Archive

Posts Tagged ‘sindacato’

Princìpj di scienza nuova*

giugno 29th, 2010

*pubblicato per riassunto su asudeuropa n. 24 del 2010 pp. 12,13

Le cronache di questi giorni si sono divise tra la nazionale di calcio e la Fiat di Pomigliano. Due vicende in apparenza lontane ed estranee l’una l’altra. Due vicende che però condividono il male italiano della ricerca del demiurgo; accade in politica, in economia, nello sport: Berlusconi-Bossi, Marchionne-Bonanni, Lippi-Abete. Qual è la vicenda di Pomigliano e quale quella degli azzurri è noto. Riflettiamoci a partire da Pomigliano. Riassumiamo così.
La Fiat produce il corrente modello della Panda in Polonia; paese UE dell’ex blocco sovietico, (Paese in cui la Fiat era presente ben prima della caduta del muro);
La Fiat dovrà produrre la Nuova Panda: nuova auto, nuova linea. Serve di evidenza un nuovo stabilimento; se non fosse così la vicenda di Pomigliano sarebbe già stata archiviata come quella di Termini. La Fiat è un’impresa globale (come si dice oggi) produce indistintamente laddove più gli conviene. Fa solo il suo mestiere. Se la Fiat prevede di localizzare la nuova produzione in Italia è perché pensa di poterne trarre un qualche vantaggio. Probabilmente strategico. Infatti, Fiat produce già in Italia: Melfi, Milano, Torino (il resto per ora non conta). Dunque, Melfi Milano Torino: stabilimenti che ancora ci sono, producono, costano, restano; almeno Milano Torino. Dunque, nel momento in cui Fiat localizza la nuova linea in uno stabilimento italiano e per farlo chiede garanzie di produttività e di controllo assoluto del ciclo, è chiaro che parla a Pomigliano perché intendano a Melfi Milano Torino.
In altri … Termini: cioè da dove in verità inizia il discorso Fiat/Italia. Eccoli i legami: Termini e Pomigliano sono (erano) i due stabilimenti più meridionali; Termini e Pomigliano sono (erano) i due stabilimenti meno produttivi, più assenteisti, più furbi, due palle al piede, insomma; ostinarsi a negarlo non cambia le cose e non alleggerisce la palla: che poi è l’unico rimedio efficace; Termini e Pomigliano, perciò, sono (erano) destinati a chiudere entrambi, perché entrambi non convenienti;
Termini e Pomigliano sono (erano) legate a doppio filo: caduta l’una l’altra può ancora salvarsi.
Termini-Serbia, viaggio di sola andata. È quello che accade quando è la partitica, cioè la politichetta nostrana, che pensa di gestire gli investimenti privati, e non si accorge che il tempo delle “liste di collocamento” o delle “liste fornitori” è passato; a chi può competere sul mercato americano dell’auto non si possono imporre “soci amministratori” in cambio di denari.
Polonia-Pomigliano: andata; ritorno open. Come Termini, termina Pomigliano se si rifiutano gli investimenti alle sole e uniche condizioni della Fiat: e il gioco è fatto. E vale anche altrove.
L’accordo prevede clausole largamente peggiorative per i lavoratori con riferimento al trattamento derivante dagli accordi aziendali generali (cioè a valere per tutta la Fiat), dal contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici (cioè del contratto della Fiat e delle altre imprese e lavoratori del settore), dalla legge.
La contropartita sociale e collettiva è data appunto dall’investimento che garantisce i cinquemila posti dello stabilimento di Pomigliano e i quindicimila dell’indotto. Ventimila famiglie. Circa centomila per sone. Non è roba da poco. Come pochi non sono settecento milioni di euri.
Ora, tra le critiche della Fiom all’accordo spicca quella del “ricatto occupazionale”, brutta espressione che tradisce un giudizio valoriale pregiudiziale, ma non del tutto infondata.
Quell’occupazione a Pomigliano non c’è. Il recente passato conosce ore su ore di cassa integrazione. Dunque l’aut aut di Marchionne sembra del tutto legittimo e tatticamente ben studiato. Non c’è ricatto. È la legge di domanda e offerta. Non si dimentichi, infatti, che l’interlocutore di Fiat non è il lavoratore, il singolo debole lavoratore. Gli interlocutori sono il contropotere sindacale e la parte politica: a cui si chiedono due anni di cigs totale a zero ore per la ristrutturazione dell’impianto. Allora lo scandalo dove sta? Appunto scandalo non c’è. Fiat e sindacato dovrebbero fronteggiarsi da pari a pari. Dovrebbero: al condizionale; perchè? Perchè il contro-potere sindacale è oramai una farsa. Il sindacato è diviso, annientato da dieci anni di logoramento interno. Dieci anni di accordi separati, con la CISL a diresempredisi ai governi di lega-destra (contratto a termine selvaggio, orario di lavoro a go go, legge c.d. Biagi, riforma del modello contrattuale, manovre finanziarie) e a fare il sindacato di governo nella speranza – riuscita – di fare con il PDL oggi, e con FI, ieri quello che faceva con la DC nella prima re pubblica. Ma purtroppo la CISL non è quella della prima repubblica e il PDL non è la DC di Moro e Zaccagnini.
Se è vero che Fiat può sempre andare altrove è anche vero che ha ancora larghi interessi produttivi in Italia; ma nè il sindacato (diviso) né la politica economica di governo (inconsistente) sanno creare le condizioni perché ciò stia sul mercato, così come ci stanno le promesse di investimento. Inoltre, se si lascia che le aree economicamente depresse del Paese dipendano da un unico investitore, senza creare le condizioni di mercato affinché anche altri investitori possano competere, è chiaro che gli strumenti negoziali si riducono all’osso. Cosa fa il sindacato? E cosa la politica? Questo è il punto. Non fanno nulla. Nulla di utile in tale senso.
Di fronte a un imprenditore che propone un piano lecito, legittimo, pur strategicamente ingegnoso e spregiudicatamente apprezzabile si assiste al logoro cicaleccio dei buonsensisti capeggiati da Bonanni con Angeletti nel ruolo di corifeo e gli altri del coro a fare scandalo della Fiom: il diavolo comunista!
