glie lo negano.
Dovrebbe piacergli perché se sono bravi potrebbero far carriere per ciò solo. Senza che ciò dipenda dagli umori dei baroni.
Ci sono i professori associati. Che sono già professori. I quali però possono ancora far carriera, per diventare ordinari. Dovrebbe piacergli, innanzitutto per le stesse ragioni per cui dovrebbe far piacere ai ricercatori, quanto alla carriera e poi perché, poiché sono professori non baroni, la riduzione del po­tere dei baroni significa renderli effettivamente partecipi del governo dell’università. Ci sono anche i professori ordinari “illuminati”. Perché non tutti gli ordinari sono baroni. Come non tutti i berga­maschi sono cretini e non tutti i siciliani mafiosi, e non tutti i napoletani imbroglioni e così via di luogo comune in luogo comune. Perché per essere barone (cioè oligarca) non basta essere ordinario, magari bravo, ce ne sono anche lì, occorre essere inquadrato in consorterie extra-accademiche. E questo agli accademici, anche ordinari, non piace. Quindi anche a loro dovrebbe piacere la riforma.
Che dire poi delle famiglie e degli studenti. Le une, che hanno i figlioli sempre più bravi e merite­voli di quelle degli altri, dovrebbero finalmente vedere affrancata dalla crudeltà dei professori baro­ni le aspirazioni dei loro, non più, pargoli. Gli studenti, per i quali tanto i professori sono tutti baroni, tranne quelli che lo sono, ma loro non lo sanno, perché tanto all’università si vedono poco e niente, dovrebbero essere contenti. Via i baroni, il loro peso negli organi accademici diventa reale. Via i baroni, se hanno merito andranno avanti senza compromessi. Infine ci sono i precari. Che brutta espressione! Eppure vera. Chi sono? In un paese normale, sono i giovani tra trenta e quarant’anni, cioè giovani non giovani, ma non in Italia dove i pantaloni lunghi si indossano passati i sessanta, che dopo avere conseguito un dottorato di ricerca (il più alto titolo di studio del nostro ordinamento), tre anni post laurea, cioè un titolo che attesta che hanno acquisito conoscenze, metodi e attitudini alla ricerca scientifica, hanno iniziato con l’università la loro attività di collaborazione scientifica (e spesso inopinatamente anche didattica, ma non è colpa loro).
Sono i titolari di un assegno di ricerca. Anche quattro anni. A volte ci sono più assegni e più rinno­vi. Sono, insomma, ricercatori a tempo determinato, come quelli che introduce la riforma. Sono ri­cercatori untenured, nel disegno dei riformatori. Poi ci sono i contratti di insegnamento, con i quali vanno in cattedra come se fossero professori; come se fossero nel senso formale. Perché in senso sostanziale sono ben in grado di farlo.
Costoro sono gli aspiranti professori. Coloro che vivono dentro l’uni­versità e indispensabili, ne sono però fuori. E vorrebbero entrarci. Chi non li fa entrare? Semplice vien detto: un meccanismo selettivo che non valorizza il loro merito e i baroni che deviano le poche risorse di­sponibili – altro assurdo – vero si loro protetti, non foss’altro che per pure ragioni di scuola accade­mica. Dunque, costoro, dovrebbero essere i più contenti. Perfino più dei ricercatori.
A chi non dovrebbe piacere: ai somari, ai pigri e ai baroni. Togliamo somari e pigri, perché tanto nessun somaro né pigro direbbe mai di essere scontento perché insidiato nella sua beata ignoranza o amena oziosità. Un dato impossibile da accertare. Restano i baroni. L’oligarchia che comanda. La CRUI, per esempio. Un’univesità non solo a-baronale, ma addirittura anti-baronale non dovrebbe proprio andargli giù. Si è mai vista un’intera classe dirigente che pratichi il suicidio di massa, o an­che soltanto la resa di massa, in nome del rinnovamento? Per fare posto alle nuove leve? No. Non si è vista mai. (Se no perché il PD sarebbe così com’è.) No, non gli piacerebbe proprio: le oligarchie sono i veri Gattopardi, a ogni latitudine; altro che i siciliani. Chi non legge così Tomasi di Lampedusa o è o si ci fa. Se siete arrivati fin qui, meritate la soluzione. Eccola.

