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Princìpj di scienza nuova*

giugno 29th, 2010

*pubblicato per riassunto su asudeuropa n. 24 del 2010 pp. 12,13

Le cronache di questi giorni si sono divise tra la nazionale di calcio e la Fiat di Pomigliano. Due vicende in apparenza lontane ed estranee l’una l’altra. Due vicende che però condividono il male italiano della ricerca del demiurgo; accade in politica, in economia, nello sport: Berlusconi-Bossi, Marchionne-Bonanni, Lippi-Abete. Qual è la vicenda di Pomigliano e quale quella degli azzurri è noto. Riflettiamoci a partire da Pomigliano. Riassumiamo così.
La Fiat produce il corrente modello della Panda in Polonia; paese UE dell’ex blocco sovietico, (Paese in cui la Fiat era presente ben prima della caduta del muro);
La Fiat dovrà produrre la Nuova Panda: nuova auto, nuova linea. Serve di evidenza un nuovo stabilimento; se non fosse così la vicenda di Pomigliano sarebbe già stata archiviata come quella di Termini. La Fiat è un’impresa globale (come si dice oggi) produce indistintamente laddove più gli conviene. Fa solo il suo mestiere. Se la Fiat prevede di localizzare la nuova produzione in Italia è perché pensa di poterne trarre un qualche vantaggio. Probabilmente strategico. Infatti, Fiat produce già in Italia: Melfi, Milano, Torino (il resto per ora non conta). Dunque, Melfi Milano Torino: stabilimenti che ancora ci sono, producono, costano, restano; almeno Milano Torino. Dunque, nel momento in cui Fiat localizza la nuova linea in uno stabilimento italiano e per farlo chiede garanzie di produttività e di controllo assoluto del ciclo, è chiaro che parla a Pomigliano perché intendano a Melfi Milano Torino.
In altri … Termini: cioè da dove in verità inizia il discorso Fiat/Italia. Eccoli i legami: Termini e Pomigliano sono (erano) i due stabilimenti più meridionali; Termini e Pomigliano sono (erano) i due stabilimenti meno produttivi, più assenteisti, più furbi, due palle al piede, insomma; ostinarsi a negarlo non cambia le cose e non alleggerisce la palla: che poi è l’unico rimedio efficace; Termini e Pomigliano, perciò, sono (erano) destinati a chiudere entrambi, perché entrambi non convenienti;
Termini e Pomigliano sono (erano) legate a doppio filo: caduta l’una l’altra può ancora salvarsi.
Termini-Serbia, viaggio di sola andata. È quello che accade quando è la partitica, cioè la politichetta nostrana, che pensa di gestire gli investimenti privati, e non si accorge che il tempo delle “liste di collocamento” o delle “liste fornitori” è passato; a chi può competere sul mercato americano dell’auto non si possono imporre “soci amministratori” in cambio di denari.
Polonia-Pomigliano: andata; ritorno open. Come Termini, termina Pomigliano se si rifiutano gli investimenti alle sole e uniche condizioni della Fiat: e il gioco è fatto. E vale anche altrove.
L’accordo prevede clausole largamente peggiorative per i lavoratori con riferimento al trattamento derivante dagli accordi aziendali generali (cioè a valere per tutta la Fiat), dal contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici (cioè del contratto della Fiat e delle altre imprese e lavoratori del settore), dalla legge.
La contropartita sociale e collettiva è data appunto dall’investimento che garantisce i cinquemila posti dello stabilimento di Pomigliano e i quindicimila dell’indotto. Ventimila famiglie. Circa centomila per sone. Non è roba da poco. Come pochi non sono settecento milioni di euri.
Ora, tra le critiche della Fiom all’accordo spicca quella del “ricatto occupazionale”, brutta espressione che tradisce un giudizio valoriale pregiudiziale, ma non del tutto infondata.
Quell’occupazione a Pomigliano non c’è. Il recente passato conosce ore su ore di cassa integrazione. Dunque l’aut aut di Marchionne sembra del tutto legittimo e tatticamente ben studiato. Non c’è ricatto. È la legge di domanda e offerta. Non si dimentichi, infatti, che l’interlocutore di Fiat non è il lavoratore, il singolo debole lavoratore. Gli interlocutori sono il contropotere sindacale e la parte politica: a cui si chiedono due anni di cigs totale a zero ore per la ristrutturazione dell’impianto. Allora lo scandalo dove sta? Appunto scandalo non c’è. Fiat e sindacato dovrebbero fronteggiarsi da pari a pari. Dovrebbero: al condizionale; perchè? Perchè il contro-potere sindacale è oramai una farsa. Il sindacato è diviso, annientato da dieci anni di logoramento interno. Dieci anni di accordi separati, con la CISL a diresempredisi ai governi di lega-destra (contratto a termine selvaggio, orario di lavoro a go go, legge c.d. Biagi, riforma del modello contrattuale, manovre finanziarie) e a fare il sindacato di governo nella speranza – riuscita – di fare con il PDL oggi, e con FI, ieri quello che faceva con la DC nella prima re pubblica. Ma purtroppo la CISL non è quella della prima repubblica e il PDL non è la DC di Moro e Zaccagnini.