È il risultato operativo del decennale vieto baratto ipocritamente condotto sotto la bandiera, oramai lacera, della modernizzazione delle relazioni sindacali, che ha portato il sindacato chedicesempredisi ad attuare il punto 3 del piano della P2, che prevedeva appunto «la sollecitazione alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell’UIL, per [...] rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti».
Solo così si possono spiegare l’adesione incondizionata della Fim/Cisl al piano Marchionne e il modo di conduzione della propaganda referendaria a un piano che diventa contratto collettivo aziendale per adesione e che prevede: 18 turni settimanali di 8 ore ciascuno per sei giorni ebodmadari (7 giorni e 21 turni peri manutentori); di 80 ore di straordinario esigibili unilateralmente nel 18° turno (dalle 22 del sabato alle 6 della domenica); la riduzione delle pause nel lavoro in linea da 40′ a 30′; l’eliminazione della pausa refezione intermedia e del suo spostamento alla fine del turno, spostamento funzionale alla utilizzazione della ulteriore quota di lavoro straordinario durante quella pausa. Condizioni di lavoro negoziazione delle quali ci si sarebbe aspettato l’intervento di tutti i sindacati; perché se un sindacato non negozia sulle condizioni di lavoro, non si riesce a comprendere che cosa esiste a fare.
Prevede poi altre due clausole, una sul trattamento di malattia e un altra sul di ritto di sciopero; clausole non secondarie ma a cui si è dato tropo peso facendo perdere di vista il nodo del problema.
La clausola sul trattamento di malattia prevede che per «contrastare forme anomale di assenteismo» in occasione di particolari eventi non epidemiologici e «nel caso in cui la percentuale di assenteismo sia significativamente superiore alla media, viene individuata quale modalità efficace la non copertura retributiva a carico dell’azienda dei periodi di malattia correlati al periodo dell’evento».
Com’è noto la protezione del lavoratore ammalato si articola su due livelli: uno normativo previsto dal la legge, consistente nel diritto alla conservazione del posto durante l’assenza qualificata e un altro eco nomico, previsto sia dalla legge sia dal contratto, consistente nel diritto a percepire un’indennità rag guagliata alla retribuzione perduta a causa dell’impossibilità di lavorare. Questa indennità è pagata dal­l’INPS che assicura obbligatoriamente la malattia del lavoratore. Ora gli è che l’assicurazione sociale in parola corrisponde la detta indennità solo dal quarto giorno di assenza per malattia, cosicché, quale che sia la durata di essa, l’ordinamento sociale valuta sopportabile per il lavoratore la perdita di tra giornate di retribuzione per evento morboso; per questo motivo il periodo prende il nome di carenza (di assicurazione). A partire dagli anni ’70 la contrattazione collettiva nazionale diede, come condizione di miglior fa vore per i lavoratori, copertura retributiva anche alla carenza assicurativa.
Si tratta di tutta evidenza di materia del tutto contrattuale che integra il trattamento economico del lavo ratore; quindi nella piena disponibilità del contratto. Pacifico essendo che non esiste una gerarchia tra contratti collettivi di diverso livello, ci pare pienamente legittimo disporre di tale diritto.
E veniamo al merito della clausola. Lo scopo della clausola è quello di combattere contro gli abusi che vengono commessi con un meccanismo di responsabilizzazione collettiva.
La critica sollevata al meccanismo (a parte quella che riguarda la fonte aziendale) è che con la clausola suddetta si sparerebbe nel mucchio della maggioranza di lavoratori onesti per colpire pochi disonesti cialtroni che simulano la malattia per vedere le partite di calcio o per truffare l’indennità durante gli scioperi. In realtà la clausola prevede che la sospensione della tutela contrattuale riguardi solo le assen ze verificatesi nel periodo che risulta anomalo. Sicché appare ragionevole che verificatasi la fattispecie in occasione dell’andata di una partita di coppa la stessa non si riverifichi al ritorno. Certo la clausola è affinabile e migliorabile (non è questa la sede dare suggerimenti) ma il meccanismo in sé stesso non è lesivo di diritti inderogabili e non impedisce (anche se rende più onerosa) la tutela del lavoratore incol pevole. Ma il senso del meccanismo non è quello di non pagare la copertura contrattuale tout court (co sa pure negoziabile) ma quello di innescare un meccanismo virtuoso per il quale il lavoratore tifoso o furbo perda interesse ad assentarsi per malattia durante le partite.
Più articolata è la questione sulla c.d. clausola di responsabilità (punto 14) che riguarda il governo del diritto di sciopero. L’accordo, in estrema sintesi, prevede due ordini di rimedi al verificarsi di «[...] comportamenti idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate per la realizzazione del Piano e i conseguenti diritti o l’esercizio dei poteri riconosciuti all’Azienda dal presente accordo, [...] libera l’Azienda dagli obblighi derivanti dalla eventuale intesa nonché da quelli derivanti dal CCNL Metalmeccanici.»
Un rimedio è a livello collettivo e un altro è a livello individuale. A livello collettivo, la pattuizione integra quella definita «clausola di tregua (sindacale)» in forza della quale, in applicazione del presupposto prin cipio pacta sunt servanda, i soggetti firmatari dell’accordo, in questo caso sindacati (per sé stessi e non quali rappresentanti dei lavoratori), assumono l’impegno ad astenersi da iniziative di lotta intese alla modificazione degli accordi durante il tempo di vigenza degli stessi.
Si tratta di una clausola di parte obbligatoria (cioè la parte che non riguarda i rapporti individuali di la voro) e che come tale è nella piena disponibilità delle parti (sindacati). Da questo punto di vista non suscita scan dalo neppure la disposizione che considera illegittimo uno sciopero spontaneo (cioè non organizzato dal sindacato) durante il periodo di tregua, per l’ovvia considerazione che se così non fosse da un lato la clausola potrebbe essere facilmente aggirata dallo stesso sindacato e da un altro lato che lo stesso sindacato perderebbe larga parte della sua autorevolezza nel governo del conflitto; si tratta di una clausola che ad un tempo si basa sul “potere di influenza” del sindacato, lo rafforza, fa scommettere il sindacato su di esso. Insomma, nel punto 14 sono previste sanzioni solo per il sindacato ancorchè la violazione provenga da non iscritti. Dunque se il sindacato accetta il rischio (di non riuscire a essere influente) è normale che ne subisca le conseguenze. Il sindacato, se unitario (?!), che fa bene il suo lavoro in fabbrica ha poco da temere dalla c.d. teste calde.