iam enim non poteris villicare
A chi non piace questa riforma? Non piace, proprio no, non va giù, ai ricercatori, quelli di ruolo, di­co; a tempo indeterminato. Quelli che son dentro e con la riforma dovrebbero venire affrancati dal giogo baronale. Ma non gli piace; no non gli va giù. Loro sono gli indisponibili. La rigettano in to­to. Non si sono fatti comprare dal tentativo, goffo e populista – del tutto inaccettabile e come tale ri­spedito al mittente – di barattare il loro consenso alla riforma con promesse (la cui onorabilità rima­ne peraltro tutta da verificare) di generalizzati passaggi alla fascia degli associati. La posta è alta e sul piatto non ci sono interessi personali né corporativi. E agli associati? Non piace neanche a loro.
Tanto non gli piace, pur poco o niente avendo da perdere in termini corporativi, che con un movi­mento spontaneo, nato, cresciuto, strutturato e vivente in Rete, ha dato vita all’assemblea costituente del Coordinamento Nazionale Professori Associati delle Università Italiane, che si terrà in Roma il 15 novembre prossimo. Tanto non piace ai professori associati che nel giro di pochi giorni ha aperto il sito ufficiale del coordinamento di opposizione al ddl, raggiungibile all’indirizzo web http://www.professoriassociati.it , (in cinque giorni 1000 e utenti unici e 3000 pagine viste) ha ela­borato un documento programmatico che ha raggiunto 200 sottoscrizioni in due giorni, conta su una mailing list di oltre 600 iscritti in una settimana, con incrementi velocissimi. Condivide la posizione dei ricercatori e si fa pubblico emblema dello smascheramento della natura truffaldina del ddl Gelmini-Tremonti.
A chi piace? Non è difficile da scoprire: eppure sembra incredibile. La riforma anti-baroni, piace ai baroni. Piace solo a loro e alla Confindustria. Già, gli piace. È indubbio, non ne fanno ministero, an­zi lo propagandano. Loro che hanno i mezzi di comunicazione. E lo fanno come se fosse una rifor­ma condivisa dall’università. (Ma non lo è.) Potrebbe bastare, ma non ci accontentiamo. Chissà che possano avere ra­gione a esser contenti, sempre nell’interesse per paese. Ci mancherebbe altro.
Vogliamo vederci più chiaro. Vogliamo chiarire, approfondire. Lo facciamo.
Ci si sarebbe aspettati, come scelta strategica finalizzata a contrastare gli assetti oligarchici ed anti-meritocratici, che concentrano tutto il potere accademico (ed economico) nelle mani di pochi, – ap­punto i “baroni” – che gli spazi di decisione ed autogoverno delle università venissero distribuiti, piuttosto, tra tutti i docenti (attraverso il ruolo unico, con progressioni economiche subordinate al superamento di periodiche verifiche della qualità del lavoro svolto, per esempio).
Il ddl invece, concentra tutto il potere nelle mani di nove o dieci persone, il gran Consiglio (di Ammi­nistrazione), tra cui troveranno facilmente posto i sempiterni “baroni” (ivi compresi, tra gli esterni, ordinari neo-pensionati), oltre che politici, funzionari di partito, imprenditori (non importa se anal­fabeti, evasori, collusi o magari mafiosi). Tutto ciò, sotto la guida di un Rettore-Condottiero dal potere incontrol­lato ed incontrollabile.
Ci si sarebbe aspettato, come scelta strategica in funzione «anti-baroni», che si mettesse fine alla “stabile precarizzazione” dei giovani, attribuendo a un corpo accademico allargato a tutta la docen­za la loro formazione e selezione.
E invece il nuovo modello di ricercatore universitario si basa proprio sulla perdita di autonomia e indipendenza e sulla sottomissione a logiche clientelari; esso mortifica inoltre il ruolo attuale del ri­cercatore universitario, a cui si continua a negare il riconoscimento formale di quello che è: un pro­fessore universitario alla fascia iniziale.
Il ddl mortifica, in particolare, il ruolo accademico degli associati. Essi infatti, già assunti come professori di ruolo con stato giuridico, nel vecchio regime, analogo a quello degli ordinari, vengono retrocessi a docenti di supporto di una oligarchia di ordinari a tutela dei quali la legge ha già previ­sto per loro un numero ristrettissimo: il 10%, o, nelle ultime modifiche, il 20%, dell’intero corpo ac­cademico. Un corpo accademico che senza limitazioni adesso ne conta il 50% circa. Cosicché il po­tere concentrato ha la garanzia di rimanervi a lungo. Se per oligrachia baronale, vi sembra poco!
Quale meritocrazia persegue il DDL se ai meritevoli non viene ex ante offerta una seria possibilità di carriera? Ai meritevoli. Significa che chi ha il merito fa carriera senza altre condizioni che il me­rito. Ma nella legge c’è tutto il contrario. I meritevoli potrebbero far carriera, se ci saranno i denari, se ci saranno i posti, se … . Se non ci saranno, non la faranno. I non meritevoli non la faranno (come di massima non la fanno), esattamente come i meritevoli senza denari. Altro che meritocrazia, è “egalitarismo di basso profilo”, proprio quello che la ministra dice – a parole – di volere debellare.
Morale della favola. La riforma piace a chi non dovrebbe piacere, non piace a chi non dovrebbe.
I conti non tornano. Qualcuno qui ha barato.

Estote parati!
Il Coordinamento Nazionale dei Professori Associati delle Università Italiane, http://www.professoriassociati.it , al fianco di tutte le altre componenti dell’università, che ovun­que in Italia stanno manifestando fermo dissenso e alta preoccupazione verso la controriforma, clientelare e baronale, contenuta nel ddl Gelmini-Tremonti-.
Faccio appello alle intelligenze migliori del parlamento e del governo affinché ritirino o congelino il ddl e quindi avvino una seria stagione di concertazione (e non sterili audizioni passerella) con tutte le componenti dell’università e le loro rappresentanze, istituzionali professionali, politiche, associative e spontanee, per arrivare a una ri­forma condivisa dell’università italiana che ne accresca i meriti, del tutto assai ingenerosamente ne­gletti, ne assicuri e potenzi l’autonomia nella ricerca scientifica, didattica, culturale, opti per un mo­dello di governo democratico, fornisca pari condizione di accesso ai mezzi di ricerca e realizzi un sistema indipendente di valutazione.
Nel Coordinamento associati si sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar de’ venti.
Non praevalebunt !