Se è vero che Fiat può sempre andare altrove è anche vero che ha ancora larghi interessi produttivi in Italia; ma nè il sindacato (diviso) né la politica economica di governo (inconsistente) sanno creare le condizioni perché ciò stia sul mercato, così come ci stanno le promesse di investimento. Inoltre, se si lascia che le aree economicamente depresse del Paese dipendano da un unico investitore, senza creare le condizioni di mercato affinché anche altri investitori possano competere, è chiaro che gli strumenti negoziali si riducono all’osso. Cosa fa il sindacato? E cosa la politica? Questo è il punto. Non fanno nulla. Nulla di utile in tale senso.
Di fronte a un imprenditore che propone un piano lecito, legittimo, pur strategicamente ingegnoso e spregiudicatamente apprezzabile si assiste al logoro cicaleccio dei buonsensisti capeggiati da Bonanni con Angeletti nel ruolo di corifeo e gli altri del coro a fare scandalo della Fiom: il diavolo comunista!
È il risultato operativo del decennale vieto baratto ipocritamente condotto sotto la bandiera, oramai lacera, della modernizzazione delle relazioni sindacali, che ha portato il sindacato chedicesempredisi ad attuare il punto 3 del piano della P2, che prevedeva appunto «la sollecitazione alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell’UIL, per [...] rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti».
Solo così si possono spiegare l’adesione incondizionata della Fim/Cisl al piano Marchionne e il modo di conduzione della propaganda referendaria a un piano che diventa contratto collettivo aziendale per adesione e che prevede: 18 turni settimanali di 8 ore ciascuno per sei giorni ebodmadari (7 giorni e 21 turni peri manutentori); di 80 ore di straordinario esigibili unilateralmente nel 18° turno (dalle 22 del sabato alle 6 della domenica); la riduzione delle pause nel lavoro in linea da 40′ a 30′; l’eliminazione della pausa refezione intermedia e del suo spostamento alla fine del turno, spostamento funzionale alla utilizzazione della ulteriore quota di lavoro straordinario durante quella pausa. Condizioni di lavoro negoziazione delle quali ci si sarebbe aspettato l’intervento di tutti i sindacati; perché se un sindacato non negozia sulle condizioni di lavoro, non si riesce a comprendere che cosa esiste a fare.
Prevede poi altre due clausole, una sul trattamento di malattia e un altra sul di ritto di sciopero; clausole non secondarie ma a cui si è dato tropo peso facendo perdere di vista il nodo del problema.
La clausola sul trattamento di malattia prevede che per «contrastare forme anomale di assenteismo» in occasione di particolari eventi non epidemiologici e «nel caso in cui la percentuale di assenteismo sia significativamente superiore alla media, viene individuata quale modalità efficace la non copertura retributiva a carico dell’azienda dei periodi di malattia correlati al periodo dell’evento».
Com’è noto la protezione del lavoratore ammalato si articola su due livelli: uno normativo previsto dal la legge, consistente nel diritto alla conservazione del posto durante l’assenza qualificata e un altro eco nomico, previsto sia dalla legge sia dal contratto, consistente nel diritto a percepire un’indennità rag guagliata alla retribuzione perduta a causa dell’impossibilità di lavorare. Questa indennità è pagata dal­l’INPS che assicura obbligatoriamente la malattia del lavoratore. Ora gli è che l’assicurazione sociale in parola corrisponde la detta indennità solo dal quarto giorno di assenza per malattia, cosicché, quale che sia la durata di essa, l’ordinamento sociale valuta sopportabile per il lavoratore la perdita di tra giornate di retribuzione per evento morboso; per questo motivo il periodo prende il nome di carenza (di assicurazione). A partire dagli anni ’70 la contrattazione collettiva nazionale diede, come condizione di miglior fa vore per i lavoratori, copertura retributiva anche alla carenza assicurativa.
