Archive

Archive for the ‘diritto’ Category

Sveglia!* Scilicet: in difesa della Costituzione salviamo l’università pubblica: perché di questo si tratta!

novembre 7th, 2010

*[Sveglia! Chi non si è mai trovato tra le mani il foglietto - invariabilmente apocalittico - dei Testi­moni di Geova? (Ognun sa di che parlo.) E sì. Ci vede tutti dormienti e sinceramente affranto per le nostre sorti, di riottosi, ciechi e sordi, grida, invariabilmente, sveglia! Mi sento come il foglietto. Non demordo. E come quello insisto. A lungo e rigiro e ripeto. Ho fede: nella ragione dell'Uomo; al fine. E cosi gri­do: sveglia!!]

Quid accidit?

Che succede all’università italiana? È sotto attacco. Un attacco pesante, insidioso, fariseo e distrutti­vo, probabilmente anche incostituzionale. E nessuno ne parla? Che succede? Uno dei peggiori in­ciuci della politichetta degli ultimi anni si consuma a danno irreversibile del futuro del paese, della possibilità di formare successive classi dirigenti libere, critiche, pluraliste e democratiche, avviluppa e soffoca ogni voce di dissenso. Non c’è dibattito, non c’è inchiesta, Non c’è approfondimento. Non c’è l’università, quando si parla di università statale. Al massimo qualche professore di università privata.
Una (contro)riforma, brutalmente preparata da un assedio per fame e per sete, asperrimo come mai veduto prima. È presentata esattamente per l’opposto di quella che è: è retriva invece che moderna; è lobbista invece che meritocratica; è oligarchica (baronale) invece che democratica; è asservita inve­ce che libera; è dipendente invece che autonoma; è conformista invece che critica. Lo spiegherò appresso.
Prima occorre dire che quanto accaduto, accade e – non ancora inevitabilmente – accadrà, non è un caso, non è neppure l’effetto di incompetenza né quel­la palese della ministra né della presidente della commissione cultura né di altri che – lì – sull’università pontifi­cano. Tuttavia, dopo gli studi, se va bene, senza averci passato un giorno solo nelle università. Sarebbe questa un’atte­nuante, ma ingenerosa, per il vero artefice della riforma: il ministro Tremonti. Ideatore ed esecutore della missione ground zero, che non equivale alla più aulica espressione fare tabula rasa, perché dopo la demolizione non si vede nuova scrittura; si rivede quella ancora più vecchia. Vale a dire che se questo non è lo scopo vero e immediato della riforma, ne è l’effetto solo. Eppure, per quanto tragico possa essere proiettare nel futuro prossimo le conseguenze della demolizione, esse nulla sono. Rispetto all’obiettivo di lungo periodo. Quello vero: creare una società una; interamente dipendente dal suo capo: Priapo. Una distopia che peggio non si può immaginare. Se l’avessero immaginata i Pink Floyd, certo, invece che martelli a marciare, in The Wall, profetico, avrebbero messo dei cazzi capovolti, come quello del Priapo: duce e nume dei riformatori. Ossimori irriducibili, eppure viventi sono costoro: Robespierre-restauratori, giacobini di destra, giansenisti di sinistra. Come un ossimoro è la loro riforma: meritocratica senza meriti e democratico-autoritaria. Questa non èp che una previsione, hic et nunc bisogna pensare al presente. È ora di occuparsi della contingenza. Perché è dall’efficacia con cui si interviene – adesso – che si può impedire la distopia priapistica.

Bellum parate,
quoniam pacem pati non potuistis. Partiamo dalla disinformazione, cioè dal modo in cui viene preparata l’opinione pubblica ad acco­gliere quello che mai, con un’informazione corretta, invece accoglierebbe. Ecco quale: l’università oggi è baronale, autoreferenziale, scarsamente produttiva, troppo indietro nelle classifiche internazionali. E spendacciona: oltre il 90% in personale e non produce neppure una saponetta!
E così, via con il tormentone del nepotismo: di letto o di sangue. E poi via con i concorsi (che con­corsi non sono) che … “lasciano fuori bravi”. E ancora, via con … “i cervelli in fuga”. E dai con l’of­ferta formativa che … è troppa! E metti i fuori coso e gli abbandoni che …. sono più alti dei quelli degli altri. E via di lì: la strada è spianata; chi più ne ha più ne metta. Arriva il salvatore, il demiurgo deus ex machina: l’avvocata in trasferta o per corrispondenza, la ministra dell’istruzione. Parola d’ordine: bisogna riformare. E via con l’eco dei parassiti, ruffiani e cicisbei di regime: bisogna rifor­mare, riformare, riformare, riformare … . tutto è pronto. Nessuno che dica quanto è la spesa per studente, a petto delle altre nazioni; nessuno che dica quanti sono i mq di attrezzature per studente e per docente a petto dei cd eccellenti; nessuno che dica quanto costa un laureato, a petto dei paesi dell’OECD. Nessuno che dica quanti collaboratori – pagati, non da lui – ha un professore, a petto delle migliori università prese a obiettivo; straniere perché le italiche private non se la passano meglio, come ci ricorda Sylos Labini in http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/29/confindustria-ed-universita/74247/ ).

Alea iacta est
Siamo pronti anche noi, partiamo dunque. Useremo allo scopo di vedere il bluff le stesse premesse dei riformatori, le daremo per vere. E quindi: tutto il potere nell’uni­versità è nelle mani dei baroni; i baroni curano solo i loro interessi a danno dell’interesse pubblico e generale; nell’università regna il più bieco egalitarismo a tutto scapito della meritocrazia. Si lo dia­mo per vero, e senza distinguo; e non c’è ironia. Vogliamo solo confrontaci ad armi pari, sullo stesso campo.
Useremo perciò anche gli stessi obiettivi dei riformatori, li daremo per buoni: togliere il potere ai ba­roni, definitivamente; promuovere nell’accesso e nella carriera solo i meritevoli, insomma: merito­crazia. (Sia detto per inciso: essa fu una parolaccia, così la intese chi la coniò, il sociologo inglese Michael Young, chissà se la ministra lo sa e chissà se sa che è il perno dei regimi fascisti, lo avrà pure studiato che era lo strumento che Benito Mussolini opponeva alle “potenze demo-plutocrati­che”; ma si che lo sa!) Prendiamo per buona la filosofia meritocratica, senza distin­guo. Si lo diciamo per vero; non c’è ironia. Vogliamo solo confrontaci ad armi pari: siamo perfino disposti a far finta di essere jeffersoniani; e non lo siamo.
Vogliamo che le contraddizioni, se non le truffe della controriforma, vengan fuor da sé.
Su queste premesse esaminiamo i soggetti del processo riformatore: quelli che la dettano, quelli che la fanno, quelli che la subiscono, nel senso che ne sono oggetto. E li cataloghiamo in due insiemi: quelli a cui piace e quelli a cui non piace.
Quelli che la dettano, alcuni: Giavazzi (ordinario di università privata), Ernesto Galli della Loggia, (ordinario di università privata), Angelo Panebianco (ordinario con due piedi in due scarpe, una pubblica e un’altra privata), Roberto Perotti (ordinario, università privata), Giulio Tremonti (ordina­rio università pubblica, deus ex machina dell’ITT, università personale), CRUI (un drappello di or­dinari, i Rettori delle università italiane, gli attuali capi), fondazione Trellle (tra i fondatori Fedele Confalonieri), infine, ma non da ultimo, l’iperattiva e scalpitante Confindustria (gestore della LUISS, università privata). Già la Confindundustria. Come mai? Ma per il bene del paese! Codesta associazione (di filantropi, of course), infatti, ci ha abituati alla sua neutralità, alla sua obiettività, al suo illuminato liberalismo, alla sua capacità di scegliere solo per meriti, fin dal 1925. Quando, con lo storico accordo di Palazzo Vidoni (cinismo della storia, oggi sede dell’altro grande restauratore, absit iniuria verbis, il diminutivo e alla mancanza di portafoglio, il ministrino Brunetta), sempre per il bene del paese, scelse Mussolini, il marciatore, e ci si accordò. Mettendo fuorilegge i sindacati (non fa­scisti) dei lavoratori. Accettò in pieno il regime corporativo e fascista, ne trasse tutti i benefici. Sempre per il bene del paese e per il bene del paese non si oppose alle leggi razziali. Ma come pote­va dubitare del liberalismo del duce? Non erano e non sono britannici: senza Dio e senza Patria; lo­ro. Loro sono solo loro pragmatici, per il bene del paese. Si fanno gli affari loro (e infatti prendersi gratis l’università è un affare per … l’oro); sempre per il bene del paese. Come dubitarne. Come dubitarne con un passato sì glorioso, quando, per tornare alla storia recente, flirtano con ora con il premier (non importa quale) o con il suo antagonista (importa ancor meno), secondo come gira il vento. Sempre per il bene del paese. Già. Il bene del paese.
Quelli che la fanno: Tremonti-Gelmini e l’utile idiota, quello non manca mai, il PD; ancora alla ri­cerca di un’identità, ancora complessato di comunismo-leninismo, ancora in fasce a pietire dall’avversario un freudiano legittimante“bra­vo”. Disposto a essere più realista del re. Più a destra della de­stra. Più liberista dei liberisti. Pur di essere di più ma come l’altro. Mettono dentro tutti … dell’altro. E poi se la prendono, dentro, con i propri … rottamatori; gli unici che potrebbero de-gerontizzarlo e tirarlo fuori dalle sabbie mobili, quelle dell’università per esempio, in cui si è cacciato. È lì, in linea con Confindustria (si la stessa di qualche rigo sopra) la pro bono et aequi societas. Enrico Letta e Gianni Rocca sono lì. Sono le loro bocche, volteggiano all’unisono nel cielo, pronti alla picchiata divoratrice non appena la carcassa dell’università schianterà al suolo. Manca poco: non temano di precipitare; tengano duro, anzi. Sì li esortiamo; non li vorremmo sulla coscienza. Due intellettuali così, veri. Mica come gli accademici, gli impostori, intellighenzia snob, finta; corporativa, avida. PD! Sveglia! Siete all’opposizione. Sve­glia! Siete per lo stato sociale, la libertà, la giustizia sociale, la solidarietà, il welfare, la sicurezza sociale, la scuola pubblica laica interclassista, pluralista, democratica; lo ricordate, o no? Siete di si­nistra e il governo di destra. Oppure no? Siete per le primarie, la concertazione, il dialogo con le parti sociali, le riforme condivise, le riforme per, le riforme con, contro le riforme contro. O avete dimenticato anche questo. E si che lo avete dimenticato. Ci fate fare la riforma contro e nulla dite; contro il paese e ci mettete il carico da undici.
E voi, quelli di destra. Che siete al governo del Paese. Non avete figli? O pensate di essere immorta­li. Che state facendo? Sveglia! Svegliatevi anche voi. Un ristretto nucleo i lobbisti, vi sta facendo fessi, e ancora non lo capite. Ragionate con la vostra testa: non è argomento che interessi o che stia al cuore al vostro capo. Troppo complicato, non gliene frega niente dell’università, non una parola spesa.
Quelli che la subiscono: studenti, famiglie, professori, aspiranti tali (i precari).