diritto, economia e politica, politica, società , , , , , , , , , , , , , , ,

Princìpj di scienza nuova*

giugno 29th, 2010

*pubblicato per riassunto su asudeuropa n. 24 del 2010 pp. 12,13

Le cronache di questi giorni si sono divise tra la nazionale di calcio e la Fiat di Pomigliano. Due vicende in apparenza lontane ed estranee l’una l’altra. Due vicende che però condividono il male italiano della ricerca del demiurgo; accade in politica, in economia, nello sport: Berlusconi-Bossi, Marchionne-Bonanni, Lippi-Abete. Qual è la vicenda di Pomigliano e quale quella degli azzurri è noto. Riflettiamoci a partire da Pomigliano. Riassumiamo così.
La Fiat produce il corrente modello della Panda in Polonia; paese UE dell’ex blocco sovietico, (Paese in cui la Fiat era presente ben prima della caduta del muro);
La Fiat dovrà produrre la Nuova Panda: nuova auto, nuova linea. Serve di evidenza un nuovo stabilimento; se non fosse così la vicenda di Pomigliano sarebbe già stata archiviata come quella di Termini. La Fiat è un’impresa globale (come si dice oggi) produce indistintamente laddove più gli conviene. Fa solo il suo mestiere. Se la Fiat prevede di localizzare la nuova produzione in Italia è perché pensa di poterne trarre un qualche vantaggio. Probabilmente strategico. Infatti, Fiat produce già in Italia: Melfi, Milano, Torino (il resto per ora non conta). Dunque, Melfi Milano Torino: stabilimenti che ancora ci sono, producono, costano, restano; almeno Milano Torino. Dunque, nel momento in cui Fiat localizza la nuova linea in uno stabilimento italiano e per farlo chiede garanzie di produttività e di controllo assoluto del ciclo, è chiaro che parla a Pomigliano perché intendano a Melfi Milano Torino.
In altri … Termini: cioè da dove in verità inizia il discorso Fiat/Italia. Eccoli i legami: Termini e Pomigliano sono (erano) i due stabilimenti più meridionali; Termini e Pomigliano sono (erano) i due stabilimenti meno produttivi, più assenteisti, più furbi, due palle al piede, insomma; ostinarsi a negarlo non cambia le cose e non alleggerisce la palla: che poi è l’unico rimedio efficace; Termini e Pomigliano, perciò, sono (erano) destinati a chiudere entrambi, perché entrambi non convenienti;
Termini e Pomigliano sono (erano) legate a doppio filo: caduta l’una l’altra può ancora salvarsi.
Termini-Serbia, viaggio di sola andata. È quello che accade quando è la partitica, cioè la politichetta nostrana, che pensa di gestire gli investimenti privati, e non si accorge che il tempo delle “liste di collocamento” o delle “liste fornitori” è passato; a chi può competere sul mercato americano dell’auto non si possono imporre “soci amministratori” in cambio di denari.
Polonia-Pomigliano: andata; ritorno open. Come Termini, termina Pomigliano se si rifiutano gli investimenti alle sole e uniche condizioni della Fiat: e il gioco è fatto. E vale anche altrove.
L’accordo prevede clausole largamente peggiorative per i lavoratori con riferimento al trattamento derivante dagli accordi aziendali generali (cioè a valere per tutta la Fiat), dal contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici (cioè del contratto della Fiat e delle altre imprese e lavoratori del settore), dalla legge.
La contropartita sociale e collettiva è data appunto dall’investimento che garantisce i cinquemila posti dello stabilimento di Pomigliano e i quindicimila dell’indotto. Ventimila famiglie. Circa centomila per sone. Non è roba da poco. Come pochi non sono settecento milioni di euri.
Ora, tra le critiche della Fiom all’accordo spicca quella del “ricatto occupazionale”, brutta espressione che tradisce un giudizio valoriale pregiudiziale, ma non del tutto infondata.
Quell’occupazione a Pomigliano non c’è. Il recente passato conosce ore su ore di cassa integrazione. Dunque l’aut aut di Marchionne sembra del tutto legittimo e tatticamente ben studiato. Non c’è ricatto. È la legge di domanda e offerta. Non si dimentichi, infatti, che l’interlocutore di Fiat non è il lavoratore, il singolo debole lavoratore. Gli interlocutori sono il contropotere sindacale e la parte politica: a cui si chiedono due anni di cigs totale a zero ore per la ristrutturazione dell’impianto. Allora lo scandalo dove sta? Appunto scandalo non c’è. Fiat e sindacato dovrebbero fronteggiarsi da pari a pari. Dovrebbero: al condizionale; perchè? Perchè il contro-potere sindacale è oramai una farsa. Il sindacato è diviso, annientato da dieci anni di logoramento interno. Dieci anni di accordi separati, con la CISL a diresempredisi ai governi di lega-destra (contratto a termine selvaggio, orario di lavoro a go go, legge c.d. Biagi, riforma del modello contrattuale, manovre finanziarie) e a fare il sindacato di governo nella speranza – riuscita – di fare con il PDL oggi, e con FI, ieri quello che faceva con la DC nella prima re pubblica. Ma purtroppo la CISL non è quella della prima repubblica e il PDL non è la DC di Moro e Zaccagnini.
Se è vero che Fiat può sempre andare altrove è anche vero che ha ancora larghi interessi produttivi in Italia; ma nè il sindacato (diviso) né la politica economica di governo (inconsistente) sanno creare le condizioni perché ciò stia sul mercato, così come ci stanno le promesse di investimento. Inoltre, se si lascia che le aree economicamente depresse del Paese dipendano da un unico investitore, senza creare le condizioni di mercato affinché anche altri investitori possano competere, è chiaro che gli strumenti negoziali si riducono all’osso. Cosa fa il sindacato? E cosa la politica? Questo è il punto. Non fanno nulla. Nulla di utile in tale senso.
Di fronte a un imprenditore che propone un piano lecito, legittimo, pur strategicamente ingegnoso e spregiudicatamente apprezzabile si assiste al logoro cicaleccio dei buonsensisti capeggiati da Bonanni con Angeletti nel ruolo di corifeo e gli altri del coro a fare scandalo della Fiom: il diavolo comunista!
È il risultato operativo del decennale vieto baratto ipocritamente condotto sotto la bandiera, oramai lacera, della modernizzazione delle relazioni sindacali, che ha portato il sindacato chedicesempredisi ad attuare il punto 3 del piano della P2, che prevedeva appunto «la sollecitazione alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell’UIL, per [...] rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti».
Solo così si possono spiegare l’adesione incondizionata della Fim/Cisl al piano Marchionne e il modo di conduzione della propaganda referendaria a un piano che diventa contratto collettivo aziendale per adesione e che prevede: 18 turni settimanali di 8 ore ciascuno per sei giorni ebodmadari (7 giorni e 21 turni peri manutentori); di 80 ore di straordinario esigibili unilateralmente nel 18° turno (dalle 22 del sabato alle 6 della domenica); la riduzione delle pause nel lavoro in linea da 40′ a 30′; l’eliminazione della pausa refezione intermedia e del suo spostamento alla fine del turno, spostamento funzionale alla utilizzazione della ulteriore quota di lavoro straordinario durante quella pausa. Condizioni di lavoro negoziazione delle quali ci si sarebbe aspettato l’intervento di tutti i sindacati; perché se un sindacato non negozia sulle condizioni di lavoro, non si riesce a comprendere che cosa esiste a fare.
Prevede poi altre due clausole, una sul trattamento di malattia e un altra sul di ritto di sciopero; clausole non secondarie ma a cui si è dato tropo peso facendo perdere di vista il nodo del problema.
La clausola sul trattamento di malattia prevede che per «contrastare forme anomale di assenteismo» in occasione di particolari eventi non epidemiologici e «nel caso in cui la percentuale di assenteismo sia significativamente superiore alla media, viene individuata quale modalità efficace la non copertura retributiva a carico dell’azienda dei periodi di malattia correlati al periodo dell’evento».
Com’è noto la protezione del lavoratore ammalato si articola su due livelli: uno normativo previsto dal la legge, consistente nel diritto alla conservazione del posto durante l’assenza qualificata e un altro eco nomico, previsto sia dalla legge sia dal contratto, consistente nel diritto a percepire un’indennità rag guagliata alla retribuzione perduta a causa dell’impossibilità di lavorare. Questa indennità è pagata dal­l’INPS che assicura obbligatoriamente la malattia del lavoratore. Ora gli è che l’assicurazione sociale in parola corrisponde la detta indennità solo dal quarto giorno di assenza per malattia, cosicché, quale che sia la durata di essa, l’ordinamento sociale valuta sopportabile per il lavoratore la perdita di tra giornate di retribuzione per evento morboso; per questo motivo il periodo prende il nome di carenza (di assicurazione). A partire dagli anni ’70 la contrattazione collettiva nazionale diede, come condizione di miglior fa vore per i lavoratori, copertura retributiva anche alla carenza assicurativa.