Si tratta di tutta evidenza di materia del tutto contrattuale che integra il trattamento economico del lavo ratore; quindi nella piena disponibilità del contratto. Pacifico essendo che non esiste una gerarchia tra contratti collettivi di diverso livello, ci pare pienamente legittimo disporre di tale diritto.
E veniamo al merito della clausola. Lo scopo della clausola è quello di combattere contro gli abusi che vengono commessi con un meccanismo di responsabilizzazione collettiva.
La critica sollevata al meccanismo (a parte quella che riguarda la fonte aziendale) è che con la clausola suddetta si sparerebbe nel mucchio della maggioranza di lavoratori onesti per colpire pochi disonesti cialtroni che simulano la malattia per vedere le partite di calcio o per truffare l’indennità durante gli scioperi. In realtà la clausola prevede che la sospensione della tutela contrattuale riguardi solo le assen ze verificatesi nel periodo che risulta anomalo. Sicché appare ragionevole che verificatasi la fattispecie in occasione dell’andata di una partita di coppa la stessa non si riverifichi al ritorno. Certo la clausola è affinabile e migliorabile (non è questa la sede dare suggerimenti) ma il meccanismo in sé stesso non è lesivo di diritti inderogabili e non impedisce (anche se rende più onerosa) la tutela del lavoratore incol pevole. Ma il senso del meccanismo non è quello di non pagare la copertura contrattuale tout court (co sa pure negoziabile) ma quello di innescare un meccanismo virtuoso per il quale il lavoratore tifoso o furbo perda interesse ad assentarsi per malattia durante le partite.
Più articolata è la questione sulla c.d. clausola di responsabilità (punto 14) che riguarda il governo del diritto di sciopero. L’accordo, in estrema sintesi, prevede due ordini di rimedi al verificarsi di «[...] comportamenti idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate per la realizzazione del Piano e i conseguenti diritti o l’esercizio dei poteri riconosciuti all’Azienda dal presente accordo, [...] libera l’Azienda dagli obblighi derivanti dalla eventuale intesa nonché da quelli derivanti dal CCNL Metalmeccanici.»
Un rimedio è a livello collettivo e un altro è a livello individuale. A livello collettivo, la pattuizione integra quella definita «clausola di tregua (sindacale)» in forza della quale, in applicazione del presupposto prin cipio pacta sunt servanda, i soggetti firmatari dell’accordo, in questo caso sindacati (per sé stessi e non quali rappresentanti dei lavoratori), assumono l’impegno ad astenersi da iniziative di lotta intese alla modificazione degli accordi durante il tempo di vigenza degli stessi.
Si tratta di una clausola di parte obbligatoria (cioè la parte che non riguarda i rapporti individuali di la voro) e che come tale è nella piena disponibilità delle parti (sindacati). Da questo punto di vista non suscita scan dalo neppure la disposizione che considera illegittimo uno sciopero spontaneo (cioè non organizzato dal sindacato) durante il periodo di tregua, per l’ovvia considerazione che se così non fosse da un lato la clausola potrebbe essere facilmente aggirata dallo stesso sindacato e da un altro lato che lo stesso sindacato perderebbe larga parte della sua autorevolezza nel governo del conflitto; si tratta di una clausola che ad un tempo si basa sul “potere di influenza” del sindacato, lo rafforza, fa scommettere il sindacato su di esso. Insomma, nel punto 14 sono previste sanzioni solo per il sindacato ancorchè la violazione provenga da non iscritti. Dunque se il sindacato accetta il rischio (di non riuscire a essere influente) è normale che ne subisca le conseguenze. Il sindacato, se unitario (?!), che fa bene il suo lavoro in fabbrica ha poco da temere dalla c.d. teste calde.
La clausola 15, collegata al punto 14, suscita invece particolare scalpore (seppure a mio avviso non al larme per la tutela del singolo) e fondatamente. Essa estende la portata di clausole tipicamente obbligatorie alla parte normativa del contratto (quella che è destinata a regolare i rapporti individuali di lavoro e quindi i diritti del singolo lavoratore), prevedendo conseguenze sul piano disci plinare fino al licenziamento.
