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Sveglia!* Scilicet: in difesa della Costituzione salviamo l’università pubblica: perché di questo si tratta!

novembre 7th, 2010

*[Sveglia! Chi non si è mai trovato tra le mani il foglietto - invariabilmente apocalittico - dei Testi­moni di Geova? (Ognun sa di che parlo.) E sì. Ci vede tutti dormienti e sinceramente affranto per le nostre sorti, di riottosi, ciechi e sordi, grida, invariabilmente, sveglia! Mi sento come il foglietto. Non demordo. E come quello insisto. A lungo e rigiro e ripeto. Ho fede: nella ragione dell'Uomo; al fine. E cosi gri­do: sveglia!!]

Quid accidit?

Che succede all’università italiana? È sotto attacco. Un attacco pesante, insidioso, fariseo e distrutti­vo, probabilmente anche incostituzionale. E nessuno ne parla? Che succede? Uno dei peggiori in­ciuci della politichetta degli ultimi anni si consuma a danno irreversibile del futuro del paese, della possibilità di formare successive classi dirigenti libere, critiche, pluraliste e democratiche, avviluppa e soffoca ogni voce di dissenso. Non c’è dibattito, non c’è inchiesta, Non c’è approfondimento. Non c’è l’università, quando si parla di università statale. Al massimo qualche professore di università privata.
Una (contro)riforma, brutalmente preparata da un assedio per fame e per sete, asperrimo come mai veduto prima. È presentata esattamente per l’opposto di quella che è: è retriva invece che moderna; è lobbista invece che meritocratica; è oligarchica (baronale) invece che democratica; è asservita inve­ce che libera; è dipendente invece che autonoma; è conformista invece che critica. Lo spiegherò appresso.
Prima occorre dire che quanto accaduto, accade e – non ancora inevitabilmente – accadrà, non è un caso, non è neppure l’effetto di incompetenza né quel­la palese della ministra né della presidente della commissione cultura né di altri che – lì – sull’università pontifi­cano. Tuttavia, dopo gli studi, se va bene, senza averci passato un giorno solo nelle università. Sarebbe questa un’atte­nuante, ma ingenerosa, per il vero artefice della riforma: il ministro Tremonti. Ideatore ed esecutore della missione ground zero, che non equivale alla più aulica espressione fare tabula rasa, perché dopo la demolizione non si vede nuova scrittura; si rivede quella ancora più vecchia. Vale a dire che se questo non è lo scopo vero e immediato della riforma, ne è l’effetto solo. Eppure, per quanto tragico possa essere proiettare nel futuro prossimo le conseguenze della demolizione, esse nulla sono. Rispetto all’obiettivo di lungo periodo. Quello vero: creare una società una; interamente dipendente dal suo capo: Priapo. Una distopia che peggio non si può immaginare. Se l’avessero immaginata i Pink Floyd, certo, invece che martelli a marciare, in The Wall, profetico, avrebbero messo dei cazzi capovolti, come quello del Priapo: duce e nume dei riformatori. Ossimori irriducibili, eppure viventi sono costoro: Robespierre-restauratori, giacobini di destra, giansenisti di sinistra. Come un ossimoro è la loro riforma: meritocratica senza meriti e democratico-autoritaria. Questa non èp che una previsione, hic et nunc bisogna pensare al presente. È ora di occuparsi della contingenza. Perché è dall’efficacia con cui si interviene – adesso – che si può impedire la distopia priapistica.

Bellum parate,
quoniam pacem pati non potuistis. Partiamo dalla disinformazione, cioè dal modo in cui viene preparata l’opinione pubblica ad acco­gliere quello che mai, con un’informazione corretta, invece accoglierebbe. Ecco quale: l’università oggi è baronale, autoreferenziale, scarsamente produttiva, troppo indietro nelle classifiche internazionali. E spendacciona: oltre il 90% in personale e non produce neppure una saponetta!
E così, via con il tormentone del nepotismo: di letto o di sangue. E poi via con i concorsi (che con­corsi non sono) che … “lasciano fuori bravi”. E ancora, via con … “i cervelli in fuga”. E dai con l’of­ferta formativa che … è troppa! E metti i fuori coso e gli abbandoni che …. sono più alti dei quelli degli altri. E via di lì: la strada è spianata; chi più ne ha più ne metta. Arriva il salvatore, il demiurgo deus ex machina: l’avvocata in trasferta o per corrispondenza, la ministra dell’istruzione. Parola d’ordine: bisogna riformare. E via con l’eco dei parassiti, ruffiani e cicisbei di regime: bisogna rifor­mare, riformare, riformare, riformare … . tutto è pronto. Nessuno che dica quanto è la spesa per studente, a petto delle altre nazioni; nessuno che dica quanti sono i mq di attrezzature per studente e per docente a petto dei cd eccellenti; nessuno che dica quanto costa un laureato, a petto dei paesi dell’OECD. Nessuno che dica quanti collaboratori – pagati, non da lui – ha un professore, a petto delle migliori università prese a obiettivo; straniere perché le italiche private non se la passano meglio, come ci ricorda Sylos Labini in http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/29/confindustria-ed-universita/74247/ ).