Si tratta di tutta evidenza di materia del tutto contrattuale che integra il trattamento economico del lavo ratore; quindi nella piena disponibilità del contratto. Pacifico essendo che non esiste una gerarchia tra contratti collettivi di diverso livello, ci pare pienamente legittimo disporre di tale diritto.
E veniamo al merito della clausola. Lo scopo della clausola è quello di combattere contro gli abusi che vengono commessi con un meccanismo di responsabilizzazione collettiva.
La critica sollevata al meccanismo (a parte quella che riguarda la fonte aziendale) è che con la clausola suddetta si sparerebbe nel mucchio della maggioranza di lavoratori onesti per colpire pochi disonesti cialtroni che simulano la malattia per vedere le partite di calcio o per truffare l’indennità durante gli scioperi. In realtà la clausola prevede che la sospensione della tutela contrattuale riguardi solo le assen ze verificatesi nel periodo che risulta anomalo. Sicché appare ragionevole che verificatasi la fattispecie in occasione dell’andata di una partita di coppa la stessa non si riverifichi al ritorno. Certo la clausola è affinabile e migliorabile (non è questa la sede dare suggerimenti) ma il meccanismo in sé stesso non è lesivo di diritti inderogabili e non impedisce (anche se rende più onerosa) la tutela del lavoratore incol pevole. Ma il senso del meccanismo non è quello di non pagare la copertura contrattuale tout court (co sa pure negoziabile) ma quello di innescare un meccanismo virtuoso per il quale il lavoratore tifoso o furbo perda interesse ad assentarsi per malattia durante le partite.
Più articolata è la questione sulla c.d. clausola di responsabilità (punto 14) che riguarda il governo del diritto di sciopero. L’accordo, in estrema sintesi, prevede due ordini di rimedi al verificarsi di «[...] comportamenti idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate per la realizzazione del Piano e i conseguenti diritti o l’esercizio dei poteri riconosciuti all’Azienda dal presente accordo, [...] libera l’Azienda dagli obblighi derivanti dalla eventuale intesa nonché da quelli derivanti dal CCNL Metalmeccanici.»
Un rimedio è a livello collettivo e un altro è a livello individuale. A livello collettivo, la pattuizione integra quella definita «clausola di tregua (sindacale)» in forza della quale, in applicazione del presupposto prin cipio pacta sunt servanda, i soggetti firmatari dell’accordo, in questo caso sindacati (per sé stessi e non quali rappresentanti dei lavoratori), assumono l’impegno ad astenersi da iniziative di lotta intese alla modificazione degli accordi durante il tempo di vigenza degli stessi.
Si tratta di una clausola di parte obbligatoria (cioè la parte che non riguarda i rapporti individuali di la voro) e che come tale è nella piena disponibilità delle parti (sindacati). Da questo punto di vista non suscita scan dalo neppure la disposizione che considera illegittimo uno sciopero spontaneo (cioè non organizzato dal sindacato) durante il periodo di tregua, per l’ovvia considerazione che se così non fosse da un lato la clausola potrebbe essere facilmente aggirata dallo stesso sindacato e da un altro lato che lo stesso sindacato perderebbe larga parte della sua autorevolezza nel governo del conflitto; si tratta di una clausola che ad un tempo si basa sul “potere di influenza” del sindacato, lo rafforza, fa scommettere il sindacato su di esso. Insomma, nel punto 14 sono previste sanzioni solo per il sindacato ancorchè la violazione provenga da non iscritti. Dunque se il sindacato accetta il rischio (di non riuscire a essere influente) è normale che ne subisca le conseguenze. Il sindacato, se unitario (?!), che fa bene il suo lavoro in fabbrica ha poco da temere dalla c.d. teste calde.
La clausola 15, collegata al punto 14, suscita invece particolare scalpore (seppure a mio avviso non al larme per la tutela del singolo) e fondatamente. Essa estende la portata di clausole tipicamente obbligatorie alla parte normativa del contratto (quella che è destinata a regolare i rapporti individuali di lavoro e quindi i diritti del singolo lavoratore), prevedendo conseguenze sul piano disci plinare fino al licenziamento.
Tra i diritti individuali che la clausola aspirerebbe a conculcare (senza troppa convinzione come vedre mo, essendo altri e obliqui i suoi scopi) vi è quello degli scioperi o di altre iniziative di lotta idonea a rendere inesigibili le «condizioni “concordate” (apici nostri)», cioè le prestazioni di lavoro (quelle si onerosissime) nel la modalità previste dal piano.
Da un punto di vista giuridico formale la clausola si pone in aperto contrasto con una norma costituzio nale, l’art. 40, che riconosce individualmente al lavoratore il diritto di sciopero, sebbene nell’ambito delle leggi che lo re golano. La clausola è dunque palesemente nulla (a meno di alchimie giurisprudenziali, sempre possibili in verità, ma allo stato non ipotizzabili), perché il contratto aziendale non è una legge. Sono perciò del tutto destituiti di fondamento gli argomenti che si basano sulla già prevista limitazione dello sciopero nei servizi pubblici essenziali (qual di evidenza non è la produzione della Panda), disciplinata dalla leg ge n. 146 del 1990, ancorchè essa deleghi una parte della regolamentazione agli accordi collettivi (ma vieta di infliggere ai lavoratori che scioperino illegittimamente l’adozione delle sanzioni maggiori e di quella del licenziamento), per inferirne la legittimità della clausola, Ciò proprio perché l’accordo aziendale non è una legge e fuori dai servizi pub blici essenziali non c’è nessuna legge che deleghi alla contrattazione collettiva di regolamentare il dirit to di sciopero. In altri termini il diritto di sciopero è un diritto individuale (ancorchè ad esercizio collet tivo) del quale i sindacati non hanno il potere di disporre.
Potrebbe, invero, obiettarsi a questa ricostruzione che se la nullità fosse così palese non sarebbe ragio nevole ipotizzare che i sindacati firmatari non l’abbiano rilevata, oppure che sarebbe eccessiva la preoc cupazione per una clausola che non potrà nel concreto trovare applicazione. E l’obiezione potrebbe es sere fondata se i sindacati firmatari nella validità della clausola ci avessero creduto o, pur non creden doci, fossero stati in buona fede, l’avessero cioè solo passivamente subita confidando in sede applicativa sulla nullità della clausola.
Il nodo è politico, di politica sindacale: la Fim/Cisl, nel c.d. “Volantone Pomigliano”, una locandina elettorale diffusa in vista del referendum (in ordine ai risultati del qua le i firmatari dell’accordo hanno ben poco che cantare vittoria, che è solo numerica), arriva perfino a mentire scrivendo che le «eventuali “conseguenze” di violazioni dell’accordo, [...]» non prevedono sanzioni nei confronti dei dei lavoratori, «essendo questi liberi nel diritto di sciopero. Sono pertanto totalmente infondate e strumentali le dichiarazioni su possibili violazioni della legge o della Costituzione.»
Affermazione semplicemente opposta al punto 15 dell’accordo che recita:«le clausole indicate integrano la regolamentazione dei contratti individuali di lavoro [...] la violazione da parte del singolo lavoratore di una di esse costituisce [... ]» motivo di «provvedimenti disciplinari conservativi e ai licenziamenti per mancanze».
Una clausola deliberatamente nulla che ha lo scopo (politico) di tutto l’accordo (di questo e degli altri separati che lo hanno preparato e di quelli che lo seguiranno): fare terra bruciata attorno alla Fiom/CGIL. Questo e solo questo è quello che, invero, si consuma a Pomigliano la celebrazione dell’eroe e il sindacato di adesione: principi per una scienza nuova.
Nemesi storica, indubbiamente. L’annegamento della ragione e l’affidamento all’eroe si consuma in uno stabilimento intitolato al filosofo napoletano Giambattista Vico: l’autore dei corsi storici; per i quali lo sviluppo della storia progredisce dall’età degli dei, «nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli», passando per quella degli eroi dove si costituiscono repubbliche aristocratiche, in cui in nome di una ragione superiore che «non è naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo» gli eroi dominano sui deboli, si arriva all’età degli uomini «nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana».
Ricorsi storici: quando già un secolo era passato da che i Princìpj di scienza nuova erano già alla terza edizione (1774) nella conterranea Teano la patria di Vico venne consegnata nelle mani di un torinese. Ricorre quest’anno il 150° anniversario di quell’incontro (26 ottobre). Qual modo migliore di celebrarlo che una svendita di fine stagione?
Dice Vico: «Gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura». Speriamo.