Tra i diritti individuali che la clausola aspirerebbe a conculcare (senza troppa convinzione come vedre mo, essendo altri e obliqui i suoi scopi) vi è quello degli scioperi o di altre iniziative di lotta idonea a rendere inesigibili le «condizioni “concordate” (apici nostri)», cioè le prestazioni di lavoro (quelle si onerosissime) nel la modalità previste dal piano.
Da un punto di vista giuridico formale la clausola si pone in aperto contrasto con una norma costituzio nale, l’art. 40, che riconosce individualmente al lavoratore il diritto di sciopero, sebbene nell’ambito delle leggi che lo re golano. La clausola è dunque palesemente nulla (a meno di alchimie giurisprudenziali, sempre possibili in verità, ma allo stato non ipotizzabili), perché il contratto aziendale non è una legge. Sono perciò del tutto destituiti di fondamento gli argomenti che si basano sulla già prevista limitazione dello sciopero nei servizi pubblici essenziali (qual di evidenza non è la produzione della Panda), disciplinata dalla leg ge n. 146 del 1990, ancorchè essa deleghi una parte della regolamentazione agli accordi collettivi (ma vieta di infliggere ai lavoratori che scioperino illegittimamente l’adozione delle sanzioni maggiori e di quella del licenziamento), per inferirne la legittimità della clausola, Ciò proprio perché l’accordo aziendale non è una legge e fuori dai servizi pub blici essenziali non c’è nessuna legge che deleghi alla contrattazione collettiva di regolamentare il dirit to di sciopero. In altri termini il diritto di sciopero è un diritto individuale (ancorchè ad esercizio collet tivo) del quale i sindacati non hanno il potere di disporre.
Potrebbe, invero, obiettarsi a questa ricostruzione che se la nullità fosse così palese non sarebbe ragio nevole ipotizzare che i sindacati firmatari non l’abbiano rilevata, oppure che sarebbe eccessiva la preoc cupazione per una clausola che non potrà nel concreto trovare applicazione. E l’obiezione potrebbe es sere fondata se i sindacati firmatari nella validità della clausola ci avessero creduto o, pur non creden doci, fossero stati in buona fede, l’avessero cioè solo passivamente subita confidando in sede applicativa sulla nullità della clausola.
Il nodo è politico, di politica sindacale: la Fim/Cisl, nel c.d. “Volantone Pomigliano”, una locandina elettorale diffusa in vista del referendum (in ordine ai risultati del qua le i firmatari dell’accordo hanno ben poco che cantare vittoria, che è solo numerica), arriva perfino a mentire scrivendo che le «eventuali “conseguenze” di violazioni dell’accordo, [...]» non prevedono sanzioni nei confronti dei dei lavoratori, «essendo questi liberi nel diritto di sciopero. Sono pertanto totalmente infondate e strumentali le dichiarazioni su possibili violazioni della legge o della Costituzione.»
Affermazione semplicemente opposta al punto 15 dell’accordo che recita:«le clausole indicate integrano la regolamentazione dei contratti individuali di lavoro [...] la violazione da parte del singolo lavoratore di una di esse costituisce [... ]» motivo di «provvedimenti disciplinari conservativi e ai licenziamenti per mancanze».
Una clausola deliberatamente nulla che ha lo scopo (politico) di tutto l’accordo (di questo e degli altri separati che lo hanno preparato e di quelli che lo seguiranno): fare terra bruciata attorno alla Fiom/CGIL. Questo e solo questo è quello che, invero, si consuma a Pomigliano la celebrazione dell’eroe e il sindacato di adesione: principi per una scienza nuova.
Nemesi storica, indubbiamente. L’annegamento della ragione e l’affidamento all’eroe si consuma in uno stabilimento intitolato al filosofo napoletano Giambattista Vico: l’autore dei corsi storici; per i quali lo sviluppo della storia progredisce dall’età degli dei, «nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli», passando per quella degli eroi dove si costituiscono repubbliche aristocratiche, in cui in nome di una ragione superiore che «non è naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo» gli eroi dominano sui deboli, si arriva all’età degli uomini «nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana».
Ricorsi storici: quando già un secolo era passato da che i Princìpj di scienza nuova erano già alla terza edizione (1774) nella conterranea Teano la patria di Vico venne consegnata nelle mani di un torinese. Ricorre quest’anno il 150° anniversario di quell’incontro (26 ottobre). Qual modo migliore di celebrarlo che una svendita di fine stagione?
Dice Vico: «Gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura». Speriamo.