Alea iacta est
Siamo pronti anche noi, partiamo dunque. Useremo allo scopo di vedere il bluff le stesse premesse dei riformatori, le daremo per vere. E quindi: tutto il potere nell’uni­versità è nelle mani dei baroni; i baroni curano solo i loro interessi a danno dell’interesse pubblico e generale; nell’università regna il più bieco egalitarismo a tutto scapito della meritocrazia. Si lo dia­mo per vero, e senza distinguo; e non c’è ironia. Vogliamo solo confrontaci ad armi pari, sullo stesso campo.
Useremo perciò anche gli stessi obiettivi dei riformatori, li daremo per buoni: togliere il potere ai ba­roni, definitivamente; promuovere nell’accesso e nella carriera solo i meritevoli, insomma: merito­crazia. (Sia detto per inciso: essa fu una parolaccia, così la intese chi la coniò, il sociologo inglese Michael Young, chissà se la ministra lo sa e chissà se sa che è il perno dei regimi fascisti, lo avrà pure studiato che era lo strumento che Benito Mussolini opponeva alle “potenze demo-plutocrati­che”; ma si che lo sa!) Prendiamo per buona la filosofia meritocratica, senza distin­guo. Si lo diciamo per vero; non c’è ironia. Vogliamo solo confrontaci ad armi pari: siamo perfino disposti a far finta di essere jeffersoniani; e non lo siamo.
Vogliamo che le contraddizioni, se non le truffe della controriforma, vengan fuor da sé.
Su queste premesse esaminiamo i soggetti del processo riformatore: quelli che la dettano, quelli che la fanno, quelli che la subiscono, nel senso che ne sono oggetto. E li cataloghiamo in due insiemi: quelli a cui piace e quelli a cui non piace.
Quelli che la dettano, alcuni: Giavazzi (ordinario di università privata), Ernesto Galli della Loggia, (ordinario di università privata), Angelo Panebianco (ordinario con due piedi in due scarpe, una pubblica e un’altra privata), Roberto Perotti (ordinario, università privata), Giulio Tremonti (ordina­rio università pubblica, deus ex machina dell’ITT, università personale), CRUI (un drappello di or­dinari, i Rettori delle università italiane, gli attuali capi), fondazione Trellle (tra i fondatori Fedele Confalonieri), infine, ma non da ultimo, l’iperattiva e scalpitante Confindustria (gestore della LUISS, università privata). Già la Confindundustria. Come mai? Ma per il bene del paese! Codesta associazione (di filantropi, of course), infatti, ci ha abituati alla sua neutralità, alla sua obiettività, al suo illuminato liberalismo, alla sua capacità di scegliere solo per meriti, fin dal 1925. Quando, con lo storico accordo di Palazzo Vidoni (cinismo della storia, oggi sede dell’altro grande restauratore, absit iniuria verbis, il diminutivo e alla mancanza di portafoglio, il ministrino Brunetta), sempre per il bene del paese, scelse Mussolini, il marciatore, e ci si accordò. Mettendo fuorilegge i sindacati (non fa­scisti) dei lavoratori. Accettò in pieno il regime corporativo e fascista, ne trasse tutti i benefici. Sempre per il bene del paese e per il bene del paese non si oppose alle leggi razziali. Ma come pote­va dubitare del liberalismo del duce? Non erano e non sono britannici: senza Dio e senza Patria; lo­ro. Loro sono solo loro pragmatici, per il bene del paese. Si fanno gli affari loro (e infatti prendersi gratis l’università è un affare per … l’oro); sempre per il bene del paese. Come dubitarne. Come dubitarne con un passato sì glorioso, quando, per tornare alla storia recente, flirtano con ora con il premier (non importa quale) o con il suo antagonista (importa ancor meno), secondo come gira il vento. Sempre per il bene del paese. Già. Il bene del paese.
Quelli che la fanno: Tremonti-Gelmini e l’utile idiota, quello non manca mai, il PD; ancora alla ri­cerca di un’identità, ancora complessato di comunismo-leninismo, ancora in fasce a pietire dall’avversario un freudiano legittimante“bra­vo”. Disposto a essere più realista del re. Più a destra della de­stra. Più liberista dei liberisti. Pur di essere di più ma come l’altro. Mettono dentro tutti … dell’altro. E poi se la prendono, dentro, con i propri … rottamatori; gli unici che potrebbero de-gerontizzarlo e tirarlo fuori dalle sabbie mobili, quelle dell’università per esempio, in cui si è cacciato. È lì, in linea con Confindustria (si la stessa di qualche rigo sopra) la pro bono et aequi societas. Enrico Letta e Gianni Rocca sono lì. Sono le loro bocche, volteggiano all’unisono nel cielo, pronti alla picchiata divoratrice non appena la carcassa dell’università schianterà al suolo. Manca poco: non temano di precipitare; tengano duro, anzi. Sì li esortiamo; non li vorremmo sulla coscienza. Due intellettuali così, veri. Mica come gli accademici, gli impostori, intellighenzia snob, finta; corporativa, avida. PD! Sveglia! Siete all’opposizione. Sve­glia! Siete per lo stato sociale, la libertà, la giustizia sociale, la solidarietà, il welfare, la sicurezza sociale, la scuola pubblica laica interclassista, pluralista, democratica; lo ricordate, o no? Siete di si­nistra e il governo di destra. Oppure no? Siete per le primarie, la concertazione, il dialogo con le parti sociali, le riforme condivise, le riforme per, le riforme con, contro le riforme contro. O avete dimenticato anche questo. E si che lo avete dimenticato. Ci fate fare la riforma contro e nulla dite; contro il paese e ci mettete il carico da undici.
E voi, quelli di destra. Che siete al governo del Paese. Non avete figli? O pensate di essere immorta­li. Che state facendo? Sveglia! Svegliatevi anche voi. Un ristretto nucleo i lobbisti, vi sta facendo fessi, e ancora non lo capite. Ragionate con la vostra testa: non è argomento che interessi o che stia al cuore al vostro capo. Troppo complicato, non gliene frega niente dell’università, non una parola spesa.
Quelli che la subiscono: studenti, famiglie, professori, aspiranti tali (i precari).