La clausola 15, collegata al punto 14, suscita invece particolare scalpore (seppure a mio avviso non al larme per la tutela del singolo) e fondatamente. Essa estende la portata di clausole tipicamente obbligatorie alla parte normativa del contratto (quella che è destinata a regolare i rapporti individuali di lavoro e quindi i diritti del singolo lavoratore), prevedendo conseguenze sul piano disci plinare fino al licenziamento.
Tra i diritti individuali che la clausola aspirerebbe a conculcare (senza troppa convinzione come vedre mo, essendo altri e obliqui i suoi scopi) vi è quello degli scioperi o di altre iniziative di lotta idonea a rendere inesigibili le «condizioni “concordate” (apici nostri)», cioè le prestazioni di lavoro (quelle si onerosissime) nel la modalità previste dal piano.
Da un punto di vista giuridico formale la clausola si pone in aperto contrasto con una norma costituzio nale, l’art. 40, che riconosce individualmente al lavoratore il diritto di sciopero, sebbene nell’ambito delle leggi che lo re golano. La clausola è dunque palesemente nulla (a meno di alchimie giurisprudenziali, sempre possibili in verità, ma allo stato non ipotizzabili), perché il contratto aziendale non è una legge. Sono perciò del tutto destituiti di fondamento gli argomenti che si basano sulla già prevista limitazione dello sciopero nei servizi pubblici essenziali (qual di evidenza non è la produzione della Panda), disciplinata dalla leg ge n. 146 del 1990, ancorchè essa deleghi una parte della regolamentazione agli accordi collettivi (ma vieta di infliggere ai lavoratori che scioperino illegittimamente l’adozione delle sanzioni maggiori e di quella del licenziamento), per inferirne la legittimità della clausola, Ciò proprio perché l’accordo aziendale non è una legge e fuori dai servizi pub blici essenziali non c’è nessuna legge che deleghi alla contrattazione collettiva di regolamentare il dirit to di sciopero. In altri termini il diritto di sciopero è un diritto individuale (ancorchè ad esercizio collet tivo) del quale i sindacati non hanno il potere di disporre.
Potrebbe, invero, obiettarsi a questa ricostruzione che se la nullità fosse così palese non sarebbe ragio nevole ipotizzare che i sindacati firmatari non l’abbiano rilevata, oppure che sarebbe eccessiva la preoc cupazione per una clausola che non potrà nel concreto trovare applicazione. E l’obiezione potrebbe es sere fondata se i sindacati firmatari nella validità della clausola ci avessero creduto o, pur non creden doci, fossero stati in buona fede, l’avessero cioè solo passivamente subita confidando in sede applicativa sulla nullità della clausola.
Il nodo è politico, di politica sindacale: la Fim/Cisl, nel c.d. “Volantone Pomigliano”, una locandina elettorale diffusa in vista del referendum (in ordine ai risultati del qua le i firmatari dell’accordo hanno ben poco che cantare vittoria, che è solo numerica), arriva perfino a mentire scrivendo che le «eventuali “conseguenze” di violazioni dell’accordo, [...]» non prevedono sanzioni nei confronti dei dei lavoratori, «essendo questi liberi nel diritto di sciopero. Sono pertanto totalmente infondate e strumentali le dichiarazioni su possibili violazioni della legge o della Costituzione.»
Affermazione semplicemente opposta al punto 15 dell’accordo che recita:«le clausole indicate integrano la regolamentazione dei contratti individuali di lavoro [...] la violazione da parte del singolo lavoratore di una di esse costituisce [... ]» motivo di «provvedimenti disciplinari conservativi e ai licenziamenti per mancanze».
Una clausola deliberatamente nulla che ha lo scopo (politico) di tutto l’accordo (di questo e degli altri separati che lo hanno preparato e di quelli che lo seguiranno): fare terra bruciata attorno alla Fiom/CGIL. Questo e solo questo è quello che, invero, si consuma a Pomigliano la celebrazione dell’eroe e il sindacato di adesione: principi per una scienza nuova.
Nemesi storica, indubbiamente. L’annegamento della ragione e l’affidamento all’eroe si consuma in uno stabilimento intitolato al filosofo napoletano Giambattista Vico: l’autore dei corsi storici; per i quali lo sviluppo della storia progredisce dall’età degli dei, «nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa esser loro comandata con gli auspici e gli oracoli», passando per quella degli eroi dove si costituiscono repubbliche aristocratiche, in cui in nome di una ragione superiore che «non è naturalmente conosciuta da ogni uomo ma da pochi pratici di governo» gli eroi dominano sui deboli, si arriva all’età degli uomini «nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana».
Ricorsi storici: quando già un secolo era passato da che i Princìpj di scienza nuova erano già alla terza edizione (1774) nella conterranea Teano la patria di Vico venne consegnata nelle mani di un torinese. Ricorre quest’anno il 150° anniversario di quell’incontro (26 ottobre). Qual modo migliore di celebrarlo che una svendita di fine stagione?
Dice Vico: «Gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura». Speriamo.

diritto, economia e politica, pagine personali , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Contributo al dibattito sul futuro del modello sociale *

ottobre 21st, 2009

Nota (*) Questo studio integra e rielabora criticamente il contributo dell’autore alla consultazione pubblica sul Libro Ver­de sul futuro del modello sociale» inviato al Governo a libroverde@lavoro.gov.it .

Premessa. Il Libro Verde sul futuro del modello sociale, come recita la sua premessa «vuole avviare un dibatti­to pubbli­co sul sistema del Welfare in Italia». E’ un tema trasver­sale il cui il fulcro è costituito dal lavoro, nella sua più ampia accezione, in dipendenza della presenza o dell’assenza del quale s’innervano le linee di intervento sociale.