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Cola Pesce* e l’invasione degli Ultracorpi**

febbraio 19th, 2010

«I più fortunati e più volenterosi dei 5.600 lavoratori della Fiat che vanno a casa a partire da domani potranno arrotondare l’ indennità di cassa integrazione a zero ore con un secondo lavoro, magari non ufficiale, che comporterà una entrata in più nelle casse della famiglia. Le trattative con la Fiat hanno portato ad un ottimo risultato credo il migliore che il governo potesse ottenere. E va dato atto anche ai dirigenti della Fiat di aver fatto il massimo sforzo. Berlusconi sottolinea come il risultato più grande sia stato l’ aver impedito la chiusura di Termini Imerese.»
No. Non è oggi. Non è domani. Era il 2002. [Repubblica, 08 dicembre 2002 p. 6 sez. econ.]. Eppure sembra un’altra era.
Cosa è accaduto in questi anni e quale sia la reale situazione oggi, lo ha spiegato Franco Piro da queste colonne** poche settimane or sono (anno 3 n. 43 p.11s**).
La notizia di oggi è, invece, che ci sono 2 milioni di disoccupati: l’8,5% il tasso di disoccupazione; e non si tiene conto dei cassintegrati in deroga, una finzione (il cui senso economico non è in nulla diverso dalla disoccupazione) che imbelletta le statistiche e dà la stura alla vanità dei nostri immobili governanti.
Ma torniamo in Sicilia: ripartiamo da Termini, per un viaggio nel lavoro; un viaggio immaginario (quanto onirica è la sua meta).
Dice bene Piro che le iniziative (di intervento strutturale) la Regione le«potrebbe realizzare a prescindere dalla Fiat e che, se fossero davvero realizzate, potrebbero indurre la Fiat a fare ben altre valutazioni». Non solo la Fiat, però. Il riferimento ad un’unica grande industria (multi)nazionale, sebbene la più grande, la dice lunga, non tanto sulla dipendenza totale della Sicilia dall’industria del continente (il che ovviamente non dice e aggiunge nulla a quanto non sia arcinoto), quanto sulla assoluta inutilità degli interventi pubblici a sovvenzione di tale industria; del fallimento integrale dell’obiettivo di colmare il divario con la terraferma, di determinare una modificazione strutturale del tessuto economico sociale e civile in guisa da renderlo attrattivo per gli investimenti esterni e produttivo per quelli interni.
Quarant’anni di finanziamenti alla Fiat di Termini non hanno modificato gli assetti del territorio, tanto che ancora oggi la discussione si incentra e dipende unicamente dalla scelte di un’unica, sempre la stessa, impresa. Il copione è quello già visto, ed è quello con cui si apre questo articolo e che, a intervalli più o meno ampi, si ripropone ai siciliani: perché i siciliani sembra non abbiano memoria.
La Sicilia poggia su tre colonne, ce lo ha insegnato Cola Pesce; così come la sua leggenda ci ha insegnato che questa terra è generosa, non lesina eroi quando si tratta di sostituire una di esse. Così è andata avanti per secoli, fino ai giorni nostri. Oggi una gamba marcia, domani un’altra, Trinacria ha sempre trovato nei suoi figli qualcuno disposto a prendere il posto di una colonna per il bene comune. Ma adesso qualcosa di nuovo la minaccia: le tre colonne sono tutte e tre sotto attacco, tutte e tre contemporaneamente. Tre colonie di tarli si sono organizzate e ne minacciano la stabilità: Mafia Arretratezza Sommerso e ciascuna si è attaccata a una gamba e non sembra volerla mollare.
Ma i (tre) mali – traffico a parte !- sono noti. Al contrario dell’attenzione che oramai l’evocarne il nome di ognuna di essi suscita, alla loro circolarità non sembra volersi attribuire valore decisivo. Non si tratta di diminuire il valore e la necessità della risposta “militare” di contrasto a ciascuno di essi; si tratta piuttosto di individuare il filo rosso di tale circolarità e di spezzarlo. (É il filo della micro-illegalità od ordinamento parallelo, o paralegale, alimentato da una pressocchè inesistente risposta alle istanze di tutela di tipo quotidiano (l’ufficio che non funziona, le buche per strada, le doppia fila, gli schiamazzi …). É vero qualcuno ci aveva già provato. Più di cinquanta anni fa. Danilo Dolci capì che bisognava prendere la mafia per fame, sottrargli il bacino fertile da cui attingere braccia, consenso, potere. Capì e mise in pratica. A modo suo naturalmente: digiuno e parola. Le istituzioni non capirono ed ebbero paura. Oppure capirono e ne ebbero ancora di più. Per questo Danilo Dolci il 2 febbraio 1956, per avere dato voce all’art. 4 della nostra Costituzione, per vere organizzato e condotto un gruppo di contadini a lavorare sulla Trazzera Vecchia di Partinico, fu arrestato, dopo venti giorni considerato dotato di «spiccata capacità a delinquere» e tenuto in prigione e infine condannato, da un tanto solerte quanto miope tribunale palermitano; sordo al grido di Piero Calamandrei, venuto apposta da Firenze a pronunciare l’arringa finale per difendere la sua (nostra) Costituzione e il suo amico. Indarno.
Sono passati più di cinquanta anni da quel 1956 (il dibattimento si volse dal 24 al 30 marzo). E tuttavia la lezione non è stata imparata. I tre tarli vengono contrastati empiricamente, solo dal lato epifenomenico; si ottengono risultati sul fronte militare, oppure su quello statistico. Ma chi si soffermi a guardare come le tre colonie si prestino reciproca assistenza si accorge che nell’eziogenesi nulla è cambiato. Anzi, la consapevolezza che la guerra è in corso con la risposta militare alla mafia o con quella statistico assistenziale all’occupazione (e alla produzione), parallelamente, ha allentato la tensione etica e quella morale riservata al contrasto di tali fenomeni, o se si preferisce ha eliminato ogni pudore. Fino al punto di rendere indifferenti, o quasi, al fatto che esistano giochi che non solo di chiamano Mafia Wars, disponibili gratuitamente dalle piattaforme di social network fino all’iPhone, ma che riproducono le logiche di appartenenza mafiosa e quelle di sistema, parallelo, alternativo e competitivo con quello legale. Certo molti si saranno indignati, di fronte questa ennesima imbecillità, per il suo tema, più che per il suo effetto.
