Home > cinema, diritto, economia e politica, pagine personali, politica, società > Cola Pesce* e l’invasione degli Ultracorpi**

Cola Pesce* e l’invasione degli Ultracorpi**

febbraio 19th, 2010

«I più fortunati e più volenterosi dei 5.600 lavoratori della Fiat che vanno a casa a partire da domani potranno arrotondare l’ indennità di cassa integrazione a zero ore con un secondo lavoro, magari non ufficiale, che comporterà una entrata in più nelle casse della famiglia. Le trattative con la Fiat hanno portato ad un ottimo risultato credo il migliore che il governo potesse ottenere. E va dato atto anche ai dirigenti della Fiat di aver fatto il massimo sforzo. Berlusconi sottolinea come il risultato più grande sia stato l’ aver impedito la chiusura di Termini Imerese.»
No. Non è oggi. Non è domani. Era il 2002. [Repubblica, 08 dicembre 2002 p. 6 sez. econ.]. Eppure sembra un’altra era.
Cosa è accaduto in questi anni e quale sia la reale situazione oggi, lo ha spiegato Franco Piro da queste colonne** poche settimane or sono (anno 3 n. 43 p.11s**).
La notizia di oggi è, invece, che ci sono 2 milioni di disoccupati: l’8,5% il tasso di disoccupazione; e non si tiene conto dei cassintegrati in deroga, una finzione (il cui senso economico non è in nulla diverso dalla disoccupazione) che imbelletta le statistiche e dà la stura alla vanità dei nostri immobili governanti.
Ma torniamo in Sicilia: ripartiamo da Termini, per un viaggio nel lavoro; un viaggio immaginario (quanto onirica è la sua meta).
Dice bene Piro che le iniziative (di intervento strutturale) la Regione le«potrebbe realizzare a prescindere dalla Fiat e che, se fossero davvero realizzate, potrebbero indurre la Fiat a fare ben altre valutazioni». Non solo la Fiat, però. Il riferimento ad un’unica grande industria (multi)nazionale, sebbene la più grande, la dice lunga, non tanto sulla dipendenza totale della Sicilia dall’industria del continente (il che ovviamente non dice e aggiunge nulla a quanto non sia arcinoto), quanto sulla assoluta inutilità degli interventi pubblici a sovvenzione di tale industria; del fallimento integrale dell’obiettivo di colmare il divario con la terraferma, di determinare una modificazione strutturale del tessuto economico sociale e civile in guisa da renderlo attrattivo per gli investimenti esterni e produttivo per quelli interni.
Quarant’anni di finanziamenti alla Fiat di Termini non hanno modificato gli assetti del territorio, tanto che ancora oggi la discussione si incentra e dipende unicamente dalla scelte di un’unica, sempre la stessa, impresa. Il copione è quello già visto, ed è quello con cui si apre questo articolo e che, a intervalli più o meno ampi, si ripropone ai siciliani: perché i siciliani sembra non abbiano memoria.
La Sicilia poggia su tre colonne, ce lo ha insegnato Cola Pesce; così come la sua leggenda ci ha insegnato che questa terra è generosa, non lesina eroi quando si tratta di sostituire una di esse. Così è andata avanti per secoli, fino ai giorni nostri. Oggi una gamba marcia, domani un’altra, Trinacria ha sempre trovato nei suoi figli qualcuno disposto a prendere il posto di una colonna per il bene comune. Ma adesso qualcosa di nuovo la minaccia: le tre colonne sono tutte e tre sotto attacco, tutte e tre contemporaneamente. Tre colonie di tarli si sono organizzate e ne minacciano la stabilità: Mafia Arretratezza Sommerso e ciascuna si è attaccata a una gamba e non sembra volerla mollare.