Il Governo inaugura così a livello nazionale, o almeno ci prova, un me­todo di policy buil­ding già praticato a li­vello europeo e sottopone alla discussione pubblica un documento sul quale tutti, dalle «istituzioni centrali» ai «singoli cittadini», possono dare il loro contributo, con il fine di condur­re a sintesi in «un Libro Bianco sul futu­ro del modello sociale» le «principali opzioni politiche identificate nelle risposte.»
La promessa è che le proposte «in materia di lavoro, di salute e di politi­che sociali» che il Governo formulerà per l’intera legislatura» saranno «in coerenza con esso».
Il tema è grave e perciò solo merita lo sforzo di un contributo.
Il metodo. L’importazione del metodo nella realtà nazionale impone una riflessione preli­minare. Strumento buono e virtuoso o strumento cattivo e pericoloso? A domanda retorica, risposta retorica: dipende dalle intenzio­ni e dall’uso. Ma anche risposta cri­tica: non tanto evidenziare positivo e negativo, valenze in ogni cosa sempre presenti in diversa misura, ma sviscerare gli snodi problematici.
Il primo punto di riflessione è perciò sullo strumento in sè. La consultazione pubblica su temi di politica so­ciale viene spesso salutata come un bene per sé, perché vi si rinviene una forma di democrazia partecipata nei processi decisionali su questioni che quotidie attingono direttamente la vita del cittadino.
L’adesione incondizionata al metodo, però, costituisce a mio avviso un’apertura di credito allo scoperto, molto pericolosa e talvolta fuorviante. Perché il giudizio sulla bontà del me­todo non può essere disgiunto dalla risposta retorica alla domanda iniziale. Dunque, esso può esse­re incondizionatamente positivo (cioè a prescindere dall’a­desione o non al merito delle soluzioni su cui si chiede la consultazione) solo se il documento a base della consultaz­ione pubblica sia effettivamente aperto a diverse solu­zioni. E ciò in concreto significa che deve basarsi di dati dati oggettivi e che deve formulare domande non suggestive.
Se dovesse mancare uno di questi due elementi l’uso della consultazione verrebbe distolto dalla sua naturale funzione dialettica e tendenziosamente piegato verso un risultato preco­stituito e occultato. La consultazione pub­blica si trasforma così da strumento di democrazia critica a provcatio ad populum, cioè a metodo di ricerca della (finta) legittimazione demo­cratica a un (vero) processo autoritario, che infatti come tutti gli autoritarismi cerca la sua legittimazione nella vox populi (vox dei).
Svolgerò le mie riflessioni, anche di carattere generale, con riferimento ai temi del lavoro e della previdenza.
I temi del Libro Verde. Lo scopo e i mezzi del «nuovo modello sociale». Il documento, si legge nella prefa­zione, vuole esplicitamente imperniare la discussione sulla «centralità della persona, in sé e nelle sue proiezioni relazionali a partire dalla famiglia». Da lì ricava l’esplicito corollario secondo cui il nuovo Welfare dovrà compor­tare anche il pieno ricono­scimento in «sussidiarietà» del «valore della famiglia». Questo lo scopo.
Quanto ai mezzi il Libro Verde (ri)afferma che il «principio della vita buona … ha le sue ra­dici in una vita atti­va, nella quale il lavoro non sia … un’attesa delusa, ma costituisca … la base dell’autono­mia sociale delle persone e delle famiglie».
I punti di crisi. a) La spesa sociale e la sua composizione. Nell’analisi delle disfunzioni, degli «sprechi e dei costi dell’attuale modello» il Libro Verde si riporta alla relazione della Commissione Onofri, (febbraio 1997). As­sume come dato “scientifico” di base di misura­zione della spesa sociale le statistiche OCSE e afferma, senza far­ne tema di discussione, che essa «è manifestamente squilibrata in favore delle spesa pensionistica, che costituisce il 60 per cento della spesa sociale». In questo dato, che come vederemo non è assolutamente pro­bante, individua le la ragione disfunzionale – a livello di economico – dell’attuale welfare. La spesa pensionistica viene qualificata eccessiva e gli «interventi normativi, anche recenti» insufficienti a bilanciare le «pressioni di carattere demogra­fico» e le conseguenze della «definizione dei lavori usuranti.» Assume poi che la riforma Dini potrebbe non es­sere «sufficiente a rendere neutrale ai fini della spesa l’allungamento del periodo di percezione delle prestazioni.»
A questo quadro di spesa si addita la responsabilità di comprimere «la risposta a molti dei bisogni primari e, ancor di più, la capacità di prevenirne la formazione. Ciò, inevitabil­mente, va a danno dei giovani in cerca di pri­ma occupazione, delle donne senza lavoro e delle madri sole, dei disoccupati di lungo periodo, dei disabili, degli anziani disagiati, degli emarginati e dei poveri.»
b) Gli ammortizzatori sociali. A partire dalle presa d’atto che il quadro delle tutele attive dei disoccupati sia «disorganico e quasi ingovernabile» prodotto di una legislazione alluvio­nale ed emergenziale che non consente di riconoscervi un «sistema», si propone uno scam­bio tra spesa pensionistica e riconduzione a sistema degli am­mortizzatori sociali. Nel frat­tempo, le prestazioni attuali continuano a presentare «innumerevoli iniquità di tratta­mento (criteri di eleggibilità, durata, ammontare dei benefici)»; il caso Alitalia è ultimo esempio solo in ordine di tempo.