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Cola Pesce* e l’invasione degli Ultracorpi**

febbraio 19th, 2010

«I più fortunati e più volenterosi dei 5.600 lavoratori della Fiat che vanno a casa a partire da domani potranno arrotondare l’ indennità di cassa integrazione a zero ore con un secondo lavoro, magari non ufficiale, che comporterà una entrata in più nelle casse della famiglia. Le trattative con la Fiat hanno portato ad un ottimo risultato credo il migliore che il governo potesse ottenere. E va dato atto anche ai dirigenti della Fiat di aver fatto il massimo sforzo. Berlusconi sottolinea come il risultato più grande sia stato l’ aver impedito la chiusura di Termini Imerese.»
No. Non è oggi. Non è domani. Era il 2002. [Repubblica, 08 dicembre 2002 p. 6 sez. econ.]. Eppure sembra un’altra era.
Cosa è accaduto in questi anni e quale sia la reale situazione oggi, lo ha spiegato Franco Piro da queste colonne** poche settimane or sono (anno 3 n. 43 p.11s**).
La notizia di oggi è, invece, che ci sono 2 milioni di disoccupati: l’8,5% il tasso di disoccupazione; e non si tiene conto dei cassintegrati in deroga, una finzione (il cui senso economico non è in nulla diverso dalla disoccupazione) che imbelletta le statistiche e dà la stura alla vanità dei nostri immobili governanti.
Ma torniamo in Sicilia: ripartiamo da Termini, per un viaggio nel lavoro; un viaggio immaginario (quanto onirica è la sua meta).
Dice bene Piro che le iniziative (di intervento strutturale) la Regione le«potrebbe realizzare a prescindere dalla Fiat e che, se fossero davvero realizzate, potrebbero indurre la Fiat a fare ben altre valutazioni». Non solo la Fiat, però. Il riferimento ad un’unica grande industria (multi)nazionale, sebbene la più grande, la dice lunga, non tanto sulla dipendenza totale della Sicilia dall’industria del continente (il che ovviamente non dice e aggiunge nulla a quanto non sia arcinoto), quanto sulla assoluta inutilità degli interventi pubblici a sovvenzione di tale industria; del fallimento integrale dell’obiettivo di colmare il divario con la terraferma, di determinare una modificazione strutturale del tessuto economico sociale e civile in guisa da renderlo attrattivo per gli investimenti esterni e produttivo per quelli interni.
Quarant’anni di finanziamenti alla Fiat di Termini non hanno modificato gli assetti del territorio, tanto che ancora oggi la discussione si incentra e dipende unicamente dalla scelte di un’unica, sempre la stessa, impresa. Il copione è quello già visto, ed è quello con cui si apre questo articolo e che, a intervalli più o meno ampi, si ripropone ai siciliani: perché i siciliani sembra non abbiano memoria.
La Sicilia poggia su tre colonne, ce lo ha insegnato Cola Pesce; così come la sua leggenda ci ha insegnato che questa terra è generosa, non lesina eroi quando si tratta di sostituire una di esse. Così è andata avanti per secoli, fino ai giorni nostri. Oggi una gamba marcia, domani un’altra, Trinacria ha sempre trovato nei suoi figli qualcuno disposto a prendere il posto di una colonna per il bene comune. Ma adesso qualcosa di nuovo la minaccia: le tre colonne sono tutte e tre sotto attacco, tutte e tre contemporaneamente. Tre colonie di tarli si sono organizzate e ne minacciano la stabilità: Mafia Arretratezza Sommerso e ciascuna si è attaccata a una gamba e non sembra volerla mollare.