Ma i (tre) mali – traffico a parte !- sono noti. Al contrario dell’attenzione che oramai l’evocarne il nome di ognuna di essi suscita, alla loro circolarità non sembra volersi attribuire valore decisivo. Non si tratta di diminuire il valore e la necessità della risposta “militare” di contrasto a ciascuno di essi; si tratta piuttosto di individuare il filo rosso di tale circolarità e di spezzarlo. (É il filo della micro-illegalità od ordinamento parallelo, o paralegale, alimentato da una pressocchè inesistente risposta alle istanze di tutela di tipo quotidiano (l’ufficio che non funziona, le buche per strada, le doppia fila, gli schiamazzi …). É vero qualcuno ci aveva già provato. Più di cinquanta anni fa. Danilo Dolci capì che bisognava prendere la mafia per fame, sottrargli il bacino fertile da cui attingere braccia, consenso, potere. Capì e mise in pratica. A modo suo naturalmente: digiuno e parola. Le istituzioni non capirono ed ebbero paura. Oppure capirono e ne ebbero ancora di più. Per questo Danilo Dolci il 2 febbraio 1956, per avere dato voce all’art. 4 della nostra Costituzione, per vere organizzato e condotto un gruppo di contadini a lavorare sulla Trazzera Vecchia di Partinico, fu arrestato, dopo venti giorni considerato dotato di «spiccata capacità a delinquere» e tenuto in prigione e infine condannato, da un tanto solerte quanto miope tribunale palermitano; sordo al grido di Piero Calamandrei, venuto apposta da Firenze a pronunciare l’arringa finale per difendere la sua (nostra) Costituzione e il suo amico. Indarno.
Sono passati più di cinquanta anni da quel 1956 (il dibattimento si volse dal 24 al 30 marzo). E tuttavia la lezione non è stata imparata. I tre tarli vengono contrastati empiricamente, solo dal lato epifenomenico; si ottengono risultati sul fronte militare, oppure su quello statistico. Ma chi si soffermi a guardare come le tre colonie si prestino reciproca assistenza si accorge che nell’eziogenesi nulla è cambiato. Anzi, la consapevolezza che la guerra è in corso con la risposta militare alla mafia o con quella statistico assistenziale all’occupazione (e alla produzione), parallelamente, ha allentato la tensione etica e quella morale riservata al contrasto di tali fenomeni, o se si preferisce ha eliminato ogni pudore. Fino al punto di rendere indifferenti, o quasi, al fatto che esistano giochi che non solo di chiamano Mafia Wars, disponibili gratuitamente dalle piattaforme di social network fino all’iPhone, ma che riproducono le logiche di appartenenza mafiosa e quelle di sistema, parallelo, alternativo e competitivo con quello legale. Certo molti si saranno indignati, di fronte questa ennesima imbecillità, per il suo tema, più che per il suo effetto.
Ma quanti si indignano ogni giorno per l’arretratezza (infra)strutturale a cui siamo costretti? Arretratezza che moltiplica le congiunture e quindi le emergenze; arretratezza che tiene vivo e continuo il meccanismo che porta a scambiare il consenso con la soluzione del problema (il loro singolo, comprensibilmente).
Se ne ricordano le mogli dei lavoratori dell’indotto della Fiat di Termini Imerese, che da oltre dieci giorni vivono sui tetti della fabbrica moritura. Assicurano la logistica alla protesta e gridano dai microfoni di Annozero: – noi, vi abbiamo mandato al governo; e voi, dovete risolverci il problema. Così come prima le loro madri avranno gridato: – noi, vi abbiamo mandato al governo; e voi, dovete darci il posto. E glie lo avevano dato. Ed è sempre il solito ricatto morale: di fronte alla oggettiva drammaticità di chi perde il lavoro e con esso la dignità di uomo e di cittadino non è tempo di riforme strutturali, ma vi è l’emergenza di assicurare il pane. Ma è solo ipocrisia. La perdita del posto di lavoro in un’economia avanzata non può mai essere un’emergenza congiunturale: esso è un evento prevedibile, al quale deve fare fronte un apparato efficiente ed efficace di sicurezza sociale. Un apparato che non c’è. E che si guardano bene dal fare. Non c’è l’apparato, si badi bene. Non mancano gli ammortizzatori sociali. Significa che manca l’automatismo tra situazione di bisogno e intervento del sistema di sicurezza. É così che si si tiene sempre alto il prezzo dello scambio nel mercato del consenso. O basso, sarebbe meglio dire. Perché lo scambio non avviene a livello collettivo e di territorio ma a livello dei feudi elettorali e dei vassalli. Questo non è un gioco, come, alla fin dei conti, lo è Mafia Wars. Eppure quanti si indignano? Quanti pretendono a gran voce che gli interventi di sostegno non siano “in deroga”, ma ordinari? Quanti si indignano di fronte alle dichiarazioni del ministro del lavoro che afferma trionfante e rassicurante che i soldi ci sono, che ne sono stati spesi solo il 40% di quanti mesi a disposizione, e al contempo che non occorre riformare gli ammortizzatori sociali? Quanti lavoratori siciliani se ne ricorderanno nel segreto della cabina elettorale? Se la storia insegna qualcosa (in barba alla massima classica e volgendosi indietro sarà pur lecito dubitarne) ben pochi.