Ma quanti si indignano ogni giorno per l’arretratezza (infra)strutturale a cui siamo costretti? Arretratezza che moltiplica le congiunture e quindi le emergenze; arretratezza che tiene vivo e continuo il meccanismo che porta a scambiare il consenso con la soluzione del problema (il loro singolo, comprensibilmente).
Se ne ricordano le mogli dei lavoratori dell’indotto della Fiat di Termini Imerese, che da oltre dieci giorni vivono sui tetti della fabbrica moritura. Assicurano la logistica alla protesta e gridano dai microfoni di Annozero: – noi, vi abbiamo mandato al governo; e voi, dovete risolverci il problema. Così come prima le loro madri avranno gridato: – noi, vi abbiamo mandato al governo; e voi, dovete darci il posto. E glie lo avevano dato. Ed è sempre il solito ricatto morale: di fronte alla oggettiva drammaticità di chi perde il lavoro e con esso la dignità di uomo e di cittadino non è tempo di riforme strutturali, ma vi è l’emergenza di assicurare il pane. Ma è solo ipocrisia. La perdita del posto di lavoro in un’economia avanzata non può mai essere un’emergenza congiunturale: esso è un evento prevedibile, al quale deve fare fronte un apparato efficiente ed efficace di sicurezza sociale. Un apparato che non c’è. E che si guardano bene dal fare. Non c’è l’apparato, si badi bene. Non mancano gli ammortizzatori sociali. Significa che manca l’automatismo tra situazione di bisogno e intervento del sistema di sicurezza. É così che si si tiene sempre alto il prezzo dello scambio nel mercato del consenso. O basso, sarebbe meglio dire. Perché lo scambio non avviene a livello collettivo e di territorio ma a livello dei feudi elettorali e dei vassalli. Questo non è un gioco, come, alla fin dei conti, lo è Mafia Wars. Eppure quanti si indignano? Quanti pretendono a gran voce che gli interventi di sostegno non siano “in deroga”, ma ordinari? Quanti si indignano di fronte alle dichiarazioni del ministro del lavoro che afferma trionfante e rassicurante che i soldi ci sono, che ne sono stati spesi solo il 40% di quanti mesi a disposizione, e al contempo che non occorre riformare gli ammortizzatori sociali? Quanti lavoratori siciliani se ne ricorderanno nel segreto della cabina elettorale? Se la storia insegna qualcosa (in barba alla massima classica e volgendosi indietro sarà pur lecito dubitarne) ben pochi.
Ma quanti si indignano di fronte a percentuali di lavoro sommerso che si contendono il primato con quello emerso? E questa è la vita di ogni giorno. Quanti si indignano al cospetto di chi chiama il lavoro nero ammortizzatore sociale e ne inneggia alla funzione sociale? Manco fosse un fenomeno contingente. Chi si chiede cosa realmente ammortizza una comunità parallela di lavoro nero? E chi si indigna di fronte all’evidenza che essa ammortizza, smorza, le possibilità di crescita e di affrancazione dal giogo clientelare dei finanziamenti pubblici, del posto pubblico, oggi dell’ammortizzatore in deroga e ieri dell’articolismo? Questo lavoro nero, che non ha nulla che vedere con quello del resto della nazione, genera un ordinamento illegale che da quello legale attinge nulla gli dà.
Il lavoro impegna la vita di ognuno tutto il giorno tutti i giorni. Quando il lavoro è in nero la vita di ogni giorno tutto il giorno è in nero. E così le relazioni che ne nascono: i beni o i servizi che si comprano o usano sono in nero. Perfino il mondo parallelo quello legale – quello che si dovrebbe indignare, perché alla fine si fa carico dei costi sociali che quello sommerso genera – vi attinge, come in una sorta di compensazione malefica.
Quanti si indignano di fronte all’assenza di politiche strutturali che contrastino una comunità così ampia di economia extra-legale; vero e proprio esercito di riserva pressocché inestinguibile per l’economia illegale e del mercato del consenso. Quanti considerano che una comunità così ampia di lavoro extralegale a un tempo si nutre di, e genera, illegalità.
Come nella trasposizione cinematografica di Don Siegel del romanzo di Finney, Invasion of the Body Snatchers, in cui un seme alieno è in grado di duplicare esattamente un essere umano e quando il processo finisce la copia aliena uccide l’originale umano e lo sostituisce con una copia caratterialmente ed emotivamente disumana: priva di emozioni, così nella Trinacria emersa il seme autoctono della micro-illegalità, è in grado di duplicare esattamente un essere umano e quando il processo finisce la l’originale falsificato è sostituito con una copia disumana: indifferente alla legalità.
La versione originale del film prevedeva un epilogo tragico: i replicanti che prendono il posto di tutti i cittadini di Santa Mira e il protagonista Kevin McCarthy (che ovviamente avendo capito in anticipo non venne creduto e giudicato pazzo) che, puntando il dito verso il pubblico, esclama: «You’re next!», ma la produzione impose al regista una conclusione più ottimistica, più hollywoodiana.
La Sicilia non è Hollywood. Eppure Danilo Dolci che venne ritenuto se non pazzo delinquente, con il suo digiuno non violento e le buche riempite stava proprio dicendo «You’re next!».
«E noi, saremo i prossimi?»
Dalla condanna di Danilo nulla è più uguale a prima. Riempire le buche delle strade non basterebbe a rendere giustizia al senso della rivendicazione di un lavoro dignitoso, cioè legale. La valenza simbolica del riempire gratis le buche di una strada pubblica è andata perduta.
Chissà se uno dei tanti Cola Pesce che di volta in volta si sono sostituiti a una colonna pericolante delle tre che sostengono questa terra sia sia pentito. Chissà? L’anelito dolciano non è però cambiato e molti Cola Pesce ancora lo respirano: un lavoro dignitoso per ciascuno è la sola via per la marginalizzazione del mondo parallelo.