Ma i (tre) mali – traffico a parte !- sono noti. Al contrario dell’attenzione che oramai l’evocarne il nome di ognuna di essi suscita, alla loro circolarità non sembra volersi attribuire valore decisivo. Non si tratta di diminuire il valore e la necessità della risposta “militare” di contrasto a ciascuno di essi; si tratta piuttosto di individuare il filo rosso di tale circolarità e di spezzarlo. (É il filo della micro-illegalità od ordinamento parallelo, o paralegale, alimentato da una pressocchè inesistente risposta alle istanze di tutela di tipo quotidiano (l’ufficio che non funziona, le buche per strada, le doppia fila, gli schiamazzi …). É vero qualcuno ci aveva già provato. Più di cinquanta anni fa. Danilo Dolci capì che bisognava prendere la mafia per fame, sottrargli il bacino fertile da cui attingere braccia, consenso, potere. Capì e mise in pratica. A modo suo naturalmente: digiuno e parola. Le istituzioni non capirono ed ebbero paura. Oppure capirono e ne ebbero ancora di più. Per questo Danilo Dolci il 2 febbraio 1956, per avere dato voce all’art. 4 della nostra Costituzione, per vere organizzato e condotto un gruppo di contadini a lavorare sulla Trazzera Vecchia di Partinico, fu arrestato, dopo venti giorni considerato dotato di «spiccata capacità a delinquere» e tenuto in prigione e infine condannato, da un tanto solerte quanto miope tribunale palermitano; sordo al grido di Piero Calamandrei, venuto apposta da Firenze a pronunciare l’arringa finale per difendere la sua (nostra) Costituzione e il suo amico. Indarno.
Sono passati più di cinquanta anni da quel 1956 (il dibattimento si volse dal 24 al 30 marzo). E tuttavia la lezione non è stata imparata. I tre tarli vengono contrastati empiricamente, solo dal lato epifenomenico; si ottengono risultati sul fronte militare, oppure su quello statistico. Ma chi si soffermi a guardare come le tre colonie si prestino reciproca assistenza si accorge che nell’eziogenesi nulla è cambiato. Anzi, la consapevolezza che la guerra è in corso con la risposta militare alla mafia o con quella statistico assistenziale all’occupazione (e alla produzione), parallelamente, ha allentato la tensione etica e quella morale riservata al contrasto di tali fenomeni, o se si preferisce ha eliminato ogni pudore. Fino al punto di rendere indifferenti, o quasi, al fatto che esistano giochi che non solo di chiamano Mafia Wars, disponibili gratuitamente dalle piattaforme di social network fino all’iPhone, ma che riproducono le logiche di appartenenza mafiosa e quelle di sistema, parallelo, alternativo e competitivo con quello legale. Certo molti si saranno indignati, di fronte questa ennesima imbecillità, per il suo tema, più che per il suo effetto.
Ma quanti si indignano ogni giorno per l’arretratezza (infra)strutturale a cui siamo costretti? Arretratezza che moltiplica le congiunture e quindi le emergenze; arretratezza che tiene vivo e continuo il meccanismo che porta a scambiare il consenso con la soluzione del problema (il loro singolo, comprensibilmente).
Se ne ricordano le mogli dei lavoratori dell’indotto della Fiat di Termini Imerese, che da oltre dieci giorni vivono sui tetti della fabbrica moritura. Assicurano la logistica alla protesta e gridano dai microfoni di Annozero: – noi, vi abbiamo mandato al governo; e voi, dovete risolverci il problema. Così come prima le loro madri avranno gridato: – noi, vi abbiamo mandato al governo; e voi, dovete darci il posto. E glie lo avevano dato. Ed è sempre il solito ricatto morale: di fronte alla oggettiva drammaticità di chi perde il lavoro e con esso la dignità di uomo e di cittadino non è tempo di riforme strutturali, ma vi è l’emergenza di assicurare il pane. Ma è solo ipocrisia. La perdita del posto di lavoro in un’economia avanzata non può mai essere un’emergenza congiunturale: esso è un evento prevedibile, al quale deve fare fronte un apparato efficiente ed efficace di sicurezza sociale. Un apparato che non c’è. E che si guardano bene dal fare. Non c’è l’apparato, si badi bene. Non mancano gli ammortizzatori sociali. Significa che manca l’automatismo tra situazione di bisogno e intervento del sistema di sicurezza. É così che si si tiene sempre alto il prezzo dello scambio nel mercato del consenso. O basso, sarebbe meglio dire. Perché lo scambio non avviene a livello collettivo e di territorio ma a livello dei feudi elettorali e dei vassalli. Questo non è un gioco, come, alla fin dei conti, lo è Mafia Wars. Eppure quanti si indignano? Quanti pretendono a gran voce che gli interventi di sostegno non siano “in deroga”, ma ordinari? Quanti si indignano di fronte alle dichiarazioni del ministro del lavoro che afferma trionfante e rassicurante che i soldi ci sono, che ne sono stati spesi solo il 40% di quanti mesi a disposizione, e al contempo che non occorre riformare gli ammortizzatori sociali? Quanti lavoratori siciliani se ne ricorderanno nel segreto della cabina elettorale? Se la storia insegna qualcosa (in barba alla massima classica e volgendosi indietro sarà pur lecito dubitarne) ben pochi.