Redde rationem …
Cataloghiamo. A chi piace e a chi no: è la tesi. Correlato logico indispensabile a chi dovrebbe piacere e a chi no: è l’ipotesi. Se tesi e ipotesi coincideranno la riforma sarà vera, se non coincideranno ci stanno facendo fessi.
A chi dovrebbe piacere: a quelli che il potere non ce l’hanno dentro l’università. Ci sono i ricercatori che non sono affatto precari, ma professori nella fase iniziale della carriera a cui viene da trent’anni rinviata la definizione dello stato giuridico. Sono professori a cui viene negata la dignità di profes­sori. Per questo la loro dichiarazione di “indisponibilità” è efficacie: fanno solo quello per cui non devono essere considerati professori. Non fanno i professori, visto che glie lo negano.
Dovrebbe piacergli perché se sono bravi potrebbero far carriere per ciò solo. Senza che ciò dipenda dagli umori dei baroni.
Ci sono i professori associati. Che sono già professori. I quali però possono ancora far carriera, per diventare ordinari. Dovrebbe piacergli, innanzitutto per le stesse ragioni per cui dovrebbe far piacere ai ricercatori, quanto alla carriera e poi perché, poiché sono professori non baroni, la riduzione del po­tere dei baroni significa renderli effettivamente partecipi del governo dell’università. Ci sono anche i professori ordinari “illuminati”. Perché non tutti gli ordinari sono baroni. Come non tutti i berga­maschi sono cretini e non tutti i siciliani mafiosi, e non tutti i napoletani imbroglioni e così via di luogo comune in luogo comune. Perché per essere barone (cioè oligarca) non basta essere ordinario, magari bravo, ce ne sono anche lì, occorre essere inquadrato in consorterie extra-accademiche. E questo agli accademici, anche ordinari, non piace. Quindi anche a loro dovrebbe piacere la riforma.
Che dire poi delle famiglie e degli studenti. Le une, che hanno i figlioli sempre più bravi e merite­voli di quelle degli altri, dovrebbero finalmente vedere affrancata dalla crudeltà dei professori baro­ni le aspirazioni dei loro, non più, pargoli. Gli studenti, per i quali tanto i professori sono tutti baroni, tranne quelli che lo sono, ma loro non lo sanno, perché tanto all’università si vedono poco e niente, dovrebbero essere contenti. Via i baroni, il loro peso negli organi accademici diventa reale. Via i baroni, se hanno merito andranno avanti senza compromessi. Infine ci sono i precari. Che brutta espressione! Eppure vera. Chi sono? In un paese normale, sono i giovani tra trenta e quarant’anni, cioè giovani non giovani, ma non in Italia dove i pantaloni lunghi si indossano passati i sessanta, che dopo avere conseguito un dottorato di ricerca (il più alto titolo di studio del nostro ordinamento), tre anni post laurea, cioè un titolo che attesta che hanno acquisito conoscenze, metodi e attitudini alla ricerca scientifica, hanno iniziato con l’università la loro attività di collaborazione scientifica (e spesso inopinatamente anche didattica, ma non è colpa loro).
Sono i titolari di un assegno di ricerca. Anche quattro anni. A volte ci sono più assegni e più rinno­vi. Sono, insomma, ricercatori a tempo determinato, come quelli che introduce la riforma. Sono ri­cercatori untenured, nel disegno dei riformatori. Poi ci sono i contratti di insegnamento, con i quali vanno in cattedra come se fossero professori; come se fossero nel senso formale. Perché in senso sostanziale sono ben in grado di farlo.
Costoro sono gli aspiranti professori. Coloro che vivono dentro l’uni­versità e indispensabili, ne sono però fuori. E vorrebbero entrarci. Chi non li fa entrare? Semplice vien detto: un meccanismo selettivo che non valorizza il loro merito e i baroni che deviano le poche risorse di­sponibili – altro assurdo – vero si loro protetti, non foss’altro che per pure ragioni di scuola accade­mica. Dunque, costoro, dovrebbero essere i più contenti. Perfino più dei ricercatori.
A chi non dovrebbe piacere: ai somari, ai pigri e ai baroni. Togliamo somari e pigri, perché tanto nessun somaro né pigro direbbe mai di essere scontento perché insidiato nella sua beata ignoranza o amena oziosità. Un dato impossibile da accertare. Restano i baroni. L’oligarchia che comanda. La CRUI, per esempio. Un’univesità non solo a-baronale, ma addirittura anti-baronale non dovrebbe proprio andargli giù. Si è mai vista un’intera classe dirigente che pratichi il suicidio di massa, o an­che soltanto la resa di massa, in nome del rinnovamento? Per fare posto alle nuove leve? No. Non si è vista mai. (Se no perché il PD sarebbe così com’è.) No, non gli piacerebbe proprio: le oligarchie sono i veri Gattopardi, a ogni latitudine; altro che i siciliani. Chi non legge così Tomasi di Lampedusa o è o si ci fa. Se siete arrivati fin qui, meritate la soluzione. Eccola.