Redde rationem …
Cataloghiamo. A chi piace e a chi no: è la tesi. Correlato logico indispensabile a chi dovrebbe piacere e a chi no: è l’ipotesi. Se tesi e ipotesi coincideranno la riforma sarà vera, se non coincideranno ci stanno facendo fessi.
A chi dovrebbe piacere: a quelli che il potere non ce l’hanno dentro l’università. Ci sono i ricercatori che non sono affatto precari, ma professori nella fase iniziale della carriera a cui viene da trent’anni rinviata la definizione dello stato giuridico. Sono professori a cui viene negata la dignità di profes­sori. Per questo la loro dichiarazione di “indisponibilità” è efficacie: fanno solo quello per cui non devono essere considerati professori. Non fanno i professori, visto che glie lo negano.
Dovrebbe piacergli perché se sono bravi potrebbero far carriere per ciò solo. Senza che ciò dipenda dagli umori dei baroni.
Ci sono i professori associati. Che sono già professori. I quali però possono ancora far carriera, per diventare ordinari. Dovrebbe piacergli, innanzitutto per le stesse ragioni per cui dovrebbe far piacere ai ricercatori, quanto alla carriera e poi perché, poiché sono professori non baroni, la riduzione del po­tere dei baroni significa renderli effettivamente partecipi del governo dell’università. Ci sono anche i professori ordinari “illuminati”. Perché non tutti gli ordinari sono baroni. Come non tutti i berga­maschi sono cretini e non tutti i siciliani mafiosi, e non tutti i napoletani imbroglioni e così via di luogo comune in luogo comune. Perché per essere barone (cioè oligarca) non basta essere ordinario, magari bravo, ce ne sono anche lì, occorre essere inquadrato in consorterie extra-accademiche. E questo agli accademici, anche ordinari, non piace. Quindi anche a loro dovrebbe piacere la riforma.
Che dire poi delle famiglie e degli studenti. Le une, che hanno i figlioli sempre più bravi e merite­voli di quelle degli altri, dovrebbero finalmente vedere affrancata dalla crudeltà dei professori baro­ni le aspirazioni dei loro, non più, pargoli. Gli studenti, per i quali tanto i professori sono tutti baroni, tranne quelli che lo sono, ma loro non lo sanno, perché tanto all’università si vedono poco e niente, dovrebbero essere contenti. Via i baroni, il loro peso negli organi accademici diventa reale. Via i baroni, se hanno merito andranno avanti senza compromessi. Infine ci sono i precari. Che brutta espressione! Eppure vera. Chi sono? In un paese normale, sono i giovani tra trenta e quarant’anni, cioè giovani non giovani, ma non in Italia dove i pantaloni lunghi si indossano passati i sessanta, che dopo avere conseguito un dottorato di ricerca (il più alto titolo di studio del nostro ordinamento), tre anni post laurea, cioè un titolo che attesta che hanno acquisito conoscenze, metodi e attitudini alla ricerca scientifica, hanno iniziato con l’università la loro attività di collaborazione scientifica (e spesso inopinatamente anche didattica, ma non è colpa loro).
Sono i titolari di un assegno di ricerca. Anche quattro anni. A volte ci sono più assegni e più rinno­vi. Sono, insomma, ricercatori a tempo determinato, come quelli che introduce la riforma. Sono ri­cercatori untenured, nel disegno dei riformatori. Poi ci sono i contratti di insegnamento, con i quali vanno in cattedra come se fossero professori; come se fossero nel senso formale. Perché in senso sostanziale sono ben in grado di farlo.
Costoro sono gli aspiranti professori. Coloro che vivono dentro l’uni­versità e indispensabili, ne sono però fuori. E vorrebbero entrarci. Chi non li fa entrare? Semplice vien detto: un meccanismo selettivo che non valorizza il loro merito e i baroni che deviano le poche risorse di­sponibili – altro assurdo – vero si loro protetti, non foss’altro che per pure ragioni di scuola accade­mica. Dunque, costoro, dovrebbero essere i più contenti. Perfino più dei ricercatori.
A chi non dovrebbe piacere: ai somari, ai pigri e ai baroni. Togliamo somari e pigri, perché tanto nessun somaro né pigro direbbe mai di essere scontento perché insidiato nella sua beata ignoranza o amena oziosità. Un dato impossibile da accertare. Restano i baroni. L’oligarchia che comanda. La CRUI, per esempio. Un’univesità non solo a-baronale, ma addirittura anti-baronale non dovrebbe proprio andargli giù. Si è mai vista un’intera classe dirigente che pratichi il suicidio di massa, o an­che soltanto la resa di massa, in nome del rinnovamento? Per fare posto alle nuove leve? No. Non si è vista mai. (Se no perché il PD sarebbe così com’è.) No, non gli piacerebbe proprio: le oligarchie sono i veri Gattopardi, a ogni latitudine; altro che i siciliani. Chi non legge così Tomasi di Lampedusa o è o si ci fa. Se siete arrivati fin qui, meritate la soluzione. Eccola.

iam enim non poteris villicare
A chi non piace questa riforma? Non piace, proprio no, non va giù, ai ricercatori, quelli di ruolo, di­co; a tempo indeterminato. Quelli che son dentro e con la riforma dovrebbero venire affrancati dal giogo baronale. Ma non gli piace; no non gli va giù. Loro sono gli indisponibili. La rigettano in to­to. Non si sono fatti comprare dal tentativo, goffo e populista – del tutto inaccettabile e come tale ri­spedito al mittente – di barattare il loro consenso alla riforma con promesse (la cui onorabilità rima­ne peraltro tutta da verificare) di generalizzati passaggi alla fascia degli associati. La posta è alta e sul piatto non ci sono interessi personali né corporativi. E agli associati? Non piace neanche a loro.
Tanto non gli piace, pur poco o niente avendo da perdere in termini corporativi, che con un movi­mento spontaneo, nato, cresciuto, strutturato e vivente in Rete, ha dato vita all’assemblea costituente del Coordinamento Nazionale Professori Associati delle Università Italiane, che si terrà in Roma il 15 novembre prossimo. Tanto non piace ai professori associati che nel giro di pochi giorni ha aperto il sito ufficiale del coordinamento di opposizione al ddl, raggiungibile all’indirizzo web http://www.professoriassociati.it , (in cinque giorni 1000 e utenti unici e 3000 pagine viste) ha ela­borato un documento programmatico che ha raggiunto 200 sottoscrizioni in due giorni, conta su una mailing list di oltre 600 iscritti in una settimana, con incrementi velocissimi. Condivide la posizione dei ricercatori e si fa pubblico emblema dello smascheramento della natura truffaldina del ddl Gelmini-Tremonti.
A chi piace? Non è difficile da scoprire: eppure sembra incredibile. La riforma anti-baroni, piace ai baroni. Piace solo a loro e alla Confindustria. Già, gli piace. È indubbio, non ne fanno ministero, an­zi lo propagandano. Loro che hanno i mezzi di comunicazione. E lo fanno come se fosse una rifor­ma condivisa dall’università. (Ma non lo è.) Potrebbe bastare, ma non ci accontentiamo. Chissà che possano avere ra­gione a esser contenti, sempre nell’interesse per paese. Ci mancherebbe altro.
Vogliamo vederci più chiaro. Vogliamo chiarire, approfondire. Lo facciamo.
Ci si sarebbe aspettati, come scelta strategica finalizzata a contrastare gli assetti oligarchici ed anti-meritocratici, che concentrano tutto il potere accademico (ed economico) nelle mani di pochi, – ap­punto i “baroni” – che gli spazi di decisione ed autogoverno delle università venissero distribuiti, piuttosto, tra tutti i docenti (attraverso il ruolo unico, con progressioni economiche subordinate al superamento di periodiche verifiche della qualità del lavoro svolto, per esempio).
Il ddl invece, concentra tutto il potere nelle mani di nove o dieci persone, il gran Consiglio (di Ammi­nistrazione), tra cui troveranno facilmente posto i sempiterni “baroni” (ivi compresi, tra gli esterni, ordinari neo-pensionati), oltre che politici, funzionari di partito, imprenditori (non importa se anal­fabeti, evasori, collusi o magari mafiosi). Tutto ciò, sotto la guida di un Rettore-Condottiero dal potere incontrol­lato ed incontrollabile.
Ci si sarebbe aspettato, come scelta strategica in funzione «anti-baroni», che si mettesse fine alla “stabile precarizzazione” dei giovani, attribuendo a un corpo accademico allargato a tutta la docen­za la loro formazione e selezione.
E invece il nuovo modello di ricercatore universitario si basa proprio sulla perdita di autonomia e indipendenza e sulla sottomissione a logiche clientelari; esso mortifica inoltre il ruolo attuale del ri­cercatore universitario, a cui si continua a negare il riconoscimento formale di quello che è: un pro­fessore universitario alla fascia iniziale.
Il ddl mortifica, in particolare, il ruolo accademico degli associati. Essi infatti, già assunti come professori di ruolo con stato giuridico, nel vecchio regime, analogo a quello degli ordinari, vengono retrocessi a docenti di supporto di una oligarchia di ordinari a tutela dei quali la legge ha già previ­sto per loro un numero ristrettissimo: il 10%, o, nelle ultime modifiche, il 20%, dell’intero corpo ac­cademico. Un corpo accademico che senza limitazioni adesso ne conta il 50% circa. Cosicché il po­tere concentrato ha la garanzia di rimanervi a lungo. Se per oligrachia baronale, vi sembra poco!
Quale meritocrazia persegue il DDL se ai meritevoli non viene ex ante offerta una seria possibilità di carriera? Ai meritevoli. Significa che chi ha il merito fa carriera senza altre condizioni che il me­rito. Ma nella legge c’è tutto il contrario. I meritevoli potrebbero far carriera, se ci saranno i denari, se ci saranno i posti, se … . Se non ci saranno, non la faranno. I non meritevoli non la faranno (come di massima non la fanno), esattamente come i meritevoli senza denari. Altro che meritocrazia, è “egalitarismo di basso profilo”, proprio quello che la ministra dice – a parole – di volere debellare.
Morale della favola. La riforma piace a chi non dovrebbe piacere, non piace a chi non dovrebbe.
I conti non tornano. Qualcuno qui ha barato.