Ma quanti si indignano di fronte a percentuali di lavoro sommerso che si contendono il primato con quello emerso? E questa è la vita di ogni giorno. Quanti si indignano al cospetto di chi chiama il lavoro nero ammortizzatore sociale e ne inneggia alla funzione sociale? Manco fosse un fenomeno contingente. Chi si chiede cosa realmente ammortizza una comunità parallela di lavoro nero? E chi si indigna di fronte all’evidenza che essa ammortizza, smorza, le possibilità di crescita e di affrancazione dal giogo clientelare dei finanziamenti pubblici, del posto pubblico, oggi dell’ammortizzatore in deroga e ieri dell’articolismo? Questo lavoro nero, che non ha nulla che vedere con quello del resto della nazione, genera un ordinamento illegale che da quello legale attinge nulla gli dà.
Il lavoro impegna la vita di ognuno tutto il giorno tutti i giorni. Quando il lavoro è in nero la vita di ogni giorno tutto il giorno è in nero. E così le relazioni che ne nascono: i beni o i servizi che si comprano o usano sono in nero. Perfino il mondo parallelo quello legale – quello che si dovrebbe indignare, perché alla fine si fa carico dei costi sociali che quello sommerso genera – vi attinge, come in una sorta di compensazione malefica.
Quanti si indignano di fronte all’assenza di politiche strutturali che contrastino una comunità così ampia di economia extra-legale; vero e proprio esercito di riserva pressocché inestinguibile per l’economia illegale e del mercato del consenso. Quanti considerano che una comunità così ampia di lavoro extralegale a un tempo si nutre di, e genera, illegalità.
Come nella trasposizione cinematografica di Don Siegel del romanzo di Finney, Invasion of the Body Snatchers, in cui un seme alieno è in grado di duplicare esattamente un essere umano e quando il processo finisce la copia aliena uccide l’originale umano e lo sostituisce con una copia caratterialmente ed emotivamente disumana: priva di emozioni, così nella Trinacria emersa il seme autoctono della micro-illegalità, è in grado di duplicare esattamente un essere umano e quando il processo finisce la l’originale falsificato è sostituito con una copia disumana: indifferente alla legalità.
La versione originale del film prevedeva un epilogo tragico: i replicanti che prendono il posto di tutti i cittadini di Santa Mira e il protagonista Kevin McCarthy (che ovviamente avendo capito in anticipo non venne creduto e giudicato pazzo) che, puntando il dito verso il pubblico, esclama: «You’re next!», ma la produzione impose al regista una conclusione più ottimistica, più hollywoodiana.
La Sicilia non è Hollywood. Eppure Danilo Dolci che venne ritenuto se non pazzo delinquente, con il suo digiuno non violento e le buche riempite stava proprio dicendo «You’re next!».
«E noi, saremo i prossimi?»
Dalla condanna di Danilo nulla è più uguale a prima. Riempire le buche delle strade non basterebbe a rendere giustizia al senso della rivendicazione di un lavoro dignitoso, cioè legale. La valenza simbolica del riempire gratis le buche di una strada pubblica è andata perduta.
Chissà se uno dei tanti Cola Pesce che di volta in volta si sono sostituiti a una colonna pericolante delle tre che sostengono questa terra sia sia pentito. Chissà? L’anelito dolciano non è però cambiato e molti Cola Pesce ancora lo respirano: un lavoro dignitoso per ciascuno è la sola via per la marginalizzazione del mondo parallelo.