iam enim non poteris villicare
A chi non piace questa riforma? Non piace, proprio no, non va giù, ai ricercatori, quelli di ruolo, di­co; a tempo indeterminato. Quelli che son dentro e con la riforma dovrebbero venire affrancati dal giogo baronale. Ma non gli piace; no non gli va giù. Loro sono gli indisponibili. La rigettano in to­to. Non si sono fatti comprare dal tentativo, goffo e populista – del tutto inaccettabile e come tale ri­spedito al mittente – di barattare il loro consenso alla riforma con promesse (la cui onorabilità rima­ne peraltro tutta da verificare) di generalizzati passaggi alla fascia degli associati. La posta è alta e sul piatto non ci sono interessi personali né corporativi. E agli associati? Non piace neanche a loro.
Tanto non gli piace, pur poco o niente avendo da perdere in termini corporativi, che con un movi­mento spontaneo, nato, cresciuto, strutturato e vivente in Rete, ha dato vita all’assemblea costituente del Coordinamento Nazionale Professori Associati delle Università Italiane, che si terrà in Roma il 15 novembre prossimo. Tanto non piace ai professori associati che nel giro di pochi giorni ha aperto il sito ufficiale del coordinamento di opposizione al ddl, raggiungibile all’indirizzo web http://www.professoriassociati.it , (in cinque giorni 1000 e utenti unici e 3000 pagine viste) ha ela­borato un documento programmatico che ha raggiunto 200 sottoscrizioni in due giorni, conta su una mailing list di oltre 600 iscritti in una settimana, con incrementi velocissimi. Condivide la posizione dei ricercatori e si fa pubblico emblema dello smascheramento della natura truffaldina del ddl Gelmini-Tremonti.
A chi piace? Non è difficile da scoprire: eppure sembra incredibile. La riforma anti-baroni, piace ai baroni. Piace solo a loro e alla Confindustria. Già, gli piace. È indubbio, non ne fanno ministero, an­zi lo propagandano. Loro che hanno i mezzi di comunicazione. E lo fanno come se fosse una rifor­ma condivisa dall’università. (Ma non lo è.) Potrebbe bastare, ma non ci accontentiamo. Chissà che possano avere ra­gione a esser contenti, sempre nell’interesse per paese. Ci mancherebbe altro.
Vogliamo vederci più chiaro. Vogliamo chiarire, approfondire. Lo facciamo.
Ci si sarebbe aspettati, come scelta strategica finalizzata a contrastare gli assetti oligarchici ed anti-meritocratici, che concentrano tutto il potere accademico (ed economico) nelle mani di pochi, – ap­punto i “baroni” – che gli spazi di decisione ed autogoverno delle università venissero distribuiti, piuttosto, tra tutti i docenti (attraverso il ruolo unico, con progressioni economiche subordinate al superamento di periodiche verifiche della qualità del lavoro svolto, per esempio).
Il ddl invece, concentra tutto il potere nelle mani di nove o dieci persone, il gran Consiglio (di Ammi­nistrazione), tra cui troveranno facilmente posto i sempiterni “baroni” (ivi compresi, tra gli esterni, ordinari neo-pensionati), oltre che politici, funzionari di partito, imprenditori (non importa se anal­fabeti, evasori, collusi o magari mafiosi). Tutto ciò, sotto la guida di un Rettore-Condottiero dal potere incontrol­lato ed incontrollabile.