c) Il funzionamento del mercato del lavoro. Il Libro Verde individua le ragioni disfunzio­nali dell’attuale welfa­re – a livello normativo – lungo due direttrici. ci) Il sistema di regole. Si tratta del ruolo del diritto del lavoro. Il documento propone l’oramai nota metafora della Cittadella del lavoro (Ichino) e del conflitto tra insider e outsi­der. Afferma, infatti che la «rigidità dei trattamenti costituisce … un ostacolo oggettivo ai processi di mobilità e al dina­mismo del mercato del lavoro.» cii) Il lavoro irregolare e il welfare. Si riconosce che l’Italia ha «una fio­rente economia sommersa che non ha pari nel resto del mondo industrializzato». Sebbene non sia chiaro che cosa si intenda con “fiorente”, (se cioè enorme come grandezza macroeconomica, qual è, e quindi vantaggiosa per le relative imprese, oppure lucrosa atti­vità parallela dei lavoratori), il documento afferma con decisione che questo venga alimen­tato dalle «varie forme di sostegno al reddito» che «non seguono un disegno di incentiva­zione per il rapido re-inserimento lavorativo». Le cause della spirale che genera e alimento il sommerso sono indicate in due ragioni. L’una la mancata applicazione della «regola di re­sponsabilità che vuole sanzionato con la decadenza dal beneficio o dalla indennità il percet­tore del trattamento che rifiuti una occasione congrua di lavoro o un percorso formativo di riqualificazione professionale.» E anche qui non si spiega come si stabilisca la congruità. L’altra nella «assenza di un mercato del lavoro aperto e trasparente e di dispositivi di assi­stenza e presa in carico della persona in stato di bisogno». Tale situazione determina un’uti­lizzazione impropria delle prestazioni sociali, che verrebbero così distolte dalla loro fun­zione naturale «di strumenti che dovrebbero avere invece natura tempora­nea e servire ai processi fisiologici di mobilità e reinserimento al lavoro» e invece diventano pratiche assi­stenzialiste e deresponsabilizzanti. Queste in sintesi le linee in materia di previdenza.
La struttura del Libro Verde. Il Libro Verde tradisce subito il proposito di costituire una sorta di neo-agorà e palesa, invece, la sua struttura spiroidale. Effetto che si avverte mag­giormente quando si passa all’esame delle do­mande formulate in modo capzioso. Infatti, la proposta di discussione, quale logico svolgersi delle premesse, conduce – per forza – a un unico punto, in cui convergono la riduzione della spesa pensionistica e la tabula rasa­delle regole non solo del mercato del lavoro, ma anche di quelle del rapporto di lavoro. Le pre­messe da cui parte, come vedremo subito, sono le solite premesse, sempre asserte e non mai dimostrate e anzi spesso alla prova dei fatti smentite, del lassaiz fair come elemento essen­ziale di funzionamento dei mercati.
L’integrazione famiglia-welfare che si ricava dal complesso del Libro propone un mo­dello di famiglia, una concezione del lavoro e una relazione tra loro, profondamente diverse da quelle predicate nella premessa. Il mo­dello di famiglia che si è detto voleva mantenere e assistere è quello mediterraneo, in cui il nucleo essenziale del­le relazioni tra i componenti, entità autonoma tutelata per sé stessa attraverso la valorizzazione e il sostegno ai diversi ruoli di ognuno dei suoi componenti, stabiliti secondo le loro scelte libere ed individuali, viene sostenuta dall’intervento sociale. Nelle domande, tuttavia, il modello a cui tende non è più quello, esso è soppiantato da uno diverso, orientato piuttosto verso quello continentale, se non nord europeo, radicato su costumi e regole so­ciali molto diverse dalle nostre, in cui l’aggregazione di soggetti, sulla base di un vincolo di sangue o di legge, viene tutelata al fine di renderli meglio ed efficientemente organizzati nel mercato del lavoro. E’ un modello di welfare in cui la parola famiglia è sbandierata solo come una misura di propaganda, per compiacere le gerarchie cattoliche. Ma nella sostanza l’assistenza sociale alla famiglia per sé viene assolutamente dimenticata, poiché le misure proposte riguardano unicamente l’au­mento dell’occupazione femminile. Questo risultato, auspicabile per sé stesso, laddove però sia affidato, come sembra essere stato proposto, alla concorrenza nel mercato, dei soggetti esclusi, stride con la proclamata intenzione protettiva.
Il modello di lavoro che propone è sempre più alieno dalla persona che lo presta. Anzi è insensibile a essa, mutevole, effi­mero, funzionale solo alla sua combinazione con il capi­tale. Sempre meno persona che lavora, con l’indispensabile tutela del lavoratore, cioè della persona dentro il rapporto, sempre più persona che svolge lavori, con il surrogato di tutela ai lavori-attività, cioè nel mercato. Le tutele non sono più ripartite secondo la loro fun­zione: tra lavoratore e cittadino, cioè una persona in due atteggiamento e relazioni diverse, ma in­nanzitutto tolte al lavoratore poiché si afferma non ne ha più bisogno. Dice il Libro Verde che il «mercato del lavoro … oramai, è diventato adulto e che non tollera più una visione re­pressiva incentrata sulla patologia come regola.» Cosicché seguita «serve …, prima di tutto, una robusta semplificazione e de-regolazione delle regole di gestione dei rapporti di lavoro» (domanda n. 1). Infatti, altre tutele, non si sa neppure quante, saranno attribuite al cittadino, solo solo successivamente e subordinatamente al recupero di risorse attraverso la riduzione “dell’eccesso” di spesa pensionistica ai livelli OSCE.
E giungiamo perciò alla seconda falsa premessa.
La composizione della spesa sociale. Per valutare il rapporto spesa sociale totale su spesa pensionistica, i dati OCSE non possono essere utilizzati, perché presuppongono una netta distinzione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale. Quei dati inferiscono dalla dizione “pensione” la natura previdenziale in senso stretto della presta­zione e quindi finiscono – non loro ma che usa i dati in tale modo – per attribuire alla spesa pensionistica italiana una serie di prestazioni di carattere assistenziale chi negli altri paesi vanno a incrementare le prestazioni assisten­ziali di sostegno al reddito (es. integrazioni al minino, assegno sociale) o alla disoccupazione (es. prepensiona­menti), o in generale incrementi solidaristici del tratta­mento pensionistico che hanno la loro fonte nella solidarie­tà sociale (es. contribuzione figu­rativa). A nulla dire dei diversi regimi fiscali che gravano le pensioni nei vari paesi. Se, tut­tavia, la spesa pensionistica, con gli stessi numeri, è rapportata ai paesi dell’Unione, essa denota una spesa addirittura minore della media (Franzini-Granaglia, nelMerito.it).