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* La leggenda di Colapesce narra di un certo Nicola con il diminutivo di “Cola” di Messina, figlio di un pescatore, soprannominato Colapesce per la sua abilità di muoversi in acqua. Quando tornò dalle sue numerose immersioni in mare raccontò le meraviglie che vide, e addirittura una volta portò un tesoro. Così la sua fama arrivò al re di Sicilia ed imperatore Federico II che decise di metterlo alla prova.
Il re e la sua corte si recarono pertanto al largo a bordo di un’imbarcazione. Per prima cosa il re buttò in acqua una coppa, e subito Colapesce la recuperò. Il re gettò allora la sua corona in un luogo più profondo, e Colapesce riuscì nuovamente nell’impresa. Per la terza volta il re mise alla prova Cola gettando un anello in un posto ancora più profondo, ma passò il tempo e Colaspesce non riemerse più.
Secondo la leggenda, scendendo ancora più in profondità Colapesce aveva visto che che la Sicilia posava su tre colonne delle quali una consumata dal fuoco dell’Etna, e aveva deciso di restare sott’acqua, sorreggendo la colonna per evitare che l’isola sprofondasse, e ancora oggi si trova a reggere l’isola (fonte: Wikipedia).

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**Articolo pubblicato ne ASudEuropa anno 4 n. 4

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Berlusconi sotto assedio !

ottobre 8th, 2009

Scrive (su Libero) e dice (su Sky) Bechis che la vicenda giudiziaria del suo raccomandato non ha precedenti in assoluto nel mondo; e sciorina dati: Centonove processi, 2.500 udienze, 530 perquisizioni e acquisizioni di documenti da parte della Guardia di Finanza.
E commenta: Non esiste un paragone possibile nella storia giudiziaria di Italia. Non esiste un cittadino finito come l’attuale presidente del Consiglio nel mirino della magistratura. E non è solo storia italiana: a 102 processi non sono stati sottoposti né i criminali nazisti né Al Capone.

D’accordo, ma se Berlusconi dunque è peggio di costoro, di cosa si precoccupa Bechis, di inatasare ancor di più le la aule di giustizia?

pagine personali

L’irresistibile voglia di censura

settembre 29th, 2009

Con la sentenza n. 35880 del 2009 la quinta sezione della Casazione confermava la sentenza di un giudice di pace con cui un avvocato era stato assolto dall’accusa di ingiuria e diffamazione per l’operrare dell’esimente speciale di cui al’art. 598 c.p. L’avvocato nel corso della sua arringa si era “permesso” di definire la persona offesa «aveva subito disavventure economiche e che perciò non poteva esser neppure proprietario di un appartamento, che aveva emesso una cambiale nei confronti dell’architetto R., intestata alla figlia A., senza poi onorarla e che aveva venduto un’auto intestata alla figlia per sottrarsi all’aggressione dei creditori, descrivendolo nel complesso quale soggetto inaffidabile dal punto di vista economico».
Riteneva la parte civile che le affermazione fossero avulse dall’oggetto del processo e perciò non coperte dalla scriminante. Il giudice del merito aveve invece ritenuto “che le espressioni contestate – se pur offensive – facevano parte della strategia posta in essere dal difensore dell’imputata, la quale appariva tesa anche «a verificare ed a mettere in rilievo l’attendibilità della persona offesa»”.

Un vero e proprio caso di scuola.
Ma allora perchè si è dovuta scomodare la Cassazione per una questione così elementare?

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Time: March 23, 2009

marzo 24th, 2009

Abortion for 9-Year-Old Tests Church

A Catholic Archbishop has sparked a bitter debate by excommunicating the mother and doctors of a 9-year-old girl who received an abortion.
Brazilians, including President Luiz Inacio Lula da Silva, assailed the church for hewing to doctrine despite extreme mitigating circonstances – the child, who was carrying twins, ha allegedly been raped by her stepfather. While generally illegal in heavily Ctholic Brazil, abortion is permitted in rape cases. Critics said the church-whose actions were backed by rhe Vatican – risked alienating congregants.

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