Ma quanti si indignano di fronte a percentuali di lavoro sommerso che si contendono il primato con quello emerso? E questa è la vita di ogni giorno. Quanti si indignano al cospetto di chi chiama il lavoro nero ammortizzatore sociale e ne inneggia alla funzione sociale? Manco fosse un fenomeno contingente. Chi si chiede cosa realmente ammortizza una comunità parallela di lavoro nero? E chi si indigna di fronte all’evidenza che essa ammortizza, smorza, le possibilità di crescita e di affrancazione dal giogo clientelare dei finanziamenti pubblici, del posto pubblico, oggi dell’ammortizzatore in deroga e ieri dell’articolismo? Questo lavoro nero, che non ha nulla che vedere con quello del resto della nazione, genera un ordinamento illegale che da quello legale attinge nulla gli dà.
Il lavoro impegna la vita di ognuno tutto il giorno tutti i giorni. Quando il lavoro è in nero la vita di ogni giorno tutto il giorno è in nero. E così le relazioni che ne nascono: i beni o i servizi che si comprano o usano sono in nero. Perfino il mondo parallelo quello legale – quello che si dovrebbe indignare, perché alla fine si fa carico dei costi sociali che quello sommerso genera – vi attinge, come in una sorta di compensazione malefica.
Quanti si indignano di fronte all’assenza di politiche strutturali che contrastino una comunità così ampia di economia extra-legale; vero e proprio esercito di riserva pressocché inestinguibile per l’economia illegale e del mercato del consenso. Quanti considerano che una comunità così ampia di lavoro extralegale a un tempo si nutre di, e genera, illegalità.
Come nella trasposizione cinematografica di Don Siegel del romanzo di Finney, Invasion of the Body Snatchers, in cui un seme alieno è in grado di duplicare esattamente un essere umano e quando il processo finisce la copia aliena uccide l’originale umano e lo sostituisce con una copia caratterialmente ed emotivamente disumana: priva di emozioni, così nella Trinacria emersa il seme autoctono della micro-illegalità, è in grado di duplicare esattamente un essere umano e quando il processo finisce la l’originale falsificato è sostituito con una copia disumana: indifferente alla legalità.
La versione originale del film prevedeva un epilogo tragico: i replicanti che prendono il posto di tutti i cittadini di Santa Mira e il protagonista Kevin McCarthy (che ovviamente avendo capito in anticipo non venne creduto e giudicato pazzo) che, puntando il dito verso il pubblico, esclama: «You’re next!», ma la produzione impose al regista una conclusione più ottimistica, più hollywoodiana.
La Sicilia non è Hollywood. Eppure Danilo Dolci che venne ritenuto se non pazzo delinquente, con il suo digiuno non violento e le buche riempite stava proprio dicendo «You’re next!».
«E noi, saremo i prossimi?»
Dalla condanna di Danilo nulla è più uguale a prima. Riempire le buche delle strade non basterebbe a rendere giustizia al senso della rivendicazione di un lavoro dignitoso, cioè legale. La valenza simbolica del riempire gratis le buche di una strada pubblica è andata perduta.
Chissà se uno dei tanti Cola Pesce che di volta in volta si sono sostituiti a una colonna pericolante delle tre che sostengono questa terra sia sia pentito. Chissà? L’anelito dolciano non è però cambiato e molti Cola Pesce ancora lo respirano: un lavoro dignitoso per ciascuno è la sola via per la marginalizzazione del mondo parallelo.