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* La leggenda di Colapesce narra di un certo Nicola con il diminutivo di “Cola” di Messina, figlio di un pescatore, soprannominato Colapesce per la sua abilità di muoversi in acqua. Quando tornò dalle sue numerose immersioni in mare raccontò le meraviglie che vide, e addirittura una volta portò un tesoro. Così la sua fama arrivò al re di Sicilia ed imperatore Federico II che decise di metterlo alla prova.
Il re e la sua corte si recarono pertanto al largo a bordo di un’imbarcazione. Per prima cosa il re buttò in acqua una coppa, e subito Colapesce la recuperò. Il re gettò allora la sua corona in un luogo più profondo, e Colapesce riuscì nuovamente nell’impresa. Per la terza volta il re mise alla prova Cola gettando un anello in un posto ancora più profondo, ma passò il tempo e Colaspesce non riemerse più.
Secondo la leggenda, scendendo ancora più in profondità Colapesce aveva visto che che la Sicilia posava su tre colonne delle quali una consumata dal fuoco dell’Etna, e aveva deciso di restare sott’acqua, sorreggendo la colonna per evitare che l’isola sprofondasse, e ancora oggi si trova a reggere l’isola (fonte: Wikipedia).

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**Articolo pubblicato ne ASudEuropa anno 4 n. 4

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uomini e calderoli

dicembre 12th, 2009

Nel suo saggio Filosofia e Storiografia (Bari, Laterza, 1948) Benedetto Croce divide gli uomini, tra uomini e calderoli; non può usare codesto ultimo neologismo, ma certo la sua classificazione si rivela al riguardo profetica. Esorta i primi a provare ad adoperarsi per i secondi e in caso di fallimento a non disperare, chè la natura – dice – provvede da sè.
Sostiene Croce che vi sono «uomini che appartengono alla storia e uomini della natura… Verso la seconda classe di essi, che zoologicamente e non storicamente sono uomini, si esercita, come verso gli animali, il dominio e si cerca di addomesticarli e di addestrarli e in certi casi, quando non si può, si lascia che di essi si estingua la stirpe.»(pp. 247-248)!
Siccome la stirpe dei calderoli sembra ancora lontana dall’estinzione e perfino lontana dall’abbrivo di essa, ciò significerà che gli uomini della storia si devono ancora adoprare per «addomesticarli e addestrali».