Estote parati!
Il Coordinamento Nazionale dei Professori Associati delle Università Italiane, http://www.professoriassociati.it , al fianco di tutte le altre componenti dell’università, che ovun­que in Italia stanno manifestando fermo dissenso e alta preoccupazione verso la controriforma, clientelare e baronale, contenuta nel ddl Gelmini-Tremonti-.
Faccio appello alle intelligenze migliori del parlamento e del governo affinché ritirino o congelino il ddl e quindi avvino una seria stagione di concertazione (e non sterili audizioni passerella) con tutte le componenti dell’università e le loro rappresentanze, istituzionali professionali, politiche, associative e spontanee, per arrivare a una ri­forma condivisa dell’università italiana che ne accresca i meriti, del tutto assai ingenerosamente ne­gletti, ne assicuri e potenzi l’autonomia nella ricerca scientifica, didattica, culturale, opti per un mo­dello di governo democratico, fornisca pari condizione di accesso ai mezzi di ricerca e realizzi un sistema indipendente di valutazione.
Nel Coordinamento associati si sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar de’ venti.
Non praevalebunt !

diritto, economia e politica, politica, società , , , , , , , , , , , , , , ,

Princìpj di scienza nuova*

giugno 29th, 2010

*pubblicato per riassunto su asudeuropa n. 24 del 2010 pp. 12,13

Le cronache di questi giorni si sono divise tra la nazionale di calcio e la Fiat di Pomigliano. Due vicende in apparenza lontane ed estranee l’una l’altra. Due vicende che però condividono il male italiano della ricerca del demiurgo; accade in politica, in economia, nello sport: Berlusconi-Bossi, Marchionne-Bonanni, Lippi-Abete. Qual è la vicenda di Pomigliano e quale quella degli azzurri è noto. Riflettiamoci a partire da Pomigliano. Riassumiamo così.
La Fiat produce il corrente modello della Panda in Polonia; paese UE dell’ex blocco sovietico, (Paese in cui la Fiat era presente ben prima della caduta del muro);
La Fiat dovrà produrre la Nuova Panda: nuova auto, nuova linea. Serve di evidenza un nuovo stabilimento; se non fosse così la vicenda di Pomigliano sarebbe già stata archiviata come quella di Termini. La Fiat è un’impresa globale (come si dice oggi) produce indistintamente laddove più gli conviene. Fa solo il suo mestiere. Se la Fiat prevede di localizzare la nuova produzione in Italia è perché pensa di poterne trarre un qualche vantaggio. Probabilmente strategico. Infatti, Fiat produce già in Italia: Melfi, Milano, Torino (il resto per ora non conta). Dunque, Melfi Milano Torino: stabilimenti che ancora ci sono, producono, costano, restano; almeno Milano Torino. Dunque, nel momento in cui Fiat localizza la nuova linea in uno stabilimento italiano e per farlo chiede garanzie di produttività e di controllo assoluto del ciclo, è chiaro che parla a Pomigliano perché intendano a Melfi Milano Torino.
In altri … Termini: cioè da dove in verità inizia il discorso Fiat/Italia. Eccoli i legami: Termini e Pomigliano sono (erano) i due stabilimenti più meridionali; Termini e Pomigliano sono (erano) i due stabilimenti meno produttivi, più assenteisti, più furbi, due palle al piede, insomma; ostinarsi a negarlo non cambia le cose e non alleggerisce la palla: che poi è l’unico rimedio efficace; Termini e Pomigliano, perciò, sono (erano) destinati a chiudere entrambi, perché entrambi non convenienti;
Termini e Pomigliano sono (erano) legate a doppio filo: caduta l’una l’altra può ancora salvarsi.
Termini-Serbia, viaggio di sola andata. È quello che accade quando è la partitica, cioè la politichetta nostrana, che pensa di gestire gli investimenti privati, e non si accorge che il tempo delle “liste di collocamento” o delle “liste fornitori” è passato; a chi può competere sul mercato americano dell’auto non si possono imporre “soci amministratori” in cambio di denari.
Polonia-Pomigliano: andata; ritorno open. Come Termini, termina Pomigliano se si rifiutano gli investimenti alle sole e uniche condizioni della Fiat: e il gioco è fatto. E vale anche altrove.
L’accordo prevede clausole largamente peggiorative per i lavoratori con riferimento al trattamento derivante dagli accordi aziendali generali (cioè a valere per tutta la Fiat), dal contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici (cioè del contratto della Fiat e delle altre imprese e lavoratori del settore), dalla legge.
La contropartita sociale e collettiva è data appunto dall’investimento che garantisce i cinquemila posti dello stabilimento di Pomigliano e i quindicimila dell’indotto. Ventimila famiglie. Circa centomila per sone. Non è roba da poco. Come pochi non sono settecento milioni di euri.
Ora, tra le critiche della Fiom all’accordo spicca quella del “ricatto occupazionale”, brutta espressione che tradisce un giudizio valoriale pregiudiziale, ma non del tutto infondata.
Quell’occupazione a Pomigliano non c’è. Il recente passato conosce ore su ore di cassa integrazione. Dunque l’aut aut di Marchionne sembra del tutto legittimo e tatticamente ben studiato. Non c’è ricatto. È la legge di domanda e offerta. Non si dimentichi, infatti, che l’interlocutore di Fiat non è il lavoratore, il singolo debole lavoratore. Gli interlocutori sono il contropotere sindacale e la parte politica: a cui si chiedono due anni di cigs totale a zero ore per la ristrutturazione dell’impianto. Allora lo scandalo dove sta? Appunto scandalo non c’è. Fiat e sindacato dovrebbero fronteggiarsi da pari a pari. Dovrebbero: al condizionale; perchè? Perchè il contro-potere sindacale è oramai una farsa. Il sindacato è diviso, annientato da dieci anni di logoramento interno. Dieci anni di accordi separati, con la CISL a diresempredisi ai governi di lega-destra (contratto a termine selvaggio, orario di lavoro a go go, legge c.d. Biagi, riforma del modello contrattuale, manovre finanziarie) e a fare il sindacato di governo nella speranza – riuscita – di fare con il PDL oggi, e con FI, ieri quello che faceva con la DC nella prima re pubblica. Ma purtroppo la CISL non è quella della prima repubblica e il PDL non è la DC di Moro e Zaccagnini.
Se è vero che Fiat può sempre andare altrove è anche vero che ha ancora larghi interessi produttivi in Italia; ma nè il sindacato (diviso) né la politica economica di governo (inconsistente) sanno creare le condizioni perché ciò stia sul mercato, così come ci stanno le promesse di investimento. Inoltre, se si lascia che le aree economicamente depresse del Paese dipendano da un unico investitore, senza creare le condizioni di mercato affinché anche altri investitori possano competere, è chiaro che gli strumenti negoziali si riducono all’osso. Cosa fa il sindacato? E cosa la politica? Questo è il punto. Non fanno nulla. Nulla di utile in tale senso.
Di fronte a un imprenditore che propone un piano lecito, legittimo, pur strategicamente ingegnoso e spregiudicatamente apprezzabile si assiste al logoro cicaleccio dei buonsensisti capeggiati da Bonanni con Angeletti nel ruolo di corifeo e gli altri del coro a fare scandalo della Fiom: il diavolo comunista!
È il risultato operativo del decennale vieto baratto ipocritamente condotto sotto la bandiera, oramai lacera, della modernizzazione delle relazioni sindacali, che ha portato il sindacato chedicesempredisi ad attuare il punto 3 del piano della P2, che prevedeva appunto «la sollecitazione alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell’UIL, per [...] rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti».
Solo così si possono spiegare l’adesione incondizionata della Fim/Cisl al piano Marchionne e il modo di conduzione della propaganda referendaria a un piano che diventa contratto collettivo aziendale per adesione e che prevede: 18 turni settimanali di 8 ore ciascuno per sei giorni ebodmadari (7 giorni e 21 turni peri manutentori); di 80 ore di straordinario esigibili unilateralmente nel 18° turno (dalle 22 del sabato alle 6 della domenica); la riduzione delle pause nel lavoro in linea da 40′ a 30′; l’eliminazione della pausa refezione intermedia e del suo spostamento alla fine del turno, spostamento funzionale alla utilizzazione della ulteriore quota di lavoro straordinario durante quella pausa. Condizioni di lavoro negoziazione delle quali ci si sarebbe aspettato l’intervento di tutti i sindacati; perché se un sindacato non negozia sulle condizioni di lavoro, non si riesce a comprendere che cosa esiste a fare.
Prevede poi altre due clausole, una sul trattamento di malattia e un altra sul di ritto di sciopero; clausole non secondarie ma a cui si è dato tropo peso facendo perdere di vista il nodo del problema.
La clausola sul trattamento di malattia prevede che per «contrastare forme anomale di assenteismo» in occasione di particolari eventi non epidemiologici e «nel caso in cui la percentuale di assenteismo sia significativamente superiore alla media, viene individuata quale modalità efficace la non copertura retributiva a carico dell’azienda dei periodi di malattia correlati al periodo dell’evento».