Ci si sarebbe aspettato, come scelta strategica in funzione «anti-baroni», che si mettesse fine alla “stabile precarizzazione” dei giovani, attribuendo a un corpo accademico allargato a tutta la docen­za la loro formazione e selezione.
E invece il nuovo modello di ricercatore universitario si basa proprio sulla perdita di autonomia e indipendenza e sulla sottomissione a logiche clientelari; esso mortifica inoltre il ruolo attuale del ri­cercatore universitario, a cui si continua a negare il riconoscimento formale di quello che è: un pro­fessore universitario alla fascia iniziale.
Il ddl mortifica, in particolare, il ruolo accademico degli associati. Essi infatti, già assunti come professori di ruolo con stato giuridico, nel vecchio regime, analogo a quello degli ordinari, vengono retrocessi a docenti di supporto di una oligarchia di ordinari a tutela dei quali la legge ha già previ­sto per loro un numero ristrettissimo: il 10%, o, nelle ultime modifiche, il 20%, dell’intero corpo ac­cademico. Un corpo accademico che senza limitazioni adesso ne conta il 50% circa. Cosicché il po­tere concentrato ha la garanzia di rimanervi a lungo. Se per oligrachia baronale, vi sembra poco!
Quale meritocrazia persegue il DDL se ai meritevoli non viene ex ante offerta una seria possibilità di carriera? Ai meritevoli. Significa che chi ha il merito fa carriera senza altre condizioni che il me­rito. Ma nella legge c’è tutto il contrario. I meritevoli potrebbero far carriera, se ci saranno i denari, se ci saranno i posti, se … . Se non ci saranno, non la faranno. I non meritevoli non la faranno (come di massima non la fanno), esattamente come i meritevoli senza denari. Altro che meritocrazia, è “egalitarismo di basso profilo”, proprio quello che la ministra dice – a parole – di volere debellare.
Morale della favola. La riforma piace a chi non dovrebbe piacere, non piace a chi non dovrebbe.
I conti non tornano. Qualcuno qui ha barato.

Estote parati!
Il Coordinamento Nazionale dei Professori Associati delle Università Italiane, http://www.professoriassociati.it , al fianco di tutte le altre componenti dell’università, che ovun­que in Italia stanno manifestando fermo dissenso e alta preoccupazione verso la controriforma, clientelare e baronale, contenuta nel ddl Gelmini-Tremonti-.
Faccio appello alle intelligenze migliori del parlamento e del governo affinché ritirino o congelino il ddl e quindi avvino una seria stagione di concertazione (e non sterili audizioni passerella) con tutte le componenti dell’università e le loro rappresentanze, istituzionali professionali, politiche, associative e spontanee, per arrivare a una ri­forma condivisa dell’università italiana che ne accresca i meriti, del tutto assai ingenerosamente ne­gletti, ne assicuri e potenzi l’autonomia nella ricerca scientifica, didattica, culturale, opti per un mo­dello di governo democratico, fornisca pari condizione di accesso ai mezzi di ricerca e realizzi un sistema indipendente di valutazione.
Nel Coordinamento associati si sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar de’ venti.
Non praevalebunt !

diritto, economia e politica, politica, società , , , , , , , , , , , , , , ,

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