Non meno azzardata è l’affermazione della insostenibilità della spesa per le modifica­zioni demografiche in un sistema che dopo la virata al contributivo ha casomai l’opposto problema di assicurare l’adeguatezza delle presta­zioni minacciate dal ritardato ingresso nel mondo del lavoro, dal collegamento con il PIL (Raitano, nelMerito.it), dalla frammenta­zione dei rapporti di lavoro, già in atto, e sempre più auspicata dal “nuovo” modello, con partico­lare riferimento all’alternanza subordinazione autonomia. Non è tenuto in cale che nel nostro sistema il lavoratore autonomo percepisce un compenso molto inferiore a quello del lavoratore subordinato e sconta un’aliquota con­tributiva molto inferiore. Ciò a diffe­renza, per esempio, di quanto accade in Austria (v. Mainz.) o in Svezia (v. Engbold) in cui i compensi sono mediamente molto maggiori e le tutele estese perfino alla disoccupazione.
Il mercato e le regole. La regola è vista come tutore dell’incapace. Quando si afferma così che il mercato del lavoro è oramai adulto, se ne inferisce che non ha bisognoso di es­sere guidato, cioè non ha bisogno di regole. Preconizzando un mercato del lavoro “libero” che – senza le regole di gestione del rapporto – è da solo capace di creare maggiori e mi­gliori posti di lavoro.
Questa visione del Libro Verde supera perfino il neoliberismo dell’Europa della flexicu­rity, dove, invece, la de­regolamentazione è almeno la “seconda cosa”, mentre la prima resta l’approntamento di un sistema di protezione sociale generoso e attivo, che investe nelle poli­tiche del lavoro cifre dell’ordine del 4,51% per PIL (Danimarca) o 2,51% Svezia, non del 1,36 (Italia), (fonte: data extracted on 2008/10/28 09:40 from OECD.Stta).
Resta comunque il fatto che un’opzione politica iper liberista viene contraffatta come op­zione di politica socia­le e del lavoro a fondamento scientifico. Ma i presupposti assunti esi­stenti e pre-condizione per la deregolazione sono falsi per almeno tre ordini di considera­zioni.
Il primo è che il mercato non è assolutamente adulto. Un mercato del lavoro con un quarto di sommerso e con gli attuali tassi di occupazione e di disoccupazione, è invece pale­semente un mercato tutt’al più adolescente; che necessita di quindi di molte attenzioni. E poi non esiste “un” mercato del lavoro nazionale, ma molti mercati lo­cali. Come si può an­nullare nel “mercato del lavoro”, le differenze tra il mercato del lavoro della Sicilia e quello del Friuli?
Il secondo è che, oramai è dimostrato, non vi è nessuna correlazione tra rimozione delle tutele nel rapporto e crescita dell’occupazione. Come l’economia non può regolare, così il diritto non può creare. Il declamato caso spagnolo, con i suoi ultra liberi contratti a termine, ora che l’economia recede, si è rivelato un bolla che ha causa­to più disoccupati di quanti oc­cupati precari non aveva creato: il tasso di disoccupazione è cresciuto fino al 10,7% il peg­giore dell’UE (fonte: Time, sept. 8, 2008 p.6).
In terzo è che le regole di gestione del rapporto di lavoro non stanno in relazione, né ser­vono al mantenimento dell’occupazione, ma servono solo a proteggere chi lavora e chi non lavora dal lavoro. A consentire al lavoratore quel minimo di autotutela reale di diritti fonda­mentali durante il rapporto, che diversamente finirebbero nel cal­derone risarcitorio per equivalente, con il danno già fatto. Dunque, se togliamo le regole togliamo solo le prote­zioni, senza nemmeno creare un posto di lavoro – dignus, di qualità dice il documento – in più.
L’idea che il libero mercato sia il modo migliore per un più efficiente ed equa allocazione delle risorse è stat oggetto di un clamoroso autodafè “da parte di una dei suoi maggiori ar­tefici. In una recente intrevista al New York Times (October 23, 2008 , intervista di Ed­mund L. Andrews) Alan Greenspan ha dichiarato: -«Those of us who have looked to the self-interest of lending institutions to protect shareholders’ equity, myself included, are in a state of shocked disbelief.» E ha aggiunto: «Yes, I’ve found a flaw. I don’t know how signi­ficant or permanent it is. But I’ve been very distressed by that fact.»
Da canto suo il nobel J. Stiglitz spiega che il mercato lasciato alla sua regolazione crea crisi: «That is why I and many other economists believe that government regulation and oversight are an essential part of a functioning market economy. Without them, there will continue to be frequent severe economic crises in different parts of the world. The market on its own is not enough. Government must play a role.»
Se le impostazioni di due correnti di pensiero diametralmente opposte coincidono nella negazione della bontà della deregulation e per di più con riferimento al mercato finanziario, a fortiori la deregolamentazione di norme protettive non può essere un criterio ispiratore per il miglioramento delle prestazioni del mercato in termini di maggior e migliore occupa­zione.
Ci si deve chiedere, inoltre, se anche il mercato con senza regole funzionasse alla perfe­zione la riconduzione della regolazione del rapporto di lavoro nell’alveo del diritto civile, in cui la volontà negoziale individuale è sovrana, sarà poi in condizione di supe­rare le asim­metrie di poteri insite nel lavoro personale a favore altri? Il mercato è insomma idoneo a dare tutela alla persona che lavora mentre lavora? Cioè a sostituire il diritto del lavoro?
Una conferma del fatto che questo profilo non viene affatto considerato si ha con riferi­mento alle affermazioni del Libro Verde relative alla Inclusione sociale dei lavoratori svantaggiati. La proposta del Libro Verde è ancora più inefficace. L’idea è quella che il soggetto svantaggiato possa con le sue forze competere con quello non svantaggiato, giac­ché le re­gole della sua protezione finirebbero per limitarne la concorrenzialità. Cosicché la conseguenza sarebbe solo una: il lavoratore svantaggiato dovrebbe potere offrire il proprio lavoro con vantaggi competitivi rispetto al resto dei lavoratori, rinunziando a tutele e a sala­rio.
Se questa è l’idea si tratta di chiamarla con un nome che già il mondo del lavoro conosce: regime differenzialo per le “mezze forze”. Non più (ma è così?) e non solo donne e bam­bini, ma in generale le persone svantaggiate. La sostanza non cambia. Seppure questa fosse una via buona e con la quale si possano costruire dei by pass per gli art. 2, 3, 35, 36, 37 e 38 Cost., rimane da dimostrare che per il lavoratore svantaggiato questa auto-discrimina­zione attiva costituisce ragione di inclusione, poiché le norme costituzionali non sono superabili l’unica strada è accollare al sistema pubblico il costo differenziale della parità di tratta­mento, cioè ancora una volta gli incentivi economici e normativi e in questi non potranno escludersi gli obblighi datoriali, non essendo – notoriamente – il mercato la “Casa del Fi­lantropo”.