Com’è noto la protezione del lavoratore ammalato si articola su due livelli: uno normativo previsto dal la legge, consistente nel diritto alla conservazione del posto durante l’assenza qualificata e un altro eco nomico, previsto sia dalla legge sia dal contratto, consistente nel diritto a percepire un’indennità rag guagliata alla retribuzione perduta a causa dell’impossibilità di lavorare. Questa indennità è pagata dal­l’INPS che assicura obbligatoriamente la malattia del lavoratore. Ora gli è che l’assicurazione sociale in parola corrisponde la detta indennità solo dal quarto giorno di assenza per malattia, cosicché, quale che sia la durata di essa, l’ordinamento sociale valuta sopportabile per il lavoratore la perdita di tra giornate di retribuzione per evento morboso; per questo motivo il periodo prende il nome di carenza (di assicurazione). A partire dagli anni ’70 la contrattazione collettiva nazionale diede, come condizione di miglior fa vore per i lavoratori, copertura retributiva anche alla carenza assicurativa.
Si tratta di tutta evidenza di materia del tutto contrattuale che integra il trattamento economico del lavo ratore; quindi nella piena disponibilità del contratto. Pacifico essendo che non esiste una gerarchia tra contratti collettivi di diverso livello, ci pare pienamente legittimo disporre di tale diritto.
E veniamo al merito della clausola. Lo scopo della clausola è quello di combattere contro gli abusi che vengono commessi con un meccanismo di responsabilizzazione collettiva.
La critica sollevata al meccanismo (a parte quella che riguarda la fonte aziendale) è che con la clausola suddetta si sparerebbe nel mucchio della maggioranza di lavoratori onesti per colpire pochi disonesti cialtroni che simulano la malattia per vedere le partite di calcio o per truffare l’indennità durante gli scioperi. In realtà la clausola prevede che la sospensione della tutela contrattuale riguardi solo le assen ze verificatesi nel periodo che risulta anomalo. Sicché appare ragionevole che verificatasi la fattispecie in occasione dell’andata di una partita di coppa la stessa non si riverifichi al ritorno. Certo la clausola è affinabile e migliorabile (non è questa la sede dare suggerimenti) ma il meccanismo in sé stesso non è lesivo di diritti inderogabili e non impedisce (anche se rende più onerosa) la tutela del lavoratore incol pevole. Ma il senso del meccanismo non è quello di non pagare la copertura contrattuale tout court (co sa pure negoziabile) ma quello di innescare un meccanismo virtuoso per il quale il lavoratore tifoso o furbo perda interesse ad assentarsi per malattia durante le partite.
Più articolata è la questione sulla c.d. clausola di responsabilità (punto 14) che riguarda il governo del diritto di sciopero. L’accordo, in estrema sintesi, prevede due ordini di rimedi al verificarsi di «[...] comportamenti idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate per la realizzazione del Piano e i conseguenti diritti o l’esercizio dei poteri riconosciuti all’Azienda dal presente accordo, [...] libera l’Azienda dagli obblighi derivanti dalla eventuale intesa nonché da quelli derivanti dal CCNL Metalmeccanici.»
Un rimedio è a livello collettivo e un altro è a livello individuale. A livello collettivo, la pattuizione integra quella definita «clausola di tregua (sindacale)» in forza della quale, in applicazione del presupposto prin cipio pacta sunt servanda, i soggetti firmatari dell’accordo, in questo caso sindacati (per sé stessi e non quali rappresentanti dei lavoratori), assumono l’impegno ad astenersi da iniziative di lotta intese alla modificazione degli accordi durante il tempo di vigenza degli stessi.
Si tratta di una clausola di parte obbligatoria (cioè la parte che non riguarda i rapporti individuali di la voro) e che come tale è nella piena disponibilità delle parti (sindacati). Da questo punto di vista non suscita scan dalo neppure la disposizione che considera illegittimo uno sciopero spontaneo (cioè non organizzato dal sindacato) durante il periodo di tregua, per l’ovvia considerazione che se così non fosse da un lato la clausola potrebbe essere facilmente aggirata dallo stesso sindacato e da un altro lato che lo stesso sindacato perderebbe larga parte della sua autorevolezza nel governo del conflitto; si tratta di una clausola che ad un tempo si basa sul “potere di influenza” del sindacato, lo rafforza, fa scommettere il sindacato su di esso. Insomma, nel punto 14 sono previste sanzioni solo per il sindacato ancorchè la violazione provenga da non iscritti. Dunque se il sindacato accetta il rischio (di non riuscire a essere influente) è normale che ne subisca le conseguenze. Il sindacato, se unitario (?!), che fa bene il suo lavoro in fabbrica ha poco da temere dalla c.d. teste calde.
La clausola 15, collegata al punto 14, suscita invece particolare scalpore (seppure a mio avviso non al larme per la tutela del singolo) e fondatamente. Essa estende la portata di clausole tipicamente obbligatorie alla parte normativa del contratto (quella che è destinata a regolare i rapporti individuali di lavoro e quindi i diritti del singolo lavoratore), prevedendo conseguenze sul piano disci plinare fino al licenziamento.
Tra i diritti individuali che la clausola aspirerebbe a conculcare (senza troppa convinzione come vedre mo, essendo altri e obliqui i suoi scopi) vi è quello degli scioperi o di altre iniziative di lotta idonea a rendere inesigibili le «condizioni “concordate” (apici nostri)», cioè le prestazioni di lavoro (quelle si onerosissime) nel la modalità previste dal piano.
Da un punto di vista giuridico formale la clausola si pone in aperto contrasto con una norma costituzio nale, l’art. 40, che riconosce individualmente al lavoratore il diritto di sciopero, sebbene nell’ambito delle leggi che lo re golano. La clausola è dunque palesemente nulla (a meno di alchimie giurisprudenziali, sempre possibili in verità, ma allo stato non ipotizzabili), perché il contratto aziendale non è una legge. Sono perciò del tutto destituiti di fondamento gli argomenti che si basano sulla già prevista limitazione dello sciopero nei servizi pubblici essenziali (qual di evidenza non è la produzione della Panda), disciplinata dalla leg ge n. 146 del 1990, ancorchè essa deleghi una parte della regolamentazione agli accordi collettivi (ma vieta di infliggere ai lavoratori che scioperino illegittimamente l’adozione delle sanzioni maggiori e di quella del licenziamento), per inferirne la legittimità della clausola, Ciò proprio perché l’accordo aziendale non è una legge e fuori dai servizi pub blici essenziali non c’è nessuna legge che deleghi alla contrattazione collettiva di regolamentare il dirit to di sciopero. In altri termini il diritto di sciopero è un diritto individuale (ancorchè ad esercizio collet tivo) del quale i sindacati non hanno il potere di disporre.
Potrebbe, invero, obiettarsi a questa ricostruzione che se la nullità fosse così palese non sarebbe ragio nevole ipotizzare che i sindacati firmatari non l’abbiano rilevata, oppure che sarebbe eccessiva la preoc cupazione per una clausola che non potrà nel concreto trovare applicazione. E l’obiezione potrebbe es sere fondata se i sindacati firmatari nella validità della clausola ci avessero creduto o, pur non creden doci, fossero stati in buona fede, l’avessero cioè solo passivamente subita confidando in sede applicativa sulla nullità della clausola.
Il nodo è politico, di politica sindacale: la Fim/Cisl, nel c.d. “Volantone Pomigliano”, una locandina elettorale diffusa in vista del referendum (in ordine ai risultati del qua le i firmatari dell’accordo hanno ben poco che cantare vittoria, che è solo numerica), arriva perfino a mentire scrivendo che le «eventuali “conseguenze” di violazioni dell’accordo, [...]» non prevedono sanzioni nei confronti dei dei lavoratori, «essendo questi liberi nel diritto di sciopero. Sono pertanto totalmente infondate e strumentali le dichiarazioni su possibili violazioni della legge o della Costituzione.»
Affermazione semplicemente opposta al punto 15 dell’accordo che recita:«le clausole indicate integrano la regolamentazione dei contratti individuali di lavoro [...] la violazione da parte del singolo lavoratore di una di esse costituisce [... ]» motivo di «provvedimenti disciplinari conservativi e ai licenziamenti per mancanze».
Una clausola deliberatamente nulla che ha lo scopo (politico) di tutto l’accordo (di questo e degli altri separati che lo hanno preparato e di quelli che lo seguiranno): fare terra bruciata attorno alla Fiom/CGIL. Questo e solo questo è quello che, invero, si consuma a Pomigliano la celebrazione dell’eroe e il sindacato di adesione: principi per una scienza nuova.
Nemesi storica, indubbiamente. L’annegamento della ragione e l’affidamento all’eroe si consuma in uno stabilimento intitolato al filosofo napoletano Giambattista Vico: l’autore dei corsi storici; per i quali lo sviluppo della storia progredisce dall’età degli dei, «nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli», passando per quella degli eroi dove si costituiscono repubbliche aristocratiche, in cui in nome di una ragione superiore che «non è naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo» gli eroi dominano sui deboli, si arriva all’età degli uomini «nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana».
Ricorsi storici: quando già un secolo era passato da che i Princìpj di scienza nuova erano già alla terza edizione (1774) nella conterranea Teano la patria di Vico venne consegnata nelle mani di un torinese. Ricorre quest’anno il 150° anniversario di quell’incontro (26 ottobre). Qual modo migliore di celebrarlo che una svendita di fine stagione?
Dice Vico: «Gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura». Speriamo.