Certo la fatica può apparire improba, quando si vede uomini della zoologia arrembare le cattedre degli uomini della storia. La storiografia – tanto per mantereci nel crinale crociano – di codesti corsari ne indica parecchi. L’apotegma di Gesù in croce a proposito degli ignari esecutori fa al caso nostro ed è probabile che il vescovo ambrosiano le abbia pensate quando il non imbelle calderolo, di cattocomunismo, all’oggetto nulla più nulla meno che accoglienza cristiana, lo ha apostrofato.
Ma la colpa non è sua. Nè dell’uomo, per la verità.
Gli è che il pastore parlava agli uomini della storia , ma – nemesi della filosofia, ancor crociana – le parole le ha udite anche un de’ calderoli. Perdoni eminenza, ma ad addomesticare i calderoli bisognava che fosse più semplice; più alla portata. Ella è brianzolo, ma i suoi vicini colleonesi non solo parlano con l’apocopi ma sì pensano anche.
Dedico ai calderoli i versi di Gianni Rodari, destinati ai bambini. In quinta elementare li han sùbito capiti.
Eccoli:

Il pellerossa con le piume in testa
e con l’ascia di guerra in pugno stretta,
com’è finito tra le statuine
del presepe, tra pastori e pecorine,
e l’asinello, e i Magi sul cammello,
e le stelle ben disposte,
e la vecchia delle caldarroste?
«Non è il tuo posto, via, Toro Seduto:
torna presto da dove sei venuto!»

Ma l’indiano non sente. O fa l’indiano!
Ce lo lasciamo, dite, fa lo stesso?
O darà noia agli angeli di gesso?
Forse è venuto, fin qua
ha fatto un lungo viaggio,
perchè ha sentito il messaggio
«Pace agli uomini di buona volontà».

Capito?

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social pollution

ottobre 22nd, 2009

A Joachim, anonimo

Eu vivo a libertade
do solto oprimido
do livre esmagado
num grito engolido

Per leggere tutto l’articolo (con le traduzioni dei versi d’epigrafe) scaricalo in formato pdf cliccando qui.

Per un Abstract, vedi qui sotto.
Flexicurity is the fusion of two words – flexib­ility and security – into a new one. Our opinion it can­not overcome the oxymoron that’s in the word. According to principles of labour law and social secur­ity the fusion should maintains flexib­ility and security at balance. None said, however how that bal­ance ought to be maintained, either how much financial re­sources needs or where found it.
In section related literature the paper purpose some connections among insights essays in different fields and declare what is our line. In section flexicurity inside it studies flexicurity, as such has been laid down by EU policy debate, in its three dimensions of flexibility, security, balance. It con­clusion is that trade-off between flexibilisation e security not balance. So, in section flexicur­ity’s tail side exam the other side of flexicurity. It read its with the same lens of its theoretician to dis­close the negligible effects, and to purpose a new reading in accordance with Nice’s Chart.
The paper -without any epistemology disclaimers, because it makes an economics reading by normat­ive statements – uses externalities and tax distortion effect theories. The metaphor that it uses is the jeopardizing security means damage social environment, as well as pollution in nat­ural environ­ment does. Indeed, the paper considers externalities, for instance, the effects of two actions. Trans­ition between declared work (first community) and undeclared work (second community) and trans­ition between job security and employment security. In abstract line the first it is in the highest de­gree, the second in less degree depending on both its wideness and its point of balance with secur­ity. Hence, a social security system that working at decent level is ‘social good’ that can be con­sidered as public good – indeed it is. Better, we consider public good the security – also that in­side and around flexicurity. Paper says who produces social pollution such as flexibility and un­declared work ought to pay secur­ity’s costs, this is social security tax. After all, articles 31 – 34.1 Nice’s Chert, between them connected, draw as system of EU a widespread social envir­onment clean and pure. In others words must be steril­ized – really, re­duced as much as more pos­sible – the trade-off between first com­munity and second com­munity – at the same between non-stand­ard and standard contracts. In this paper one disagrees with some flexicurity’s theolo­gians that say: ‘trust is a pre­requisite of flexicurity’ Because if so, the security from reason of trust in the future it would became a reason of the trust in flexibility -a true aims’ heterogenesis. The paper chooses the social security tax.
And so, in section hybridisms of system pathways it poses the empiric bases to introduces kind of ‘so­cial security tax’ to fight undeclared work, to reduce externalities, to substitute trust in the market with true and strong financial social protection. Therefore this paper trays to give a little contribu­tion to break link between work and se­curity’s financing. It aims to demonstrate (also but not only, according to economics perspect­ive) as flexicurity-balance can work in accordance with art. 31 and art. 34 of the Charter of Funda­mental Rights of the European Union, social justice, worker se­curity, whether the ex­ternalities in­side flexicur­ity’s trade-off will be charged to flexibi­lity. One con­siders universal like wide­spread, as well as flexicurity studies consider it. One considers not to change anything about sub­jective and objective assumptions in benefits, as well as in contri­bution over workers’ wages. – on the contrary one considers must not change (except possibles little ad­justments).
Hence, conjecture’s hybridisms’ substance consist to leave all as it is, on side of workers, bene­fits’ as­sumptions,. exchanging criteria to charge on side of enter­prises – towards the direction to charge work’s res­ults’ value rather then wages. In the example, employees that will have undergone a transition from employment to e.g. self-employ­ment, – indeed former employees – keep in same wages, but not in in­surance tax.
Such as a mechanism of gradual transition from the various systems to a single system of financing, based on the value added of the work (table8). Mechanism that will be rewarding to those organiza­tions that have high employment per unit of product, and – indirectly – proportionately more oner­ous for who directly or indirectly determines social dumping as a result of their politics of contain­ment of labour costs. On one side is expected to act on the same tax base of VAT: increase in rate, or decrease in deduction of valley VAT. (Taxation system that is in Europe already harmonised and between its main source of funding.)
The effect of the hybrids is the one way. It should introduce a virtuous cycle to reduce the gap in com­petitiveness between local production and extra E.U. Of course, substance of the to do section, is very long and hence conclusions can be only open.

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