Il sommerso, gli incentivi economici, le regole. Non meno assertoria è la relazione tra inefficienze del sistema di “responsabilità” e sommerso. Poiché un fenomeno vario e com­plesso viene ricondotto all’unica ipotesi – asso­lutamente marginale – del lavoratore che frui­sce di una prestazione assistenziale e che contemporaneamente lavo­ra in nero.
Questa premessa mette sullo stesso piano le politiche di emersione (incremento dei tassi di occupazione rego­lare) e le politiche di inclusione sociale (gruppi più svantaggiati), ri­spetto ai quali viene individuata come obsole­ta una comune «politica di pura incentivazione economica», assunta come troppo onerosa e perciò poco signifi­cativa al cospetto «dei pene­tranti disincentivi normativi e burocratici che tanto incidono sulla vitalità di un mer­cato del lavoro». Allo stesso modo la regolazione viene considerata tutta uguale e tutta volta unica­mente contro il lavoro. Le questioni vanno invece distinte.
Il lavoro irregolare non è una categoria aggregante. All’interno di esso vi sono realtà pro­fondamente diverse. Che generano risposte profondamente diverse. Il sommerso del Sud è una realtà profondamente diversa da quelle del Nord.
Percentuali di sommerso superiori al 20% significano una comunità con regole diverse da quella del lavoro re­golare, una comunità deviante, una comunità illegale. Esattamente una second community (Zoppoli) in cui vigo­no, già al massimo grado, esattamente la dere­golamentazione e la responsabilità del lavoratore, che però sono il­legali. Sarebbe ipocrita pensare che simili strutture si immergano per fuggire alla regolamentazione del mercato e del rapporto e quindi sarebbe illusorio (e il fallimento delle politiche i emersione lo dimo­stra empiricamente) pensare di farlo emergere attraverso la de-regolamentazione di quello legale. Rendere legale l’illegale può essere una scelta politica, ma essa non ha nulla che ve­dere con la politica sociale. Abbassato il livello di guardia, cioè la soglia della legalità del lavoro, il mondo sommerso si immergerebbe ancora di più, alla ricerca del vantaggio com­petitivo che gli deriva dal differenziale di tutele. Anche questo è un dato di fatto. Le politi­che di deregola­mentazione di questi anni non lo hanno scalfito di un et. Se non si parte da questo dato di fatto il fenomeno non si può aggredire alla radice. Con simili percentuali – in assenza di veri e seri controlli, in assenza sanzioni efficaci e applicate – non si può pensare di rendere appetibile l’uscita dell’illegalità, semplicemente riconoscendo un sta­tus. Occorre invece fare terra bruciata attorno al sommerso, rendendo il lavoro regolare protetto più van­taggioso di quello sommerso e non protetto e comunque questo meno vantaggioso (conside­rati costi-benefici). E certo far questo non significa togliere le protezioni.
Si possono togliere tutte le regole, ma sarebbe illusorio pensare che l’economia illegale, che come tale deve essere trattata, ne resti folgorata e si ravveda.
Con ciò veniamo alla risposta. Gli incentivi economici non possono essere sostituiti dalla legalizzazione del­l’illegalità, né dalla disposizione, per di più non sussidiata, di diritti indi­sponibili a livello individuale.
Gli incentivi economici, infatti, per quanto ampi sono sempre poca cosa rispetto ai ritorni del sommerso e quindi non servono all’emersione. Essi però servono alla comunità legale per resistere, perché chi vive e lavora nella legalità in concorrenza con l’illegalità, se non ne sostenuta semplice­mente chiude.
Diverso sarebbe porre il problema degli incentivi economici in termini di necessità “ri­strutturare” il sistema di provvidenze economiche a favore di quelle imprese, favorendo quelle con più alto tasso di occupazione.
Una proposta come pre-condizione di qualunque intervento di riforma.
Si ipotizza l’embrione di un modello di finanziamento, esportabile a livello comunitario, del sistema di sicurezza sociale e previdenziale nazionale, finalizzato a rendere gli oneri so­ciali indifferenti (a) al luogo di utilizzazio­ne della forza lavoro e (b) alla natura del modello contrattuale utilizzato.
L’idea nasce dall’osservazione di un fenomeno contraddittorio fino al paradosso. Da un lato si pon­gono come obiettivi prioritari i problemi della occupazione e del “decent work”; si osserva lo sforzo di armonizzare le protezioni sociali e di estenderle sempre più al lavoro sans phrases, piuttosto che a quello subordinato in senso stretto. Ma da un altro lato si ca­rica il solo “decent work” – che continua a corrispondere al lavoro subordinato – del peso di finanziare un sistema di protezione sociale diffuso. Esso diviene così sempre meno compe­titivo, rispetto a quello precario e sfruttato. Correlativamente i lavori precari sopportano in­teramente il peso di questa differenza, per loro negativa, di protezioni.
Le causa si ciò sono agevolmente rinvenibili nella rottura della vecchia relazione tra pro­duzione e lavoro. Mentre un tempo, per realizzare una data produzione, non era possibile sfuggire alla relazione lavoro-prodotto, o alle relazioni luogo di produzione prodotto, oggi, invece, è sempre più conveniente fuggire dal tipo “lavoro subordinato” verso sistemi incom­piuti di utilizzazione della forza lavoro. Mo­delli contrattuali tra loro affatto diversi – quelli protetti e quelli precari – che un tempo, con riferimento all’interesse organizzatorio dell’im­prenditore, era impensabile sostituire l’un l’altro; ma che oggi, con riferimento al medesimo interesse imprenditoriale, si presentano invece fungibili. Riman­gono però assolutamente in­fungibili tra loro con riferimento all’assetto di tutele che comportano per il prestatore d’o­pera.
Ne deriva un modello che rende sempre più costoso e quindi meno competitivo il lavoro protetto e sempre meno protetto il lavoro competitivo; allargando le differenze tra soggetti protetti e soggetti sfruttati in disaccordo con le linee di cui agli art. 31 e 34 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’U­nione Europea.