diritto, economia e politica, pagine personali , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Cola Pesce* e l’invasione degli Ultracorpi**

febbraio 19th, 2010

«I più fortunati e più volenterosi dei 5.600 lavoratori della Fiat che vanno a casa a partire da domani potranno arrotondare l’ indennità di cassa integrazione a zero ore con un secondo lavoro, magari non ufficiale, che comporterà una entrata in più nelle casse della famiglia. Le trattative con la Fiat hanno portato ad un ottimo risultato credo il migliore che il governo potesse ottenere. E va dato atto anche ai dirigenti della Fiat di aver fatto il massimo sforzo. Berlusconi sottolinea come il risultato più grande sia stato l’ aver impedito la chiusura di Termini Imerese.»
No. Non è oggi. Non è domani. Era il 2002. [Repubblica, 08 dicembre 2002 p. 6 sez. econ.]. Eppure sembra un’altra era.
Cosa è accaduto in questi anni e quale sia la reale situazione oggi, lo ha spiegato Franco Piro da queste colonne** poche settimane or sono (anno 3 n. 43 p.11s**).
La notizia di oggi è, invece, che ci sono 2 milioni di disoccupati: l’8,5% il tasso di disoccupazione; e non si tiene conto dei cassintegrati in deroga, una finzione (il cui senso economico non è in nulla diverso dalla disoccupazione) che imbelletta le statistiche e dà la stura alla vanità dei nostri immobili governanti.
Ma torniamo in Sicilia: ripartiamo da Termini, per un viaggio nel lavoro; un viaggio immaginario (quanto onirica è la sua meta).
Dice bene Piro che le iniziative (di intervento strutturale) la Regione le«potrebbe realizzare a prescindere dalla Fiat e che, se fossero davvero realizzate, potrebbero indurre la Fiat a fare ben altre valutazioni». Non solo la Fiat, però. Il riferimento ad un’unica grande industria (multi)nazionale, sebbene la più grande, la dice lunga, non tanto sulla dipendenza totale della Sicilia dall’industria del continente (il che ovviamente non dice e aggiunge nulla a quanto non sia arcinoto), quanto sulla assoluta inutilità degli interventi pubblici a sovvenzione di tale industria; del fallimento integrale dell’obiettivo di colmare il divario con la terraferma, di determinare una modificazione strutturale del tessuto economico sociale e civile in guisa da renderlo attrattivo per gli investimenti esterni e produttivo per quelli interni.
Quarant’anni di finanziamenti alla Fiat di Termini non hanno modificato gli assetti del territorio, tanto che ancora oggi la discussione si incentra e dipende unicamente dalla scelte di un’unica, sempre la stessa, impresa. Il copione è quello già visto, ed è quello con cui si apre questo articolo e che, a intervalli più o meno ampi, si ripropone ai siciliani: perché i siciliani sembra non abbiano memoria.
La Sicilia poggia su tre colonne, ce lo ha insegnato Cola Pesce; così come la sua leggenda ci ha insegnato che questa terra è generosa, non lesina eroi quando si tratta di sostituire una di esse. Così è andata avanti per secoli, fino ai giorni nostri. Oggi una gamba marcia, domani un’altra, Trinacria ha sempre trovato nei suoi figli qualcuno disposto a prendere il posto di una colonna per il bene comune. Ma adesso qualcosa di nuovo la minaccia: le tre colonne sono tutte e tre sotto attacco, tutte e tre contemporaneamente. Tre colonie di tarli si sono organizzate e ne minacciano la stabilità: Mafia Arretratezza Sommerso e ciascuna si è attaccata a una gamba e non sembra volerla mollare.
Ma i (tre) mali – traffico a parte !- sono noti. Al contrario dell’attenzione che oramai l’evocarne il nome di ognuna di essi suscita, alla loro circolarità non sembra volersi attribuire valore decisivo. Non si tratta di diminuire il valore e la necessità della risposta “militare” di contrasto a ciascuno di essi; si tratta piuttosto di individuare il filo rosso di tale circolarità e di spezzarlo. (É il filo della micro-illegalità od ordinamento parallelo, o paralegale, alimentato da una pressocchè inesistente risposta alle istanze di tutela di tipo quotidiano (l’ufficio che non funziona, le buche per strada, le doppia fila, gli schiamazzi …). É vero qualcuno ci aveva già provato. Più di cinquanta anni fa. Danilo Dolci capì che bisognava prendere la mafia per fame, sottrargli il bacino fertile da cui attingere braccia, consenso, potere. Capì e mise in pratica. A modo suo naturalmente: digiuno e parola. Le istituzioni non capirono ed ebbero paura. Oppure capirono e ne ebbero ancora di più. Per questo Danilo Dolci il 2 febbraio 1956, per avere dato voce all’art. 4 della nostra Costituzione, per vere organizzato e condotto un gruppo di contadini a lavorare sulla Trazzera Vecchia di Partinico, fu arrestato, dopo venti giorni considerato dotato di «spiccata capacità a delinquere» e tenuto in prigione e infine condannato, da un tanto solerte quanto miope tribunale palermitano; sordo al grido di Piero Calamandrei, venuto apposta da Firenze a pronunciare l’arringa finale per difendere la sua (nostra) Costituzione e il suo amico. Indarno.
Sono passati più di cinquanta anni da quel 1956 (il dibattimento si volse dal 24 al 30 marzo). E tuttavia la lezione non è stata imparata. I tre tarli vengono contrastati empiricamente, solo dal lato epifenomenico; si ottengono risultati sul fronte militare, oppure su quello statistico. Ma chi si soffermi a guardare come le tre colonie si prestino reciproca assistenza si accorge che nell’eziogenesi nulla è cambiato. Anzi, la consapevolezza che la guerra è in corso con la risposta militare alla mafia o con quella statistico assistenziale all’occupazione (e alla produzione), parallelamente, ha allentato la tensione etica e quella morale riservata al contrasto di tali fenomeni, o se si preferisce ha eliminato ogni pudore. Fino al punto di rendere indifferenti, o quasi, al fatto che esistano giochi che non solo di chiamano Mafia Wars, disponibili gratuitamente dalle piattaforme di social network fino all’iPhone, ma che riproducono le logiche di appartenenza mafiosa e quelle di sistema, parallelo, alternativo e competitivo con quello legale. Certo molti si saranno indignati, di fronte questa ennesima imbecillità, per il suo tema, più che per il suo effetto.
Ma quanti si indignano ogni giorno per l’arretratezza (infra)strutturale a cui siamo costretti? Arretratezza che moltiplica le congiunture e quindi le emergenze; arretratezza che tiene vivo e continuo il meccanismo che porta a scambiare il consenso con la soluzione del problema (il loro singolo, comprensibilmente).
Se ne ricordano le mogli dei lavoratori dell’indotto della Fiat di Termini Imerese, che da oltre dieci giorni vivono sui tetti della fabbrica moritura. Assicurano la logistica alla protesta e gridano dai microfoni di Annozero: – noi, vi abbiamo mandato al governo; e voi, dovete risolverci il problema. Così come prima le loro madri avranno gridato: – noi, vi abbiamo mandato al governo; e voi, dovete darci il posto. E glie lo avevano dato. Ed è sempre il solito ricatto morale: di fronte alla oggettiva drammaticità di chi perde il lavoro e con esso la dignità di uomo e di cittadino non è tempo di riforme strutturali, ma vi è l’emergenza di assicurare il pane. Ma è solo ipocrisia. La perdita del posto di lavoro in un’economia avanzata non può mai essere un’emergenza congiunturale: esso è un evento prevedibile, al quale deve fare fronte un apparato efficiente ed efficace di sicurezza sociale. Un apparato che non c’è. E che si guardano bene dal fare. Non c’è l’apparato, si badi bene. Non mancano gli ammortizzatori sociali. Significa che manca l’automatismo tra situazione di bisogno e intervento del sistema di sicurezza. É così che si si tiene sempre alto il prezzo dello scambio nel mercato del consenso. O basso, sarebbe meglio dire. Perché lo scambio non avviene a livello collettivo e di territorio ma a livello dei feudi elettorali e dei vassalli. Questo non è un gioco, come, alla fin dei conti, lo è Mafia Wars. Eppure quanti si indignano? Quanti pretendono a gran voce che gli interventi di sostegno non siano “in deroga”, ma ordinari? Quanti si indignano di fronte alle dichiarazioni del ministro del lavoro che afferma trionfante e rassicurante che i soldi ci sono, che ne sono stati spesi solo il 40% di quanti mesi a disposizione, e al contempo che non occorre riformare gli ammortizzatori sociali? Quanti lavoratori siciliani se ne ricorderanno nel segreto della cabina elettorale? Se la storia insegna qualcosa (in barba alla massima classica e volgendosi indietro sarà pur lecito dubitarne) ben pochi.
Ma quanti si indignano di fronte a percentuali di lavoro sommerso che si contendono il primato con quello emerso? E questa è la vita di ogni giorno. Quanti si indignano al cospetto di chi chiama il lavoro nero ammortizzatore sociale e ne inneggia alla funzione sociale? Manco fosse un fenomeno contingente. Chi si chiede cosa realmente ammortizza una comunità parallela di lavoro nero? E chi si indigna di fronte all’evidenza che essa ammortizza, smorza, le possibilità di crescita e di affrancazione dal giogo clientelare dei finanziamenti pubblici, del posto pubblico, oggi dell’ammortizzatore in deroga e ieri dell’articolismo? Questo lavoro nero, che non ha nulla che vedere con quello del resto della nazione, genera un ordinamento illegale che da quello legale attinge nulla gli dà.
Il lavoro impegna la vita di ognuno tutto il giorno tutti i giorni. Quando il lavoro è in nero la vita di ogni giorno tutto il giorno è in nero. E così le relazioni che ne nascono: i beni o i servizi che si comprano o usano sono in nero. Perfino il mondo parallelo quello legale – quello che si dovrebbe indignare, perché alla fine si fa carico dei costi sociali che quello sommerso genera – vi attinge, come in una sorta di compensazione malefica.
Quanti si indignano di fronte all’assenza di politiche strutturali che contrastino una comunità così ampia di economia extra-legale; vero e proprio esercito di riserva pressocché inestinguibile per l’economia illegale e del mercato del consenso. Quanti considerano che una comunità così ampia di lavoro extralegale a un tempo si nutre di, e genera, illegalità.
Come nella trasposizione cinematografica di Don Siegel del romanzo di Finney, Invasion of the Body Snatchers, in cui un seme alieno è in grado di duplicare esattamente un essere umano e quando il processo finisce la copia aliena uccide l’originale umano e lo sostituisce con una copia caratterialmente ed emotivamente disumana: priva di emozioni, così nella Trinacria emersa il seme autoctono della micro-illegalità, è in grado di duplicare esattamente un essere umano e quando il processo finisce la l’originale falsificato è sostituito con una copia disumana: indifferente alla legalità.
La versione originale del film prevedeva un epilogo tragico: i replicanti che prendono il posto di tutti i cittadini di Santa Mira e il protagonista Kevin McCarthy (che ovviamente avendo capito in anticipo non venne creduto e giudicato pazzo) che, puntando il dito verso il pubblico, esclama: «You’re next!», ma la produzione impose al regista una conclusione più ottimistica, più hollywoodiana.
La Sicilia non è Hollywood. Eppure Danilo Dolci che venne ritenuto se non pazzo delinquente, con il suo digiuno non violento e le buche riempite stava proprio dicendo «You’re next!».
«E noi, saremo i prossimi?»
Dalla condanna di Danilo nulla è più uguale a prima. Riempire le buche delle strade non basterebbe a rendere giustizia al senso della rivendicazione di un lavoro dignitoso, cioè legale. La valenza simbolica del riempire gratis le buche di una strada pubblica è andata perduta.
Chissà se uno dei tanti Cola Pesce che di volta in volta si sono sostituiti a una colonna pericolante delle tre che sostengono questa terra sia sia pentito. Chissà? L’anelito dolciano non è però cambiato e molti Cola Pesce ancora lo respirano: un lavoro dignitoso per ciascuno è la sola via per la marginalizzazione del mondo parallelo.

___________
* La leggenda di Colapesce narra di un certo Nicola con il diminutivo di “Cola” di Messina, figlio di un pescatore, soprannominato Colapesce per la sua abilità di muoversi in acqua. Quando tornò dalle sue numerose immersioni in mare raccontò le meraviglie che vide, e addirittura una volta portò un tesoro. Così la sua fama arrivò al re di Sicilia ed imperatore Federico II che decise di metterlo alla prova.
Il re e la sua corte si recarono pertanto al largo a bordo di un’imbarcazione. Per prima cosa il re buttò in acqua una coppa, e subito Colapesce la recuperò. Il re gettò allora la sua corona in un luogo più profondo, e Colapesce riuscì nuovamente nell’impresa. Per la terza volta il re mise alla prova Cola gettando un anello in un posto ancora più profondo, ma passò il tempo e Colaspesce non riemerse più.
Secondo la leggenda, scendendo ancora più in profondità Colapesce aveva visto che che la Sicilia posava su tre colonne delle quali una consumata dal fuoco dell’Etna, e aveva deciso di restare sott’acqua, sorreggendo la colonna per evitare che l’isola sprofondasse, e ancora oggi si trova a reggere l’isola (fonte: Wikipedia).

——
**Articolo pubblicato ne ASudEuropa anno 4 n. 4

cinema, diritto, economia e politica, pagine personali, politica, società , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

social pollution

ottobre 22nd, 2009

A Joachim, anonimo

Eu vivo a libertade
do solto oprimido
do livre esmagado
num grito engolido

Per leggere tutto l’articolo (con le traduzioni dei versi d’epigrafe) scaricalo in formato pdf cliccando qui.

Per un Abstract, vedi qui sotto.
Flexicurity is the fusion of two words – flexib­ility and security – into a new one. Our opinion it can­not overcome the oxymoron that’s in the word. According to principles of labour law and social secur­ity the fusion should maintains flexib­ility and security at balance. None said, however how that bal­ance ought to be maintained, either how much financial re­sources needs or where found it.
In section related literature the paper purpose some connections among insights essays in different fields and declare what is our line. In section flexicurity inside it studies flexicurity, as such has been laid down by EU policy debate, in its three dimensions of flexibility, security, balance. It con­clusion is that trade-off between flexibilisation e security not balance. So, in section flexicur­ity’s tail side exam the other side of flexicurity. It read its with the same lens of its theoretician to dis­close the negligible effects, and to purpose a new reading in accordance with Nice’s Chart.
The paper -without any epistemology disclaimers, because it makes an economics reading by normat­ive statements – uses externalities and tax distortion effect theories. The metaphor that it uses is the jeopardizing security means damage social environment, as well as pollution in nat­ural environ­ment does. Indeed, the paper considers externalities, for instance, the effects of two actions. Trans­ition between declared work (first community) and undeclared work (second community) and trans­ition between job security and employment security. In abstract line the first it is in the highest de­gree, the second in less degree depending on both its wideness and its point of balance with secur­ity. Hence, a social security system that working at decent level is ‘social good’ that can be con­sidered as public good – indeed it is. Better, we consider public good the security – also that in­side and around flexicurity. Paper says who produces social pollution such as flexibility and un­declared work ought to pay secur­ity’s costs, this is social security tax. After all, articles 31 – 34.1 Nice’s Chert, between them connected, draw as system of EU a widespread social envir­onment clean and pure. In others words must be steril­ized – really, re­duced as much as more pos­sible – the trade-off between first com­munity and second com­munity – at the same between non-stand­ard and standard contracts. In this paper one disagrees with some flexicurity’s theolo­gians that say: ‘trust is a pre­requisite of flexicurity’ Because if so, the security from reason of trust in the future it would became a reason of the trust in flexibility -a true aims’ heterogenesis. The paper chooses the social security tax.
And so, in section hybridisms of system pathways it poses the empiric bases to introduces kind of ‘so­cial security tax’ to fight undeclared work, to reduce externalities, to substitute trust in the market with true and strong financial social protection. Therefore this paper trays to give a little contribu­tion to break link between work and se­curity’s financing. It aims to demonstrate (also but not only, according to economics perspect­ive) as flexicurity-balance can work in accordance with art. 31 and art. 34 of the Charter of Funda­mental Rights of the European Union, social justice, worker se­curity, whether the ex­ternalities in­side flexicur­ity’s trade-off will be charged to flexibi­lity. One con­siders universal like wide­spread, as well as flexicurity studies consider it. One considers not to change anything about sub­jective and objective assumptions in benefits, as well as in contri­bution over workers’ wages. – on the contrary one considers must not change (except possibles little ad­justments).
Hence, conjecture’s hybridisms’ substance consist to leave all as it is, on side of workers, bene­fits’ as­sumptions,. exchanging criteria to charge on side of enter­prises – towards the direction to charge work’s res­ults’ value rather then wages. In the example, employees that will have undergone a transition from employment to e.g. self-employ­ment, – indeed former employees – keep in same wages, but not in in­surance tax.
Such as a mechanism of gradual transition from the various systems to a single system of financing, based on the value added of the work (table8). Mechanism that will be rewarding to those organiza­tions that have high employment per unit of product, and – indirectly – proportionately more oner­ous for who directly or indirectly determines social dumping as a result of their politics of contain­ment of labour costs. On one side is expected to act on the same tax base of VAT: increase in rate, or decrease in deduction of valley VAT. (Taxation system that is in Europe already harmonised and between its main source of funding.)
The effect of the hybrids is the one way. It should introduce a virtuous cycle to reduce the gap in com­petitiveness between local production and extra E.U. Of course, substance of the to do section, is very long and hence conclusions can be only open.