___________
* La leggenda di Colapesce narra di un certo Nicola con il diminutivo di “Cola” di Messina, figlio di un pescatore, soprannominato Colapesce per la sua abilità di muoversi in acqua. Quando tornò dalle sue numerose immersioni in mare raccontò le meraviglie che vide, e addirittura una volta portò un tesoro. Così la sua fama arrivò al re di Sicilia ed imperatore Federico II che decise di metterlo alla prova.
Il re e la sua corte si recarono pertanto al largo a bordo di un’imbarcazione. Per prima cosa il re buttò in acqua una coppa, e subito Colapesce la recuperò. Il re gettò allora la sua corona in un luogo più profondo, e Colapesce riuscì nuovamente nell’impresa. Per la terza volta il re mise alla prova Cola gettando un anello in un posto ancora più profondo, ma passò il tempo e Colaspesce non riemerse più.
Secondo la leggenda, scendendo ancora più in profondità Colapesce aveva visto che che la Sicilia posava su tre colonne delle quali una consumata dal fuoco dell’Etna, e aveva deciso di restare sott’acqua, sorreggendo la colonna per evitare che l’isola sprofondasse, e ancora oggi si trova a reggere l’isola (fonte: Wikipedia).

——
**Articolo pubblicato ne ASudEuropa anno 4 n. 4

cinema, diritto, economia e politica, pagine personali, politica, società , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

  1. alessia
    febbraio 25th, 2010 at 22:31 | #1

    Segnalo questo sito curato dal saggista Gaetano G. Perlongo: “Danilo Dolci. Fare presto (e bene) perché si muore” – http://www.inventareilfuturo.com

  2. C-MCAM
    febbraio 26th, 2010 at 11:39 | #2

    @alessia
    Grazie Alessia, per la segnalazione e per l’intervento.
    Lo aggiungerò subito al blogroll.

  3. maria teresa zito
    marzo 14th, 2010 at 16:51 | #3

    “L’Invasione degli ultracorpi” è una metafora perfetta dello stato delle cose nella nostra terra. Ricordo la visione di questo film per la prima volta all’Università di Napoli, durante un corso monografico sul “Perturbante” di Freud e su come il Cinema abbia sempre recepito questa connessione e collusione tra il “familiare” e il “perturbante”, alla maniera freudiuana… Come l’orrore sopito e serpeggiante non sia lontano dalle cose che ci sono più vicine, più care; come il senso di estraneità sia dentro ciascuno di noi, nocciolo sconosciuto e inconoscibile.
    Dici alcune cose notevoli, in una analisi lucida e stringente, come sempre.
    L’atavica arretratezza culturale, che genera inevitabilmente il meccanismo noto a tutti noi dello scambio del consenso con la soluzione dei problemi, problemi reali, concreti, che non attendono la creazione, anzi la fanta – creazione, di apparati ad hoc per questo.
    l’apparato non c’è, come dici tu, perchè NON CI DEVE ESSERE, perchè in sua assenza il problema del posto di lavoro possa restare un’EMERGENZA, una contingenza, un che di eccezionale che si può e si deve risolvere con mezzi eccezionali! con misure eccezionali, che saranno come sono sempre state, quello dello SCAMBIO di favori, di voti, di tutto.
    La micro – illegalità è uno status per il siciliano, una condizione di sopravvivenza; la copia di quel se stesso che diviene per forza di cose indifferente alla legge che non protegge il lavoro, la famiglia, i figli, la casa, che non garantisce i diritti fondamentali, che è una cattiva madre a tutti gli effetti. Da aggirare, da prendere in giro, da tradire per continuare a sopravvivere.
    Mi ha incuriosito il tuo parallelo con il film di Siegel, nelle tue riflessioni e nelle tue connessioni, oltre che in quelle associazioni libere (… ci cado sempre…) di cui ti accennavo all’inizio. Familiarità ed estraneità, nel senso dato da Siegel ai replicanti, si rincorrono e sono in un rapporto controverso: non c’è l’una senza l’altra. Mi viene in mente quanto tu abbia pensato, scrivendo questo articolo, alla valenza che ha “LA FAMIGGHIA” in Sicilia, e a quanto questa struttura portante del nostro modo d’essere più profondo e della nostra appartenenza a questa cultura, non sia la culla perfetta per quella logica del consenso e dello 2strappo alla regola” che ci caratterizza.
    Un abbraccio.

  1. No trackbacks yet.
Loading