Il finanziamento del sistema di sicurezza sociale gioca un ruolo decisivo sul costo del la­voro e sulla conseguente scelta in ordine alla localizzazione della produzione, ben oltre le parimenti significati­ve differenze di trattamento economico e normativo, ancora largamente presenti nel contesto euro­peo e talvolta anche in quello nazionale. E’ possibile trovare signi­ficativi scostamenti dei valori di pressione fiscale tra i vari paesi del­l’Unione, solo a patto di tenere presente che la differente determina­zione del “costo del lavoro”, può essere comprens­iva o non degli oneri sociali. E’ possibile trovare le maggiori differenze del “costo del lavoro” laddove sono diversi i sistemi di sicurezza sociale: ognuno con il suo sistema di fi­nanziamento e di protezioni. Se ne può quindi inferire l’importanza che il sistema di finan­ziamento della sicurezza so­ciale gioca rispetto alle tutele dei lavoratori, la loro mobilità e la circolazione delle imprese. E ciò tanto più per le imprese con elevati tassi di occupazione.
Il modello si propone di neutralizzare il tipo contrattuale quanto al finanziamento del si­stema di si­curezza sociale ad invarianza della pressione fiscale e contributiva complessiva, spostando della fonte di finanziamento, dall’imposizione sul lavoro all’imposizione sull’ef­fettivo valore del risultato del lavoro.
Questo meccanismo di si dovrebbe basare su una progressiva transizione dai vari sistemi verso un sistema unico di finanziamento basato sul valore aggiunto dal lavoro che sia pre­miale verso quelle organizzazioni che hanno elevato standard di occupazione per unità di prodotto; e – indirettamente – proporzional­mente più oneroso per chi direttamente o indiret­tamente determina dumping sociale come effetto degli strumenti di contenimento del costo del lavoro.
Da un lato si può intervenire sulla medesima base imponibile dell’IVA: aumento dell’ali­quota, ovvero mi­nore detrazione dell’IVA a valle, modificazione dell’imponibile e coeffi­cienti correttivi.
Da un altro lato si prevede un intervento sulla base imponibile ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP. E quindi si prevede la deducibilità di un parte variabile del maggior co­sto IVA, con coefficienti correttivi.
La percentuale di deducibilità corrisponde alla quota di finanziamento della sicu­rezza so­ciale che posta a carico del lavoro. La percentuale di indeducibilità la quota di finanzia­mento della sicurezza sociale che resta a carico della fiscalità generale. Fermo restando che il valore della prestazione previdenziale sia virtualmente agganciato al lavoro e alla capacità contributiva.
Gli effetti auspicati dall’introduzione del sistema ibrido sono in linea con le indicazioni della Commissione Europea per il rilancio della strategia di Lisbona per la crescita e l’occu­pazione.
Infatti il sistema produce questi effetti. Eliminazione del cuneo fiscale: con il conse­guente collegamento molto stret­to tra produttività del lavoro, costo del lavoro e retribuzione netta. Eliminazione delle differenze sulle modalità di assolvimento degli oneri sociali: svin­colandola dalle forme contrattuali di impiego della manodopera che può determinare l’au­mento della circolazione dei lavoratori e delle imprese. Riduzione del lavoro sommerso, poiché questo diventa molto meno competitivo. Parteci­pazione alla spesa sociale a carico di coloro che hanno delocalizzato la produzione ma che continuano a operare nel mercato da cui hanno delocalizzato l’occupazione. Quest’ultimo effetto dovrebbe introdurre un ciclo virtuoso inteso a ridurre il divario di competitività tra la produzione locale e quella deloca­lizzata.
Non meno preoccupazioni desta l’impostazione del quesito relativo nuovo ruolo delle re­lazioni industriali. Esso allude all’affossamento dei rapporti unitari del sindacato. Se è così, come sembra, la risposta è che esso non può portare nulla di buono. Soprattutto per quel sindacato che di notte briga con chi l’unità vuole rompere, al fine di acquisire un ruolo di in­terlocutore privilegiato che non gli assegnano né la rappresentanza né al rappresentatività, e di giorno gioca a fare il paladino di un nuovo sport nazionale: il buonsensismo. Alla fine questo sindacato e chi lo ispira otterrà, però per tutto il sindacato, che «il ruolo effettivo del sindacato (sia) di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello illegittimamente assunto di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e gover­native. Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferi­bile anche ai fini dell’incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costi­tuzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della libertà di lavoro e della tutela economica dei lavo­ratori». (Che è l’attuazione del Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli).
E’ davvero questo un risultato auspicabile?
Per un modello di rappresentanza democratica la via potrebbe essere quella di modelli di misurazione della rappresentanza effettiva sul modello del lavoro pubblico.
Ma anche per questa via la domanda torna sempre sul medesimo erroneo punto: che le norme protettive proteggano dalla disoccupazione. In tali errati termini si propone sempre surrettiziamente, l’abolizione delle regole sui licenziamenti, come strumento di incremento della dinamica del mercato e dell’incremento dell’occupazione. Il trucco è presto svelato ed è il medesimo su cui riposano molte (ma non tutte) le politiche di flessicurezza. Cioè che posto un livello accettabile dato di sicurezza sociale e del lavoro, il trade-off dello sposta­mento di tale sicurezza dal rapporto al mercato sia a zero sum game. Un modo come un al­tro per ignorare la funzione delle tutele, perché se una tutela è data per garantire un diritto dentro il rapporto, fuori dal rapporto quel diritto non potrà che essere garantito per equiva­lente. Cioè monetizzandolo, Dunque al di fuori della funzione di tutela, ma solo come voce di costo. E questa voce di costo è esattamente il costo delle transizioni professionali attra­verso l’innalzamento delle competenze, la formazione continua e il «decollo di un nuovo si­stema di ammortizzatori sociali».
Ma se è così la risposta è una contro-domanda. Ma la stabilità del rapporto e in genere le tutele nel rapporto, che sono tutele contro la naturale asimmetria di poteri del contratto di lavoro, in che modo ostacolerebbe tutto ciò?

diritto, economia e politica , , , , , , , , , , ,

Loading