diritto, economia e politica , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Contributo al dibattito sul futuro del modello sociale *

ottobre 21st, 2009

Nota (*) Questo studio integra e rielabora criticamente il contributo dell’autore alla consultazione pubblica sul Libro Ver­de sul futuro del modello sociale» inviato al Governo a libroverde@lavoro.gov.it .

Premessa. Il Libro Verde sul futuro del modello sociale, come recita la sua premessa «vuole avviare un dibatti­to pubbli­co sul sistema del Welfare in Italia». E’ un tema trasver­sale il cui il fulcro è costituito dal lavoro, nella sua più ampia accezione, in dipendenza della presenza o dell’assenza del quale s’innervano le linee di intervento sociale.
Il Governo inaugura così a livello nazionale, o almeno ci prova, un me­todo di policy buil­ding già praticato a li­vello europeo e sottopone alla discussione pubblica un documento sul quale tutti, dalle «istituzioni centrali» ai «singoli cittadini», possono dare il loro contributo, con il fine di condur­re a sintesi in «un Libro Bianco sul futu­ro del modello sociale» le «principali opzioni politiche identificate nelle risposte.»
La promessa è che le proposte «in materia di lavoro, di salute e di politi­che sociali» che il Governo formulerà per l’intera legislatura» saranno «in coerenza con esso».
Il tema è grave e perciò solo merita lo sforzo di un contributo.
Il metodo. L’importazione del metodo nella realtà nazionale impone una riflessione preli­minare. Strumento buono e virtuoso o strumento cattivo e pericoloso? A domanda retorica, risposta retorica: dipende dalle intenzio­ni e dall’uso. Ma anche risposta cri­tica: non tanto evidenziare positivo e negativo, valenze in ogni cosa sempre presenti in diversa misura, ma sviscerare gli snodi problematici.
Il primo punto di riflessione è perciò sullo strumento in sè. La consultazione pubblica su temi di politica so­ciale viene spesso salutata come un bene per sé, perché vi si rinviene una forma di democrazia partecipata nei processi decisionali su questioni che quotidie attingono direttamente la vita del cittadino.
L’adesione incondizionata al metodo, però, costituisce a mio avviso un’apertura di credito allo scoperto, molto pericolosa e talvolta fuorviante. Perché il giudizio sulla bontà del me­todo non può essere disgiunto dalla risposta retorica alla domanda iniziale. Dunque, esso può esse­re incondizionatamente positivo (cioè a prescindere dall’a­desione o non al merito delle soluzioni su cui si chiede la consultazione) solo se il documento a base della consultaz­ione pubblica sia effettivamente aperto a diverse solu­zioni. E ciò in concreto significa che deve basarsi di dati dati oggettivi e che deve formulare domande non suggestive.
Se dovesse mancare uno di questi due elementi l’uso della consultazione verrebbe distolto dalla sua naturale funzione dialettica e tendenziosamente piegato verso un risultato preco­stituito e occultato. La consultazione pub­blica si trasforma così da strumento di democrazia critica a provcatio ad populum, cioè a metodo di ricerca della (finta) legittimazione demo­cratica a un (vero) processo autoritario, che infatti come tutti gli autoritarismi cerca la sua legittimazione nella vox populi (vox dei).
Svolgerò le mie riflessioni, anche di carattere generale, con riferimento ai temi del lavoro e della previdenza.
I temi del Libro Verde. Lo scopo e i mezzi del «nuovo modello sociale». Il documento, si legge nella prefa­zione, vuole esplicitamente imperniare la discussione sulla «centralità della persona, in sé e nelle sue proiezioni relazionali a partire dalla famiglia». Da lì ricava l’esplicito corollario secondo cui il nuovo Welfare dovrà compor­tare anche il pieno ricono­scimento in «sussidiarietà» del «valore della famiglia». Questo lo scopo.
Quanto ai mezzi il Libro Verde (ri)afferma che il «principio della vita buona … ha le sue ra­dici in una vita atti­va, nella quale il lavoro non sia … un’attesa delusa, ma costituisca … la base dell’autono­mia sociale delle persone e delle famiglie».
I punti di crisi. a) La spesa sociale e la sua composizione. Nell’analisi delle disfunzioni, degli «sprechi e dei costi dell’attuale modello» il Libro Verde si riporta alla relazione della Commissione Onofri, (febbraio 1997). As­sume come dato “scientifico” di base di misura­zione della spesa sociale le statistiche OCSE e afferma, senza far­ne tema di discussione, che essa «è manifestamente squilibrata in favore delle spesa pensionistica, che costituisce il 60 per cento della spesa sociale». In questo dato, che come vederemo non è assolutamente pro­bante, individua le la ragione disfunzionale – a livello di economico – dell’attuale welfare. La spesa pensionistica viene qualificata eccessiva e gli «interventi normativi, anche recenti» insufficienti a bilanciare le «pressioni di carattere demogra­fico» e le conseguenze della «definizione dei lavori usuranti.» Assume poi che la riforma Dini potrebbe non es­sere «sufficiente a rendere neutrale ai fini della spesa l’allungamento del periodo di percezione delle prestazioni.»
A questo quadro di spesa si addita la responsabilità di comprimere «la risposta a molti dei bisogni primari e, ancor di più, la capacità di prevenirne la formazione. Ciò, inevitabil­mente, va a danno dei giovani in cerca di pri­ma occupazione, delle donne senza lavoro e delle madri sole, dei disoccupati di lungo periodo, dei disabili, degli anziani disagiati, degli emarginati e dei poveri.»
b) Gli ammortizzatori sociali. A partire dalle presa d’atto che il quadro delle tutele attive dei disoccupati sia «disorganico e quasi ingovernabile» prodotto di una legislazione alluvio­nale ed emergenziale che non consente di riconoscervi un «sistema», si propone uno scam­bio tra spesa pensionistica e riconduzione a sistema degli am­mortizzatori sociali. Nel frat­tempo, le prestazioni attuali continuano a presentare «innumerevoli iniquità di tratta­mento (criteri di eleggibilità, durata, ammontare dei benefici)»; il caso Alitalia è ultimo esempio solo in ordine di tempo.
c) Il funzionamento del mercato del lavoro. Il Libro Verde individua le ragioni disfunzio­nali dell’attuale welfa­re – a livello normativo – lungo due direttrici. ci) Il sistema di regole. Si tratta del ruolo del diritto del lavoro. Il documento propone l’oramai nota metafora della Cittadella del lavoro (Ichino) e del conflitto tra insider e outsi­der. Afferma, infatti che la «rigidità dei trattamenti costituisce … un ostacolo oggettivo ai processi di mobilità e al dina­mismo del mercato del lavoro.» cii) Il lavoro irregolare e il welfare. Si riconosce che l’Italia ha «una fio­rente economia sommersa che non ha pari nel resto del mondo industrializzato». Sebbene non sia chiaro che cosa si intenda con “fiorente”, (se cioè enorme come grandezza macroeconomica, qual è, e quindi vantaggiosa per le relative imprese, oppure lucrosa atti­vità parallela dei lavoratori), il documento afferma con decisione che questo venga alimen­tato dalle «varie forme di sostegno al reddito» che «non seguono un disegno di incentiva­zione per il rapido re-inserimento lavorativo». Le cause della spirale che genera e alimento il sommerso sono indicate in due ragioni. L’una la mancata applicazione della «regola di re­sponsabilità che vuole sanzionato con la decadenza dal beneficio o dalla indennità il percet­tore del trattamento che rifiuti una occasione congrua di lavoro o un percorso formativo di riqualificazione professionale.» E anche qui non si spiega come si stabilisca la congruità. L’altra nella «assenza di un mercato del lavoro aperto e trasparente e di dispositivi di assi­stenza e presa in carico della persona in stato di bisogno». Tale situazione determina un’uti­lizzazione impropria delle prestazioni sociali, che verrebbero così distolte dalla loro fun­zione naturale «di strumenti che dovrebbero avere invece natura tempora­nea e servire ai processi fisiologici di mobilità e reinserimento al lavoro» e invece diventano pratiche assi­stenzialiste e deresponsabilizzanti. Queste in sintesi le linee in materia di previdenza.
La struttura del Libro Verde. Il Libro Verde tradisce subito il proposito di costituire una sorta di neo-agorà e palesa, invece, la sua struttura spiroidale. Effetto che si avverte mag­giormente quando si passa all’esame delle do­mande formulate in modo capzioso. Infatti, la proposta di discussione, quale logico svolgersi delle premesse, conduce – per forza – a un unico punto, in cui convergono la riduzione della spesa pensionistica e la tabula rasa­delle regole non solo del mercato del lavoro, ma anche di quelle del rapporto di lavoro. Le pre­messe da cui parte, come vedremo subito, sono le solite premesse, sempre asserte e non mai dimostrate e anzi spesso alla prova dei fatti smentite, del lassaiz fair come elemento essen­ziale di funzionamento dei mercati.
L’integrazione famiglia-welfare che si ricava dal complesso del Libro propone un mo­dello di famiglia, una concezione del lavoro e una relazione tra loro, profondamente diverse da quelle predicate nella premessa. Il mo­dello di famiglia che si è detto voleva mantenere e assistere è quello mediterraneo, in cui il nucleo essenziale del­le relazioni tra i componenti, entità autonoma tutelata per sé stessa attraverso la valorizzazione e il sostegno ai diversi ruoli di ognuno dei suoi componenti, stabiliti secondo le loro scelte libere ed individuali, viene sostenuta dall’intervento sociale. Nelle domande, tuttavia, il modello a cui tende non è più quello, esso è soppiantato da uno diverso, orientato piuttosto verso quello continentale, se non nord europeo, radicato su costumi e regole so­ciali molto diverse dalle nostre, in cui l’aggregazione di soggetti, sulla base di un vincolo di sangue o di legge, viene tutelata al fine di renderli meglio ed efficientemente organizzati nel mercato del lavoro. E’ un modello di welfare in cui la parola famiglia è sbandierata solo come una misura di propaganda, per compiacere le gerarchie cattoliche. Ma nella sostanza l’assistenza sociale alla famiglia per sé viene assolutamente dimenticata, poiché le misure proposte riguardano unicamente l’au­mento dell’occupazione femminile. Questo risultato, auspicabile per sé stesso, laddove però sia affidato, come sembra essere stato proposto, alla concorrenza nel mercato, dei soggetti esclusi, stride con la proclamata intenzione protettiva.
Il modello di lavoro che propone è sempre più alieno dalla persona che lo presta. Anzi è insensibile a essa, mutevole, effi­mero, funzionale solo alla sua combinazione con il capi­tale. Sempre meno persona che lavora, con l’indispensabile tutela del lavoratore, cioè della persona dentro il rapporto, sempre più persona che svolge lavori, con il surrogato di tutela ai lavori-attività, cioè nel mercato. Le tutele non sono più ripartite secondo la loro fun­zione: tra lavoratore e cittadino, cioè una persona in due atteggiamento e relazioni diverse, ma in­nanzitutto tolte al lavoratore poiché si afferma non ne ha più bisogno. Dice il Libro Verde che il «mercato del lavoro … oramai, è diventato adulto e che non tollera più una visione re­pressiva incentrata sulla patologia come regola.» Cosicché seguita «serve …, prima di tutto, una robusta semplificazione e de-regolazione delle regole di gestione dei rapporti di lavoro» (domanda n. 1). Infatti, altre tutele, non si sa neppure quante, saranno attribuite al cittadino, solo solo successivamente e subordinatamente al recupero di risorse attraverso la riduzione “dell’eccesso” di spesa pensionistica ai livelli OSCE.
E giungiamo perciò alla seconda falsa premessa.
La composizione della spesa sociale. Per valutare il rapporto spesa sociale totale su spesa pensionistica, i dati OCSE non possono essere utilizzati, perché presuppongono una netta distinzione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale. Quei dati inferiscono dalla dizione “pensione” la natura previdenziale in senso stretto della presta­zione e quindi finiscono – non loro ma che usa i dati in tale modo – per attribuire alla spesa pensionistica italiana una serie di prestazioni di carattere assistenziale chi negli altri paesi vanno a incrementare le prestazioni assisten­ziali di sostegno al reddito (es. integrazioni al minino, assegno sociale) o alla disoccupazione (es. prepensiona­menti), o in generale incrementi solidaristici del tratta­mento pensionistico che hanno la loro fonte nella solidarie­tà sociale (es. contribuzione figu­rativa). A nulla dire dei diversi regimi fiscali che gravano le pensioni nei vari paesi. Se, tut­tavia, la spesa pensionistica, con gli stessi numeri, è rapportata ai paesi dell’Unione, essa denota una spesa addirittura minore della media (Franzini-Granaglia, nelMerito.it).
Non meno azzardata è l’affermazione della insostenibilità della spesa per le modifica­zioni demografiche in un sistema che dopo la virata al contributivo ha casomai l’opposto problema di assicurare l’adeguatezza delle presta­zioni minacciate dal ritardato ingresso nel mondo del lavoro, dal collegamento con il PIL (Raitano, nelMerito.it), dalla frammenta­zione dei rapporti di lavoro, già in atto, e sempre più auspicata dal “nuovo” modello, con partico­lare riferimento all’alternanza subordinazione autonomia. Non è tenuto in cale che nel nostro sistema il lavoratore autonomo percepisce un compenso molto inferiore a quello del lavoratore subordinato e sconta un’aliquota con­tributiva molto inferiore. Ciò a diffe­renza, per esempio, di quanto accade in Austria (v. Mainz.) o in Svezia (v. Engbold) in cui i compensi sono mediamente molto maggiori e le tutele estese perfino alla disoccupazione.
Il mercato e le regole. La regola è vista come tutore dell’incapace. Quando si afferma così che il mercato del lavoro è oramai adulto, se ne inferisce che non ha bisognoso di es­sere guidato, cioè non ha bisogno di regole. Preconizzando un mercato del lavoro “libero” che – senza le regole di gestione del rapporto – è da solo capace di creare maggiori e mi­gliori posti di lavoro.
Questa visione del Libro Verde supera perfino il neoliberismo dell’Europa della flexicu­rity, dove, invece, la de­regolamentazione è almeno la “seconda cosa”, mentre la prima resta l’approntamento di un sistema di protezione sociale generoso e attivo, che investe nelle poli­tiche del lavoro cifre dell’ordine del 4,51% per PIL (Danimarca) o 2,51% Svezia, non del 1,36 (Italia), (fonte: data extracted on 2008/10/28 09:40 from OECD.Stta).
Resta comunque il fatto che un’opzione politica iper liberista viene contraffatta come op­zione di politica socia­le e del lavoro a fondamento scientifico. Ma i presupposti assunti esi­stenti e pre-condizione per la deregolazione sono falsi per almeno tre ordini di considera­zioni.
Il primo è che il mercato non è assolutamente adulto. Un mercato del lavoro con un quarto di sommerso e con gli attuali tassi di occupazione e di disoccupazione, è invece pale­semente un mercato tutt’al più adolescente; che necessita di quindi di molte attenzioni. E poi non esiste “un” mercato del lavoro nazionale, ma molti mercati lo­cali. Come si può an­nullare nel “mercato del lavoro”, le differenze tra il mercato del lavoro della Sicilia e quello del Friuli?
Il secondo è che, oramai è dimostrato, non vi è nessuna correlazione tra rimozione delle tutele nel rapporto e crescita dell’occupazione. Come l’economia non può regolare, così il diritto non può creare. Il declamato caso spagnolo, con i suoi ultra liberi contratti a termine, ora che l’economia recede, si è rivelato un bolla che ha causa­to più disoccupati di quanti oc­cupati precari non aveva creato: il tasso di disoccupazione è cresciuto fino al 10,7% il peg­giore dell’UE (fonte: Time, sept. 8, 2008 p.6).
In terzo è che le regole di gestione del rapporto di lavoro non stanno in relazione, né ser­vono al mantenimento dell’occupazione, ma servono solo a proteggere chi lavora e chi non lavora dal lavoro. A consentire al lavoratore quel minimo di autotutela reale di diritti fonda­mentali durante il rapporto, che diversamente finirebbero nel cal­derone risarcitorio per equivalente, con il danno già fatto. Dunque, se togliamo le regole togliamo solo le prote­zioni, senza nemmeno creare un posto di lavoro – dignus, di qualità dice il documento – in più.
L’idea che il libero mercato sia il modo migliore per un più efficiente ed equa allocazione delle risorse è stat oggetto di un clamoroso autodafè “da parte di una dei suoi maggiori ar­tefici. In una recente intrevista al New York Times (October 23, 2008 , intervista di Ed­mund L. Andrews) Alan Greenspan ha dichiarato: -«Those of us who have looked to the self-interest of lending institutions to protect shareholders’ equity, myself included, are in a state of shocked disbelief.» E ha aggiunto: «Yes, I’ve found a flaw. I don’t know how signi­ficant or permanent it is. But I’ve been very distressed by that fact.»
Da canto suo il nobel J. Stiglitz spiega che il mercato lasciato alla sua regolazione crea crisi: «That is why I and many other economists believe that government regulation and oversight are an essential part of a functioning market economy. Without them, there will continue to be frequent severe economic crises in different parts of the world. The market on its own is not enough. Government must play a role.»
Se le impostazioni di due correnti di pensiero diametralmente opposte coincidono nella negazione della bontà della deregulation e per di più con riferimento al mercato finanziario, a fortiori la deregolamentazione di norme protettive non può essere un criterio ispiratore per il miglioramento delle prestazioni del mercato in termini di maggior e migliore occupa­zione.
Ci si deve chiedere, inoltre, se anche il mercato con senza regole funzionasse alla perfe­zione la riconduzione della regolazione del rapporto di lavoro nell’alveo del diritto civile, in cui la volontà negoziale individuale è sovrana, sarà poi in condizione di supe­rare le asim­metrie di poteri insite nel lavoro personale a favore altri? Il mercato è insomma idoneo a dare tutela alla persona che lavora mentre lavora? Cioè a sostituire il diritto del lavoro?
Una conferma del fatto che questo profilo non viene affatto considerato si ha con riferi­mento alle affermazioni del Libro Verde relative alla Inclusione sociale dei lavoratori svantaggiati. La proposta del Libro Verde è ancora più inefficace. L’idea è quella che il soggetto svantaggiato possa con le sue forze competere con quello non svantaggiato, giac­ché le re­gole della sua protezione finirebbero per limitarne la concorrenzialità. Cosicché la conseguenza sarebbe solo una: il lavoratore svantaggiato dovrebbe potere offrire il proprio lavoro con vantaggi competitivi rispetto al resto dei lavoratori, rinunziando a tutele e a sala­rio.
Se questa è l’idea si tratta di chiamarla con un nome che già il mondo del lavoro conosce: regime differenzialo per le “mezze forze”. Non più (ma è così?) e non solo donne e bam­bini, ma in generale le persone svantaggiate. La sostanza non cambia. Seppure questa fosse una via buona e con la quale si possano costruire dei by pass per gli art. 2, 3, 35, 36, 37 e 38 Cost., rimane da dimostrare che per il lavoratore svantaggiato questa auto-discrimina­zione attiva costituisce ragione di inclusione, poiché le norme costituzionali non sono superabili l’unica strada è accollare al sistema pubblico il costo differenziale della parità di tratta­mento, cioè ancora una volta gli incentivi economici e normativi e in questi non potranno escludersi gli obblighi datoriali, non essendo – notoriamente – il mercato la “Casa del Fi­lantropo”.
Il sommerso, gli incentivi economici, le regole. Non meno assertoria è la relazione tra inefficienze del sistema di “responsabilità” e sommerso. Poiché un fenomeno vario e com­plesso viene ricondotto all’unica ipotesi – asso­lutamente marginale – del lavoratore che frui­sce di una prestazione assistenziale e che contemporaneamente lavo­ra in nero.
Questa premessa mette sullo stesso piano le politiche di emersione (incremento dei tassi di occupazione rego­lare) e le politiche di inclusione sociale (gruppi più svantaggiati), ri­spetto ai quali viene individuata come obsole­ta una comune «politica di pura incentivazione economica», assunta come troppo onerosa e perciò poco signifi­cativa al cospetto «dei pene­tranti disincentivi normativi e burocratici che tanto incidono sulla vitalità di un mer­cato del lavoro». Allo stesso modo la regolazione viene considerata tutta uguale e tutta volta unica­mente contro il lavoro. Le questioni vanno invece distinte.
Il lavoro irregolare non è una categoria aggregante. All’interno di esso vi sono realtà pro­fondamente diverse. Che generano risposte profondamente diverse. Il sommerso del Sud è una realtà profondamente diversa da quelle del Nord.
Percentuali di sommerso superiori al 20% significano una comunità con regole diverse da quella del lavoro re­golare, una comunità deviante, una comunità illegale. Esattamente una second community (Zoppoli) in cui vigo­no, già al massimo grado, esattamente la dere­golamentazione e la responsabilità del lavoratore, che però sono il­legali. Sarebbe ipocrita pensare che simili strutture si immergano per fuggire alla regolamentazione del mercato e del rapporto e quindi sarebbe illusorio (e il fallimento delle politiche i emersione lo dimo­stra empiricamente) pensare di farlo emergere attraverso la de-regolamentazione di quello legale. Rendere legale l’illegale può essere una scelta politica, ma essa non ha nulla che ve­dere con la politica sociale. Abbassato il livello di guardia, cioè la soglia della legalità del lavoro, il mondo sommerso si immergerebbe ancora di più, alla ricerca del vantaggio com­petitivo che gli deriva dal differenziale di tutele. Anche questo è un dato di fatto. Le politi­che di deregola­mentazione di questi anni non lo hanno scalfito di un et. Se non si parte da questo dato di fatto il fenomeno non si può aggredire alla radice. Con simili percentuali – in assenza di veri e seri controlli, in assenza sanzioni efficaci e applicate – non si può pensare di rendere appetibile l’uscita dell’illegalità, semplicemente riconoscendo un sta­tus. Occorre invece fare terra bruciata attorno al sommerso, rendendo il lavoro regolare protetto più van­taggioso di quello sommerso e non protetto e comunque questo meno vantaggioso (conside­rati costi-benefici). E certo far questo non significa togliere le protezioni.
Si possono togliere tutte le regole, ma sarebbe illusorio pensare che l’economia illegale, che come tale deve essere trattata, ne resti folgorata e si ravveda.
Con ciò veniamo alla risposta. Gli incentivi economici non possono essere sostituiti dalla legalizzazione del­l’illegalità, né dalla disposizione, per di più non sussidiata, di diritti indi­sponibili a livello individuale.
Gli incentivi economici, infatti, per quanto ampi sono sempre poca cosa rispetto ai ritorni del sommerso e quindi non servono all’emersione. Essi però servono alla comunità legale per resistere, perché chi vive e lavora nella legalità in concorrenza con l’illegalità, se non ne sostenuta semplice­mente chiude.
Diverso sarebbe porre il problema degli incentivi economici in termini di necessità “ri­strutturare” il sistema di provvidenze economiche a favore di quelle imprese, favorendo quelle con più alto tasso di occupazione.
Una proposta come pre-condizione di qualunque intervento di riforma.
Si ipotizza l’embrione di un modello di finanziamento, esportabile a livello comunitario, del sistema di sicurezza sociale e previdenziale nazionale, finalizzato a rendere gli oneri so­ciali indifferenti (a) al luogo di utilizzazio­ne della forza lavoro e (b) alla natura del modello contrattuale utilizzato.
L’idea nasce dall’osservazione di un fenomeno contraddittorio fino al paradosso. Da un lato si pon­gono come obiettivi prioritari i problemi della occupazione e del “decent work”; si osserva lo sforzo di armonizzare le protezioni sociali e di estenderle sempre più al lavoro sans phrases, piuttosto che a quello subordinato in senso stretto. Ma da un altro lato si ca­rica il solo “decent work” – che continua a corrispondere al lavoro subordinato – del peso di finanziare un sistema di protezione sociale diffuso. Esso diviene così sempre meno compe­titivo, rispetto a quello precario e sfruttato. Correlativamente i lavori precari sopportano in­teramente il peso di questa differenza, per loro negativa, di protezioni.
Le causa si ciò sono agevolmente rinvenibili nella rottura della vecchia relazione tra pro­duzione e lavoro. Mentre un tempo, per realizzare una data produzione, non era possibile sfuggire alla relazione lavoro-prodotto, o alle relazioni luogo di produzione prodotto, oggi, invece, è sempre più conveniente fuggire dal tipo “lavoro subordinato” verso sistemi incom­piuti di utilizzazione della forza lavoro. Mo­delli contrattuali tra loro affatto diversi – quelli protetti e quelli precari – che un tempo, con riferimento all’interesse organizzatorio dell’im­prenditore, era impensabile sostituire l’un l’altro; ma che oggi, con riferimento al medesimo interesse imprenditoriale, si presentano invece fungibili. Riman­gono però assolutamente in­fungibili tra loro con riferimento all’assetto di tutele che comportano per il prestatore d’o­pera.
Ne deriva un modello che rende sempre più costoso e quindi meno competitivo il lavoro protetto e sempre meno protetto il lavoro competitivo; allargando le differenze tra soggetti protetti e soggetti sfruttati in disaccordo con le linee di cui agli art. 31 e 34 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’U­nione Europea.
Il finanziamento del sistema di sicurezza sociale gioca un ruolo decisivo sul costo del la­voro e sulla conseguente scelta in ordine alla localizzazione della produzione, ben oltre le parimenti significati­ve differenze di trattamento economico e normativo, ancora largamente presenti nel contesto euro­peo e talvolta anche in quello nazionale. E’ possibile trovare signi­ficativi scostamenti dei valori di pressione fiscale tra i vari paesi del­l’Unione, solo a patto di tenere presente che la differente determina­zione del “costo del lavoro”, può essere comprens­iva o non degli oneri sociali. E’ possibile trovare le maggiori differenze del “costo del lavoro” laddove sono diversi i sistemi di sicurezza sociale: ognuno con il suo sistema di fi­nanziamento e di protezioni. Se ne può quindi inferire l’importanza che il sistema di finan­ziamento della sicurezza so­ciale gioca rispetto alle tutele dei lavoratori, la loro mobilità e la circolazione delle imprese. E ciò tanto più per le imprese con elevati tassi di occupazione.
Il modello si propone di neutralizzare il tipo contrattuale quanto al finanziamento del si­stema di si­curezza sociale ad invarianza della pressione fiscale e contributiva complessiva, spostando della fonte di finanziamento, dall’imposizione sul lavoro all’imposizione sull’ef­fettivo valore del risultato del lavoro.
Questo meccanismo di si dovrebbe basare su una progressiva transizione dai vari sistemi verso un sistema unico di finanziamento basato sul valore aggiunto dal lavoro che sia pre­miale verso quelle organizzazioni che hanno elevato standard di occupazione per unità di prodotto; e – indirettamente – proporzional­mente più oneroso per chi direttamente o indiret­tamente determina dumping sociale come effetto degli strumenti di contenimento del costo del lavoro.
Da un lato si può intervenire sulla medesima base imponibile dell’IVA: aumento dell’ali­quota, ovvero mi­nore detrazione dell’IVA a valle, modificazione dell’imponibile e coeffi­cienti correttivi.
Da un altro lato si prevede un intervento sulla base imponibile ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP. E quindi si prevede la deducibilità di un parte variabile del maggior co­sto IVA, con coefficienti correttivi.
La percentuale di deducibilità corrisponde alla quota di finanziamento della sicu­rezza so­ciale che posta a carico del lavoro. La percentuale di indeducibilità la quota di finanzia­mento della sicurezza sociale che resta a carico della fiscalità generale. Fermo restando che il valore della prestazione previdenziale sia virtualmente agganciato al lavoro e alla capacità contributiva.
Gli effetti auspicati dall’introduzione del sistema ibrido sono in linea con le indicazioni della Commissione Europea per il rilancio della strategia di Lisbona per la crescita e l’occu­pazione.
Infatti il sistema produce questi effetti. Eliminazione del cuneo fiscale: con il conse­guente collegamento molto stret­to tra produttività del lavoro, costo del lavoro e retribuzione netta. Eliminazione delle differenze sulle modalità di assolvimento degli oneri sociali: svin­colandola dalle forme contrattuali di impiego della manodopera che può determinare l’au­mento della circolazione dei lavoratori e delle imprese. Riduzione del lavoro sommerso, poiché questo diventa molto meno competitivo. Parteci­pazione alla spesa sociale a carico di coloro che hanno delocalizzato la produzione ma che continuano a operare nel mercato da cui hanno delocalizzato l’occupazione. Quest’ultimo effetto dovrebbe introdurre un ciclo virtuoso inteso a ridurre il divario di competitività tra la produzione locale e quella deloca­lizzata.
Non meno preoccupazioni desta l’impostazione del quesito relativo nuovo ruolo delle re­lazioni industriali. Esso allude all’affossamento dei rapporti unitari del sindacato. Se è così, come sembra, la risposta è che esso non può portare nulla di buono. Soprattutto per quel sindacato che di notte briga con chi l’unità vuole rompere, al fine di acquisire un ruolo di in­terlocutore privilegiato che non gli assegnano né la rappresentanza né al rappresentatività, e di giorno gioca a fare il paladino di un nuovo sport nazionale: il buonsensismo. Alla fine questo sindacato e chi lo ispira otterrà, però per tutto il sindacato, che «il ruolo effettivo del sindacato (sia) di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello illegittimamente assunto di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e gover­native. Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferi­bile anche ai fini dell’incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costi­tuzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della libertà di lavoro e della tutela economica dei lavo­ratori». (Che è l’attuazione del Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli).
E’ davvero questo un risultato auspicabile?
Per un modello di rappresentanza democratica la via potrebbe essere quella di modelli di misurazione della rappresentanza effettiva sul modello del lavoro pubblico.
Ma anche per questa via la domanda torna sempre sul medesimo erroneo punto: che le norme protettive proteggano dalla disoccupazione. In tali errati termini si propone sempre surrettiziamente, l’abolizione delle regole sui licenziamenti, come strumento di incremento della dinamica del mercato e dell’incremento dell’occupazione. Il trucco è presto svelato ed è il medesimo su cui riposano molte (ma non tutte) le politiche di flessicurezza. Cioè che posto un livello accettabile dato di sicurezza sociale e del lavoro, il trade-off dello sposta­mento di tale sicurezza dal rapporto al mercato sia a zero sum game. Un modo come un al­tro per ignorare la funzione delle tutele, perché se una tutela è data per garantire un diritto dentro il rapporto, fuori dal rapporto quel diritto non potrà che essere garantito per equiva­lente. Cioè monetizzandolo, Dunque al di fuori della funzione di tutela, ma solo come voce di costo. E questa voce di costo è esattamente il costo delle transizioni professionali attra­verso l’innalzamento delle competenze, la formazione continua e il «decollo di un nuovo si­stema di ammortizzatori sociali».
Ma se è così la risposta è una contro-domanda. Ma la stabilità del rapporto e in genere le tutele nel rapporto, che sono tutele contro la naturale asimmetria di poteri del contratto di lavoro, in che modo ostacolerebbe tutto ciò?

diritto, economia e politica , , , , , , , , , , ,

Loading